Marina di Pietrasanta: Patty Pravo alla Versiliana. Ecco un’artista!
Esultanti, in piedi o genuflessi, tutti quanti, pendenti dalle labbra e dalla voce di una diva androgina, una Salome wildiana e straussiana insieme, una santa vera – come lo sono Santa Cecilia (Bartoli) e la mai dimenticata Santa di Bratislava, all’anagrafe Edita Gruberova – per cui si perde inevitabilmente e volutamente la testa; ai suoi piedi, in un profondersi di grida e “Brava!”, forse, nell’intimo, chiedendo perfino grazie taumaturgiche di qualche tipo, genti di tutte le età e generazioni (un fenomenale bambino di scuola elementare, da me poco distante, accennava il coretto durante I giardini di Kensington), di tutti i sessi e le sessualità, perché lei è stata – ed è – diva di ognuno, con la sua sregolatezza geniale ed inafferrabile ambiguità di donna che ha provato tutto: la ragazza del Piper, Patty Pravo, un nome da 110 milioni di dischi, che ancora grida a gran voce “guai a voi, anime prave” se non mi amate, e così noi non possiamo né vogliamo far altro che amarla. Ma potrebbe andare diversamente? Risposta: no.
Sale infatti sul palco con una freschezza incredibile, con l’allure di chi ha tutto sotto controllo ma non lo dà a vedere (sembra dirci: “lo so che siete qui per me: eccomi”), con quella grazia un po’ dannata, smaliziata e ammiccante, che l’ha sempre contraddistinta, le braccia piegate e caracollanti, le mani sospese in un saluto accennato ma già pronte a perdersi in mille arabeschi: pubblico in delirio; attacca il primo pezzo, pubblico ancora più in delirio. Tanto festoso e grato che durante il saluto di rito qualcosa le va di traverso e deve fermarsi per bere – “Non mi era mai successo”, dice -, così, da quel momento in poi, s’instaura una confidenza familiare, tra noi e lei, che andrà avanti per tutta la lunga serata di quasi due ore, fra battute, risate, provocazioni e rimembranze dolci, mai acerbe, perché lei non si è mai annoiata in vita sua.
Dopo pochissimo, era facile prevederlo, è già chiara una cosa, e cioè che l’artista è intatta, la sua forma mentis maturata ma fedele alla se stessa di un tempo, la malìa impalpabile che sprigiona proviene direttamente dal passato, che però è di nuovo contemporaneo, così ogni difetto tecnico – or son 77 anni – passa in secondo piano: il bello dei concerti pop-rock – anche se nel caso presente chiamarlo “classico” non sarebbe del tutto sbagliato – è proprio questo, fregarsene altamente degli errorini lasciati qua e là, non star lì a questionare sulla nota calante o sulla scorciatoia per aggirare l’inghippo, anzi gioire della sensibilità dell’interprete, che sì, non fraseggerà alla perfezione qualche verso, ma che prepotentemente si prende uno spazio che è suo di diritto; sarò pazzo, direte, ma sono sempre stato indulgente con Placido Domingo, qualsiasi strada avesse percorso, proprio perché appena lo vedevo, appena il pubblico lo vedeva, si accendeva qualcosa che solo i grandi accendono: con Patty Pravo vale lo stesso. Per giunta lei, gli acutazzi di tradizione (sì, ci sono anche fuori dall’opera), ce li mette tutti, aiutata intelligentemente da due bravissime coriste che rimpolpano armonici e correggono intonazioni. Ma quel che conta è la sua timbrica unica, riconoscibile tra mille, quei gravi e medio-gravi ermafroditi, quel registro centrale di ambrata scurezza su cui andrebbe messo il copyright. Poco male se a volte, salendo, la voce di scompagina: ad una che ha bighellonato per Roma, in taxi, fumando di tutto insieme a Jimi Hendrix, si perdona qualsiasi cosa.
Il concerto è stato una girandola di canzoni – poco spazio alle chiacchiere e all’aneddotica, con un solo ricordo intimo legato a Lucio Battisti e qualche riferimento ad altri qua e là -, un tour de force in cui non s’è risparmiata: ovviamente i suoi cavalli di battaglia, Pazza idea, Pensiero stupendo – che sensualità: lei è rimasta, dentro e fuori, una, “la” ragazza del Piper, con le “nonne” (del Piper) stese ai suoi piedi -, E dimmi che non vuoi morire (lacrime vere per quella malinconia bohémienne che sempre ha attraversato la sua carriera); e poi Sentimento, Tutt’al più, Cieli immensi, anche un omaggio a Gabriella Ferri, e a Paolo Conte con la filosofica e passionale Tripoli ‘69; allusioni orientaleggianti (come si muove lei, nessuna) con Les etrangers.
Infine, una sorpresa: tra il pubblico sedeva Loredana Bertè. Patty l’ha fatta salire sul palco, hanno rinverdito i ricordi amicali e, alla fine, dopo aver cantato Qui e là, si sono dileguate col pubblico delirante.
Potenza della liric… ah, no!, della musica.
Mattia Marino Merlo
(12 agosto 2025)




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