Martina Franca: ah, tu che dormivi, or sei desta!

Pochi sono i soggetti che hanno valicato le porte del tempo come quello che narra dei due giovani veronesi più amati di sempre. Una storia che, attaverso non poche e continue rielaborazioni, ha sostituito i nomi dei protagonisti a quelli di ogni innamorato del pianeta. Pensare a quanto visto nell’allestimento martinese di “Giulietta e Romeo” del Vaccaj  (Teatro della Canobbiana, Milano 1825) ci chiede di seguire questa linea di restituzione della fruizione: una favola divenuta realtà grazie ad uno spettacolo intenso, coinvolgente e di altissimo profilo su tutta la linea, non ultima quella più che meritoria di aver testimoniato che esistono grandi opere da reinserire in modo stabile nel Repertorio. La Scena permette al pubblico di fare un salto indietro nel tempo ma di essere nel presente al tempo stesso grazie alla raffinata qualità dei materiali messi in campo, scenici e vocali, delle tecniche e alla sapienza della gestione drammaturgica. La Regia di Cecilia Ligorio (Ass. alla Regia Lisa Capaccioli) è tutta al servizio del melodramma: spiega il libretto con profonda eleganza e ricchezza di dettagli riferibili alla connotazione psicologica dei personaggi, altrettanto riflette nell’azione scenica una completezza intellettuale che riesce a porre in primo piano alcuni elementi che, apparentemente, sembrerebbero secondari (centrale è il ruolo giocato dalla sepoltura posta in evidenza sin dall’inizio come elemento scatenante degli agiti e, al fine, risolutore degli stessi; geniale la presenza a vista dell’altro elemento presente per tutta la rappresentazione, quella stanza del “peccato” di Giulietta che, alla fine, diviene cattolicissima pietra tombale), non di minor nota la scelta di utilizzare parte del Palazzo Ducale come facente parte della Scena. Chapeau!. In questa bella perfezione di elementi bisogna dare giusto riscontro a tutte le parti in causa. Sono veri e propri elementi della Scena i Mimi: Alessio Arzilli, Andrea Bellacicco, Alessandro Colaninno, Cristiano Parolin, Marco Risiglione, Jacopo Sorbini. Durante tutto il tempo, dall’assunzione di azzeccatissime fattezze lupesche sino al tramutamento in statue sepolcrali (immobilissimi per lunghi, lunghissimi perfetti minuti!), sono stati eccellenti. Come lasciato intuire le Scene di Alessia Colosso sono magnifiche, curatissime, magiche: ogni proporzione è rispettata, la condotta estetica è ben in linea con la trasposizione romantica e, nel riprendere elementi caratterizzanti dell’epoca della vicenda, raggiunge vette altissime con gli interni della stanza di Giulietta. Cosa significhi volare al di sopra vette altissime ben lo sa quello che era stato uno dei trionfatori della scorsa edizione del Festival, Giuseppe Palella: il suo lavoro non è semplicemente quello di costumista, la sua Alta artigianalità mostra sempre la cifra di Artista geniale e devoto che lo caratterizza; fa sognare con i preziosi dettagli e, cosa difficilissima, sa essere maestro nella gestione e nell’uso del nero. A rilevare ed incrementare tutti questi aspetti sono le Luci di Luciano Novelli che percorrono tutta questa bellezza; arrivare ad “illuminare” gli stati d’animo e lo scorrere del tempo è assai difficile: riuscita piena, molto emozionante. In una guerra di fazioni non possono essere di importanza minore le “masse artistiche” che vanno a sostenere le due parti in causa: il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati, ha quindi una grande responsabilità e la sostiene con pieno riscontro sia musicale che scenico; molto bene. In piena forma l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, affidata qui alla Direzione Musicale di un altro trionfatore della scorsa edizione del Festival, Sesto Quatrini. Si conferma ottimo Artista, capace di infondere nella giovane compagine e alla Compagnia di Canto quell’intensità drammatica che permette al risultato complessivo di essere incredibilmente impattante. La sua verve è tale anche nei momenti in cui lo svolgimento musicale disegna la più intima desolazione: avere, nei momenti in piano o pianissimo, la capacità di intagliare le accentuazioni strumentali necessarie alla vocalità e al pathos è una firma di certa caratura. Si percepisce chiaramente che l’orchestrazione del Vaccaj necessiti di una direzione di questo tipo, in particolare per le numerose sovrapposizioni verticali e orizzontali che richiedono un’analisi attenta, specie nella trattazione dei legni e nella condotta delle linee seconde degli archi (queste alcune riflessioni utili nell’economia di un ascolto comparato con la più nota versione di Bellini che tutti amiamo tantissimo). Il discorso compositivo si innesta perfettamente con quello della vocalità. Vaccaj era maestro nella trattazione della linea di canto, lo è stato e lo è per tutti. La sua scrittura è accessibile per gradi ma la sua esecuzione finale richiede che questi gradi siano stati conquistati e fatti propri. Ciò mette ancora più in valore la Compagnia di Canto che l’ha realizzata in questa produzione. Esecuzione ed interpretazione in questo testo musicale si fondono alla perfezione proprio per le ragioni di cui prima: ogni dettaglio è segnato in un’articolazione che rende molto più arduo e responsabile il compito del cantante. In questo il Lorenzo di Christian Senn trova una realizzazione completa e continua, svolgendo un ruolo fondamentale per la vicenda e non mancando mai di presenza vocale ed attoriale. Del Tebaldo di Vasa Stajkic colpisce l’ottimo impatto scenico e una buona promessa di crescita in divenire. Il ruolo di Adele, madre di Giulietta, è fondamentale e Paoletta Marrocu lo esegue/interpreta con una personalità ed una precisione davvero notevoli: emoziona profondamente senza mai scadere, anzi; risuona con sicurezza e palpito tra accentuazioni non semplici e linee continue condotte ottimamente. Il Capellio di Leonardo Cortellazzi segue il climax della vicenda e, sostenendo tutta la parte con la consolidata esperienza che gli si addice, accresce durante la rappresentazione la sua performance, arrivando alla fine con piena soddisfazione e riscontro.  Leonor Bonilla è una Giulietta sublime per fattezze e vocalità; amiamo molto che sia stato scelto il suo colore per la parte in quanto ha potuto offrire una reale immagine di quanto venga richiesto dalla scrittura della stessa. Romeo è Raffaella Lupinacci. Bravissima! La parte è molto difficile: avendo da conto quella scritta per il medesimo ruolo da Bellini non ci si immagina quali altrettante e maggiori insidie vi siano nascoste. La Lupinacci risolve con partecipazione il ruolo che, per un colore come il suo, deve averle richiesto non poco impegno: molto ben speso visti i risultati che la vedono pienamente protagonista in scena. Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad un bel regalo che il Festival della Valle d’Itria offre al suo pubblico. Se pensiamo che sono passati più di vent’anni dall’ultima ripresa di Jesi (1996) possiamo dirci fortunati ad averla ascoltata integralmente. Merita moltissimo per sapienza di scrittura e bellezza delle linee di canto, non solo per le bellissime e note Scene Decima e Undicesima (“Ah, se tu dormi svegliati!” di Romeo e successivo Duetto con Giulietta): speriamo che questo spettacolo possa essere presto nuovamente rappresentato. Il fatto che qui si abbia l’intelligenza programmatica di portare in scena questi lavori è esempio meritorio che attesta e conferma. Avere il coraggio e la forza di portare a compimento progetti importanti e necessari come questo, però, richiede forte impegno, non solo intellettuale. Ciò merita, oltre al plauso del pubblico e della critica, un concreto sempre maggior riscontro che permetta altrettanti sempre maggiori investimenti di così pregevole fattura e valore culturale.

Antonio Cesare Smaldone
(31 luglio 2018)

La locandina

Direttore Sesto Quatrini
Regia Cecilia Ligorio
Scene Alessia Colosso
Costumi Giuseppe Palella
Luci Luciano Novelli
Personaggi e interpreti:
Capellio Leonardo Cortellazzi
Giulietta Leonor Bonilla
Romeo Raffaella Lupinacci
Adele Paoletta Marrocu
Tebaldo Vasa Stajkic
Frate Christian Senn
Orchestra Accademia Teatro alla Scala
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del Coro Corrado Casati

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