Martina Franca: Ecuba, il Manfroce mancato

C’era grande attesa per il ritorno sulle scene dell’Ecuba di Nicola Antonio Manfroce, titolo di punta della quarantacinquesima edizione del Festival della Valle d’Itria, da sempre attento alla ricerca ed alla riproposizione di titoli desueti e quasi sempre capaci di destare l’a curiosità del pubblico e l’attenzione degli addetti ai lavori.

I motivi d’interesse erano molteplici, a cominciare dall’edizione critica curata da Domenico Giannetta, che segue quella di Giovanni Carli Ballola di oltre trent’anni fa.

Serata dall’esito incerto.

A parziale discolpa c’è da dire che il forfait per motivi di salute di Fabio Luisi, direttore designato, e quello successivo di Carmela Remigio, che rientrerà alla replica del 4 agosto.

Arrivato all’ultimo momento Sesto Quatrini riesce nell’impresa di far quadrare tutto, grazie anche alla chiarezza di un gesto che non perde mai di efficacia e un’intesa encomiabile con l’orchestra e il palcoscenico, ma non ha tempo di conferire un’impronta decisa alla narrazione musicale che rimane forzatamente un po’ in superficie.  Onestamente crediamo che in questa occasione di più non potesse fare.

Chiamata a sostenere il rôle-titre Lidia Fridman tratteggia un Ecuba di inquietante fisicità fino ad assomigliare nelle movenze ad una mantide religiosa che attende paziente di sferrare l’attacco mortale alla sua preda.

La voce ha un timbro del tutto particolare e tuttavia non privo di fascino; il fraseggio risulta ben calibrato così come l’intonazione.

Roberta Mantegna è Polissena dolente, trascinata da una miriade di sentimenti contrapposti, sempre nobilissima nell’accento oltre che forte di una linea di canto cristallina.

Dell’Achille di Norman Reinhardt ricorderemo più la prestanza fisica che non quella vocale.

Mert Süngü esce invece sostanzialmente indenne dalla tessitura impervia, se non impossibile, che Manfroce riserva a Priamo dando luogo ad una prova soddisfacente.

A fare da dignitoso contorno ai protagonisti Martina Grecia nei panni di Teona, Lorenzo Izzo come Antiloco e Nile Senatore in veste del Duce greco.

Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati, è gagliardo e partecipe.

L’allestimento di Pierluigi Pizzi – che cura come di consueto le scene e i costumi oltre alla regia, lasciando all’assistente Massimo Gasparon l’onere delle luci –  ha una partenza folgorante, con il cadavere di Ettore deposto sull’ara – che campeggia al centro di uno spazio bianchissimo e geometricamente campito – esposto al popolo, con uomini e donne divisi ad occupare due gradinate agli angoli estremi della scena, e al dolore della madre.

Da questo punto in poi non succede più nulla, lo spettacolo si sgonfia come un soufflé e procede seguendo il cammino di una svogliata oratorialità.

Discutibili anche i costumi, nei quali il viola predomina, con gli uomini del coro simili a Belfagor e le donne che sembrano le vocalist di una messa gospel.

Il pubblico alla fine gradisce e gli applausi all’indirizzo del direttore e dei cantanti sono copiosi, mentre un dissenso tanto circoscritto quanto marcato si manifesta nei confronti di Pizzi e dei suoi collaboratori.

Alessandro Cammarano
(30 luglio 2019)

La locandina

DirettoreSesto Quatrini
Regia, scene e costumiPier Luigi Pizzi
Luci / Regista assistenteMassimo Gasparon
Personaggi e interpreti:
AchilleNorman Reinhardt
PriamoMert Süngü
EcubaLidia Fridman
PolissenaRoberta Mantegna
TeonaMartina Gresia
AntilocoLorenzo Izzo
Duce grecoNile Senatore
Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del CoroCorrado Casati

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