Martina Franca: la regia e la musica secondo Massimo Gasparon

Recentemente impegnato nella regia di Orfeo di Nicola Porpora per il Festival della valle d’Itria di Martina Franca, Massimo Gasparon ci parla del suo concetto di Regia legato a doppio filo con la musica. L’intervista condotta da Antonio Cesare Smaldone, apre a spunti di riflessione sul futuro del panorama operistico italiano. 

  • Partendo dal presupposto che la regia di un’Opera Lirica sia l’atto di sintesi della più complessa forma d’arte possibile, può spiegarci il suo stile operativo? Come riesce a muovere contemporaneamente le dinamiche interiori e le azioni di personaggi e masse artistiche senza venir meno alle ragioni del dettato fornito dalla partitura?

Il lavoro registico nell’Opera lirica è molto simile a quello dell’architetto poiché si deve procedere su vari piani e in scala diversa contemporaneamente: le scene di massa necessitano un approccio decisamente più dinamico, dove lo spazio del palcoscenico deve essere occupato nel modo più logico e spettacolare allo stesso tempo; risulta comunque necessario lasciare un piccolo margine di libertà affinché il coro risulti più spontaneo e credibile. D’altro canto i solisti hanno esigenze decisamente più specifiche e devono essere guidati in modo molto più particolareggiato. La musica è il legante di tutto ciò e unifica per il pubblico tutte le singole personalità che si muovono in palcoscenico. L’allestimento di un’opera deve essere sempre vivo, organico e teoricamente autonomo. Noi siamo come demiurghi e diamo la vita ad un nuovo microcosmo che prenderà la sua indipendenza e che si animerà naturalmente ogni volta che si alzerà il sipario. Noi diamo lo stimolo iniziale, ma è necessario che poi le motivazioni spingano i solisti e le masse a farle proprie in modo quasi naturale ed agire di conseguenza. Fondamentalmente noi registi “plagiamo” gli artisti affinché credano alla nostra impostazione registica e la credano anche loro.

  • Quali sono e come si svolgono le fasi di realizzazione del suo progetto registico.

L’arte è una attività umana che trascende l’intelletto e che tende al noumeno, al non descrivibile, alla dimensione dell’irrazionale. Il mio lavoro si ispira fortemente allo spirito rinascimentale dell’unità delle arti e non precede in modo lineare quanto piuttosto con logica ciclica. Io sono architetto e sono fortemente influenzato dalla mia formazione cartesiana e vitruviana. Dopo una attenta lettura del libretto comincio ad immaginare possibili spazi scenici. Le tre coordinate spaziali regolano la creazione di uno spazio (la scena) che successivamente viene sviluppata attraverso la quarta dimensione (il tempo) per verificare tutte le situazioni richieste dal libretto nel corso della vicenda da rappresentare (le diverse scene). In un secondo tempo si procede a definire come i cantanti dovranno muoversi ed essere vestiti nel modo più complementare allo spazio individuato. Queste sono le premesse di ogni progetto. La terza fase è quella della messa in scena vera e propria con cantanti e masse all’interno di questa griglia logica e spazio-temporale, senza mai rinunciare ad una certa libertà nelle scelte definitive, poiché lavorando con diversi artisti e diverse sensibilità ci possono essere grandi influenze reciproche. Le scelte fondamentali sono state fatte a monte e reggono l’intero costrutto registico finale durante l’allestimento.

  • Il rapporto indissolubile che esiste tra il Libretto e la Musica: vi è uno dei due elementi che può essere identificato come preponderante? Se sì, quale e … perché?

Direi che più che preponderante, la musica quasi sempre viene composta dopo partendo da un testo dato da musicare. Il risultato può esaltare il libretto così come può mortificarlo (nel caso di un compositore nettamente superiore al librettista). La situazione ottimale dovrebbe essere quella in cui la parola si trasforma in suono e produce il miracolo del canto lirico. Direi che spero sempre di affrontare opere caratterizzate dall’ equilibrio perfetto tra suono e parola.

  • La Messa in Scena del proprio progetto registico come esperienza umana: un lascito ai posteri da perpetuare assieme al suo creatore o un’esperienza riservata allo spettatore contemporaneo che ne fruisce e ne ricava un imprinting emotivo?

Sono consapevole che il mio lavoro sia puro intrattenimento, anche se certamente di formazione colta e meno popolare. Non mi sono mai illuso che una regia lirica potesse cambiare le sorti dell’umanità, ma certamente sono convinto che possa portare bellezza ed energia positiva al pubblico. Pur avendo dedicato la mia vita professionale all’Opera, cerco sempre di mantenere un sano ed ironico distacco dal mio lavoro. Questo mi ha permesso di procedere con più obiettività ed in modo più equilibrato. Un dato importante da sottolineare è quello della qualità artistica di ogni proprio progetto registico e scenografico, rispetto alla quantità che spesso porta a ripetere formule uguali in contesti diversi. Considerando il numero esiguo di messe in scena liriche di Luchino Visconti non possiamo non considerarne invece la loro grande importanza nella storia della regia lirica.

  • 45 Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Cogliendo lo spunto offerto dal riferimento social-mediatico, quali sono i 5 hashtags che ne spiegano in sintesi le peculiarità?

#giovane

#fresco

#salentino

#bianco

#trendy

  • La riscoperta del Barocco napoletano è un’operazione che rende merito a questo Festival e che, altrettanto, pone chi deve curarne la Mise en Scène dinanzi a molti interrogativi. Dal risultato esecutivo del suo lavoro si percepisce una dimensione estetica che punta sul dettaglio gestuale, sulla corrispondenza cromatica e sull’uso della luce come strumenti espressivi. In che modo ha voluto declinarli per poter ottenere un equilibrio ove l’eleganza è la chiave di lettura più evidente?

Certamente la mia passione per la storia dell’arte, soprattutto per il periodo barocco, mi ha sempre dato stimoli e corrispondenze visive che quasi naturalmente si formano durante l’ascolto di musica classica ed operistica in particolare. I gesti sono quelli delle statue di Serpotta e Bernini, Mochi e Canova, i colori sono quelli di Caravaggio, Guido Reni, Annibale Carracci, Parmigianino, Sebastiano Ricci, Luca Giordano, Giambattista Tiepolo. Gesto, colore e luce sono categorie primarie nella creazione artistica e diventa difficile isolarle l’uno dall’altra. L’equilibrio nasce dalla giusta alternanza di movimento e staticità, di colore e monocromia, di luce ed ombra. Questa mi è ormai entrata nell’anima come una seconda natura e sarebbe difficile dire fino a che punto posso ritenermi autonomo e non fortemente influenzato da tutta la bellezza che ho assorbito frequentando opere d’arte. Posso dire che il criterio principale sta nella onesta intellettuale di essere il primo a credere sinceramente nei miei spettacoli e di cercare una necessità del mio lavoro. Ogni altra specificazione sarebbe forse superflua.

  • La musica di Porpora rivela tutta la bellezza e le conquiste tecniche di un Teatro che aveva saputo porsi come punto di riferimento socio-culturale. Come si fa a valorizzarlo oggi rendendogli giustizia?

Ho già messo in scena molte opere barocche e almeno 5 di Porpora, autore che amo molto. Sono convinto che l’unico modo per rendere giustizia al repertorio barocco e tardo barocco operistico sia rispettarlo e riconoscerne la vera specificità: un teatro aristocratico, raffinato, non per tutti, aulico e a volta magniloquente, ma che racchiude una propria grande ricchezza espressiva. Stravolgerlo o attualizzarlo senza una vera necessità porta spesso ad allontanarne ulteriormente il pubblico, rendendo completamene incomprensibili queste complesse trame che narrano di divinità ed eroi classici con grande disinvoltura. A volte complichiamo inutilmente delle situazioni naturalmente semplici e questo forse per un eccesso di intellettualismo. La linearità logica rimane ancora attuale e importante per la narrazione operistica e la messa in scena dovrebbe sempre verificare la propria coerenza durante tutto lo spettacolo. Meno protagonismo e più passione possono certamente dare nuova linfa vitale a tutto il repertorio operistico, in particolare nuovo smalto all’opera barocca.

  • L’ispirazione che viene dalla frequentazione delle Arti. Quanti e quali gli spunti offerti in funzione del suo Allestimento?

Risulterebbe un po’ riduttivo citare puntualmente tutti i riferimenti alla pittura antica o alle sculture classiche. In realtà una ispirazione veramente fondamentale mi è stata suggerita dalla musica di Porpora, tersa, cristallina, lievemente colorata, raffinata e aristocratica: la pittura di Giambattista Tiepolo. Veneziano come me Tiepolo ha rappresentato da sempre, con i suoi cieli azzurri e rosati che si stagliano su piazza San Marco, l’aria di casa, familiare e rassicurante. Porpora mi ha sempre dato l’impressione di una familiarità, di una tenerezza che inonda il cuore e ci consola attraverso la bellezza. Porpora è sempre malinconico ma mai tragico come lo e Tiepolo. La grazia e l’equilibrio del loro stile li salvano dall’eccesso e dalla volgarità del grossolano. Io ho voluto usare gli stessi criteri e attraverso misura e stile, ho cercato di unire le loro peculiarità creando una dimensione di bellezza più estesa, che è fusione di suono e colore.

  • Orfeo oggi: cosa può ancora insegnare questo Mito? Quale il suo valore aggiunto quando è veicolato attraverso un’Opera lirica?

Credo che il messaggio fondamentale stia nella forza dell’amore che può tutto, anche riuscire a riscattare la propria amata dal regno dei morti. Inoltre credo anche insegni a credere nella forza del sentimento che attraverso l’arte può raggiungere vette altissime e commuovere lo stesso dio degli inferi. Orfeo è un semidio, umano e divino, figlio di Apollo protettore delle Arti. Come Prometeo egli ci dona l’arte del canto e della musica e ci regala momenti di sollievo dallo squallore generale che purtroppo spesso pervade il genere umano.

  • Nel mondo della Lirica viviamo un’epoca di crisi di contenuti accompagnata da una diffusa approssimazione professionale; resistono al triste fenomeno delle “isole felici” come questo Festival. Quale la sua opinione in merito?

Non credo proprio di avere la verità in tasca e poter dispensare regole morali da seguire. Molto umilmente posso affermare che ho sempre creduto in quello che ho fatto e a distanza di quasi 30 anni di carriera posso ritenermi soddisfatto di avere avuto una traiettoria coerente. Ho partecipato a 6 edizioni del Festival della Valle d’Itria a Martina Franca e ho avuto sempre grandi soddisfazioni professionali ed umane, affrontando opere sconosciute, in prima esecuzione in tempi moderni. Credo che affrontare questa sfida con umiltà e passione possa essere il solo modo per poterle rispettare ed esaltare. L’approssimazione nasce dalla poca conoscenza e preparazione, oltre che da una scarsa passione per il proprio lavoro. Il Festival di Martina Franca mi ha sempre stimolato a dare il massimo con grande impegno. Lavorare all’aperto e contemporaneamente ad altri allestimenti necessita di grande organizzazione e chiarezza. Questo Festival è una occasione esemplare per dimostrare talento e competenza e chi lo comprende può solamente maturare in senso artistico.

Antonio Cesare Smaldone

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