Martina Franca: Owen e la pace come scelta di vita
Con la prima italiana di Owen Wingrave, il Festival della Valle d’Itria firma una delle operazioni culturali più significative dell’estate musicale italiana, portando alla ribalta un’opera ingiustamente trascurata e carica di valenze ideologiche, storiche e teatrali. Composta da Benjamin Britten nel 1969 per la BBC Television, su libretto di Myfanwy Piper tratto da un racconto di Henry James, Owen Wingrave è ben più di una riflessione sul pacifismo: è il manifesto di un’etica personale costruita in opposizione radicale a ogni forma di violenza istituzionalizzata.
Britten non fu soltanto un compositore raffinato e instancabile innovatore del teatro musicale britannico: fu anche, per tutta la vita, un convinto pacifista.
Una scelta che non si limitò alla sfera privata o artistica, ma che si tradusse in gesti concreti e pubblici. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Britten lasciò l’Inghilterra e si trasferì negli Stati Uniti insieme al compagno e tenore Peter Pears, con cui condivideva vita e ideali. Fu accusato di diserzione e codardia, ma la sua era una scelta meditata: non voleva contribuire in alcun modo alla macchina bellica. Tornato in patria nel 1942, affrontò il processo per essere riconosciuto come obiettore di coscienza e, nonostante la condanna del giudizio pubblico, non cedette mai su questo punto, continuando a elaborare nella sua musica un linguaggio alternativo all’epica militare.
È in questa traiettoria esistenziale che Owen Wingrave si inserisce, opera ultima di denuncia ma anche di estrema coerenza poetica. Il giovane Owen, erede di una famiglia aristocratica e votata da generazioni alla carriera militare, rifiuta l’addestramento e la violenza, affrontando la condanna della propria comunità, il disprezzo della famiglia e infine la morte.
Non si tratta di una parabola edificante, ma di una tragedia moderna costruita con ferocia e lucidità, dove la musica diventa strumento di smascheramento delle ipocrisie sociali, delle ideologie belliche e del culto della virilità armata. E che soprattutto non parla di pacifismo, ma della pace come scelta di vita
All’epoca della sua prima trasmissione televisiva, nel 1971, Owen Wingrave suonava come un grido isolato ma necessario: la guerra del Vietnam era nel suo momento più tragico, le tensioni della Guerra Fredda dominavano il dibattito globale, e il pacifismo – così come la disobbedienza civile – era ancora considerato con sospetto.
A distanza di oltre cinquant’anni, l’opera non ha perso nulla della sua urgenza. Anzi, nel nostro presente segnato dal ritorno del conflitto su scala continentale, dalla retorica dell’eroismo bellico e dalla crisi profonda dei valori democratici, la figura di Owen torna a interrogarci con forza bruciante: quanto costa oggi essere fedeli alla propria coscienza? E quale posto può ancora occupare il dissenso nel cuore di una società che esige fedeltà incondizionata?
In questo scenario, la scelta del Festival della Valle d’Itria non è soltanto un recupero filologico, ma un atto politico e morale.
Mettere in scena per la prima volta in Italia Owen Wingrave significa restituire alla musica la sua funzione più profonda: quella di essere specchio critico del nostro tempo. E la produzione firmata da Andrea De Rosa riesce a incarnare questa visione con lucidità e rigore.
De Rosa rinuncia a ogni ornamento superfluo e si concentra su ciò che davvero conta: lo sguardo trasformato di Owen, che non vede più nel bersaglio un simbolo astratto, ma un corpo, una vita, un volto.
La consapevolezza di aver puntato un’arma contro esseri umani lo rende incapace di proseguire.
L’anonimo nemico, ridotto a ombra nel poligono d’addestramento, acquista identità e sguardo, e con esso si impone l’orrore della responsabilità. Per Owen, come sottolinea lo stesso regista, la morte dei più fragili non è un effetto collaterale della guerra, ma la sua regola fondante, e il fantasma del giovane ucciso – figura chiave dell’opera – ne è la tragica incarnazione. A questa visione si accompagna una riflessione sul paradosso etico del combattente: citando il Duca di Wellington, Owen ricorda che la vera vergogna per un soldato non sono le battaglie perse, ma quelle vinte. Non esiste vittoria possibile in una guerra, perché ogni esito, anche quello apparentemente favorevole, comporta una trasformazione irreversibile e dolorosa per chi lo vive. La regia fa propria questa visione e la traduce in immagini asciutte, essenziali, di grande densità simbolica.
Le scene mobili e volutamente incombenti di Giuseppe Stellato delineano un ambiente chiuso, immobile, che diventa gabbia interiore e ideologica, mentre costumi di Ilaria Ariemme collocano la vicenda in un tempo astratto ma riconoscibile, e il disegno luci di Pasquale Mari ritaglia lo spazio in campiture nette, insinuando zone d’ombra anche nei momenti apparentemente più stabili. Il risultato è un’architettura visiva coerente e rigorosa, capace di la tensione drammaturgica della partitura.
Sul podio, Daniel Cohen guida l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala con gesto rigoroso e analitico, esaltando la densità timbrica e la tensione strutturale della scrittura britteniana, restituendo in pieno, attraverso un suono preciso e controllato, la dialettica tra lirismo e asciuttezza che caratterizza l’intera partitura.
Ottima la prova del Coro di voci bianche della Fondazione Paolo Grassi, preparato da Angela Lacarbonara.
Nel ruolo del titolo, Äneas Humm disegna un Owen intenso e stratificato; il timbro chiaro , luminoso e duttile, unito ad una fisicità quasi adolescenziale, accompagna con coerenza l’evoluzione psicologica del personaggio attraverso una ricerca costante di accenti e colori. Al suo fianco, Kristian Lindroos è uno Spencer Coyle calibrato nel fraseggio dalla vocalità lussureggiante , mentre l’ottimo Ruairi Bowen restituisce a Lechmere una tensione ambigua. Charlotte-Anne Shipley dà voce e corpo a una Miss Wingrave implacabile e glaciale, così come Sharon Carty, nei panni di Kate Julian, unisce eleganza vocale e profondità espressiva. Completano il cast con onore la precisa Chiara Boccabella (Mrs Julian), l’intensa Lucía Peregrino (Mrs Coyle), il puntuale Simone Fenotti (General Wingrave), con una menzione d’onore a Chenghai Bao che disegna Narratore astratto e tragicamente disincantato.
Il pubblico si fa coinvolgere e alla fine incorona la serata con il serto di un successo ben più che meritato, mostrando di comprendere perfettamente che in un’epoca che tende a semplificare, Owen Wingrave torna a ricordarci che la complessità è ancora un dovere.
Alessandro Cammarano
(27 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Daniel Cohen |
| Regia | Andrea De Rosa |
| Scene | Giuseppe Stellato |
| Costumi | Ilaria Ariemme |
| Light designer | Pasquale Mari |
| Personaggi e interpreti: | |
| Owen Wingrave | Äneas Humm |
| Spencer Coyle | Kristian Lindroos |
| Lechmere | Ruairi Bowen |
| Miss Wingrave | Charlotte-Anne Shipley |
| Mrs Coyle | Lucía Peregrino |
| Mrs Julian | Chiara Boccabella |
| Kate Julian | Sharon Carty |
| General Sir Philip Wingrave | Simone Fenotti |
| Narratore | Chenghai Bao |
| Figuranti | Vito Blasi, Daniele Nardelli |
| Figurante bambino | Bruna Punzi |
| Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala | |
| Coro di voci bianche della Fondazione Paolo Grassi | |
| Maestro del Coro | Angela Lacarbonara |














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