Martina Franca: Tancredi e i giochi spezzati
Guerra e Pace, titolo scelto da Silvia Colasanti per la sua prima edizione da direttrice artistica del Festival della Valle d’Itria, non è, se non in parte, un omaggio a Tolstoj, ma un orientamento preciso: portare lo sguardo dell’opera lirica sul crinale fragile tra distruzione e ricostruzione, conflitto e riconciliazione, potere e umanità. Un filo tematico che attraversa il programma senza chiudersi nella mera attualizzazione, ma interrogando la forma stessa del teatro musicale come spazio in cui la tensione tra violenza e bellezza, storia e memoria, trova voce e corpo.
In questo contesto, il Tancredi rossiniano, proposto con entrambi i finali, si offre come opera-simbolo: doppia nel destino, unitaria nella domanda.
Le vicende dell’eroe siracusano sono tornate a vibrare di tutta la sua forza tragica e poetica in una nuova produzione che non si limita a restituire con intelligenza il capolavoro del pesarese, ma lo proietta nel nostro tempo con una lucidità e una sensibilità non comuni. Merito di ciò è da scriversi soprattutto della regia ispirata e intensa di Andrea Bernard, che firma uno spettacolo di rara coerenza visiva e drammaturgica, in grado di parlare con urgenza al nostro presente.
Al centro dell’allestimento, un’idea semplice e potente: ambientare la vicenda in un parco giochi devastato dalle bombe e diviso da inferriate, luogo dell’infanzia violato dalla brutalità del conflitto, dove tutto è già accaduto e la guerra ha lasciato solo macerie.
Un paesaggio sospeso concreto e simbolico insieme – ma il richiamo a Gaza è contundente –,che non ha bisogno di parole per evocare la perdita dell’innocenza, il dolore del singolo che si fa eco di un dolore collettivo.
Bernard, con straordinario intuito teatrale, osserva il dramma attraverso lo sguardo di un bambino – un piccolo figurante muto, il bravissimo Carlo Buonfrate, ma presente, corpo estraneo e rivelatore – capace di filtrare la realtà con quella innocenza che trasforma la morte in possibilità, la tragedia in rinascita.
È proprio questo sguardo a rendere organica e necessaria la convivenza dei due finali che Rossini compose per il suo Tancredi: quello tragico di Ferrara, dove l’eroe soccombe e quello lieto di Venezia – il primo –, in cui invece sopravvive; due epiloghi che non si escludono, ma si completano, aprendo alla riflessione sul potere della narrazione, sulla sua capacità di proporre alternative, anche solo immaginate, alla brutalità della storia.
Bernard non forza la mano, ma costruisce con rigore e delicatezza un doppio piano di lettura che rende il finale felice non un’illusione, ma una possibilità etica, un atto di resistenza affidata ancora una volta al bambino che, incapace di accettare la morte del bene erompe in in “NO” nel quale si ritrova tutto il ripudio del male e, con l’aiuto del suo Superman giocattolo, riporta in vita Tancredi.
Sostenuta da una scenografia di forte impatto firmata da Giuseppe Stellato, che trasforma i giochi infantili in rovine eloquenti, e dal disegno luci poetico e inquieto di Pasquale Mari, la messinscena si avvale anche dei bei costumi di Ilaria Ariemme, capaci di restituire la sospensione temporale evocata dal regista parlando di una guerra senza tempo e senza nome.
La direzione di Sesto Quatrini, alla guida della non sempre impeccabile Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, è viva, partecipe, attenta a cogliere sia la trasparenza timbrica che la tensione drammatica della partitura.
Quatrini dosa con intelligenza l’impeto e la malinconia, i chiaroscuri e i momenti di virtuosismo puro, senza mai perdere il controllo dell’arco narrativo, né nelle sezioni corali – ben sostenute dal L.A. Chorus e dal Lucania & Apulia Chorus, che canta bene e recita ancor meglio, preparato da Luigi Leo – né nelle delicatezze più intime.
Yulia Vakula offre un Tancredi di grande autorità vocale e presenza scenica: la linea di canto è ampia, sempre sostenuta, con un fraseggio scolpito e ben meditato.
Francesca Pia Vitale – voce freschissima – è una Amenaide dolente e luminosa, capace di dar corpo alle mutevoli sfaccettature del personaggio con tecnica sicura e ammirevole partecipazione emotiva.
Dave Monaco è un Argirio autorevole, saldo nell’emissione, caleidoscopico nei colori e incisivo nelle colorature, mentre Adolfo Corrado – basso dai mezzi doviziosi – disegna un Orbazzano di solido rilievo vocale.
Completano il cast con efficacia Giulia Alletto, buon Roggiero, e Hinano Yorimitsu nel ruolo di Isaura.
Successo pieno e meritato per tutti.
Alessandro Cammarano
(27 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Sesto Quatrini |
| Regia | Andrea Bernard |
| Scene | Giuseppe Stellato |
| Costumi | Ilaria Ariemme |
| Light designer | Pasquale Mari |
| Personaggi e interpreti: | |
| Argirio | Dave Monaco |
| Tancredi | Yulia Vakula |
| Orbazzano | Adolfo Corrado |
| Amenaide | Francesca Pia Vitale |
| Isaura | Hinano Yorimitsu |
| Roggiero | Giulia Alletto |
| Figuranti | Vito Blasi, Daniele Nardelli, Angelo Passiatore, Aleksandra Rutkowska |
| Figurante bambino | Carlo Buonfrate |
| Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala | |
| L.A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus | |
| Maestro del Coro | Luigi Leo |














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