Massa: al Teatro Guglielmi rinasce Amalia e Carlo
Le riscoperte operistiche sono solitamente appannaggio dei grandi festival lirici (Pesaro, Bergamo et similia), dei teatri dalle spalle coperte o di quelli cui piace rischiare, al di là d’ogni “provincialità”. Così, il Comune di Massa, col suo Teatro Gugliemi – ben lungi dall’essere crocevia di strade musical-operistiche note – e il Conservatorio G. Puccini di La Spezia, in collaborazione con la Florida Atlantic University, hanno giocato bene, se non benissimo, le loro carte, nei fatti vincendo una scommessa dai presupposti curiosi e felici ma nel complesso assai rischiosi.
Tutto prende avvio dalla tesi della Dottoressa Barbara Salani, La rinascita di note perdute: l’opera Amalia e Carlo, in cui la caparbia musicologa, anima imprescindibile dell’intera operazione, presenta il recupero di un’opera semiseria del 1812, di Pietro Carlo Guglielmi – figlio del più celebre Pietro Alessandro – su libretto di Andrea Leone Tottola, nata nel Regno di Napoli durante il cosiddetto Decennio Francese. La ricerca filologica ha avuto un che di avventuroso, così distribuita tra l’Italia e l’estero, con la missione di ricomporre il libretto e ricucire assieme i vari manoscritti musicali, come il Primo Atto, rinvenuto nel Castello di Castiglione delle Terziere, nella Lunigiana profonda, ed altri trovati nello scrigno di bellezze perdute che è il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. L’edizione critica ha così dato alla luce un’opera bella che finita, pronta per andare in scena, un impasto sonoro con un’identità precisa, pur nell’eco mai sopita di evidenti guizzi mozartiani, in parte rossiniani, perfino cherubiniani, debitrice verso la tradizione napoletana settecentesca, come dimostrato dalla presenza del basso buffo napoletano, dialettale, ad unire socialmente e drammaturgicamente popolo e aristocrazia.
Ciò che stupisce, però, e che ha reso l’operazione ancora più ardua, è l’impiego di tante parti in prosa pura, italiana e napoletana, a sottolineare un gusto ed una pratica teatrale importati e promossi dalla dominazione francese, in linea con i modelli già assodati dell’opéra-comique: al di là degli ovvi limiti, involontariamente comici (ma, in fondo, l’obbiettivo era quello), tra recitazione acerba e frasi dimenticate, storpiate o totalmente riviste dagli artisti (nel cast diversi parlanti inglese), c’è da togliersi il cappello davanti alla tenacia degli interpreti, che si sono sforzati di restituire l’opera nella sua interezza, senza tirarsi indietro (quando ancora, nei grandi teatri, Carmen viene sciaguratamente eseguita nella versione coi recitativi musicati da Guiraud).
Il cast si adopra con ogni mezzo, orientandosi in una partitura, ad un primo ascolto, non delle più semplici: recitativi che alternano con scioltezza toni drammatici a tragicomici, cavatine piene di finezze espressive e vocali, accenti ora brillanti ora dolorosi, richiesta di un bagaglio tecnico spigliato, tra colorature e preziosismi vari (il soprano ha due grandi arie faticose, mentre il tenore deve salire e scendere con fare quasi baritenorile). Patrizia Cigna, Amalia, al di là di qualche asperità timbrica, risolve la parte con intelligenza e gusto, mentre Roberto Jachini Virgili, Carlo, inizia in sordina, sbiancando un po’ le note, poi trovando via via la quadra e mostrando un’apprezzabile estensione vocale; buone le prova di Arabella Kramer, Giulia, e Enrica Rouby, Geltrude; mattatore della serata, in forza della verve scenica e della scioltezza linguistica, il Marchese Bottifazio di Danilo Paludi; più centrati vocalmente che stilisticamente (libretto un po’ perso per strada) Matthew Escobar, Mitchell Hutchings e Carson Carter (Gasperino, Conte Onorio e Checco). Essenziale ma valida la prova della pur sparuta Corale Guglielmi.
Sorprendente il suono levigato e chiaro dell’Orchestra del Conservatorio G. Puccini che, eccettuati alcuni birignai degli ottoni, produce un amalgama orchestrale denso, coadiuvato da un’acustica felice e dalla bacchetta di sicuro mestiere di Giovanni Di Stefano, che non solo va al sodo, con l’obbiettivo raggiunto di tenere tutto insieme, ma pure si prodiga in una ricerca coloristica efficace.
Meno efficace la regia impalpabile di Alessandra Bianchettin e Asya Fusani: e sì che di materiale ce ne sarebbe, con la villanella Amalia sposata in gran segreto da sei anni col nobile Carlo (hanno due figli), col di lui padre che prima lo imprigiona e poi promette sposo a Giulia, la quale ama di nascosto il falso servo, Gasperino, nobile sotto mentite spoglie, e il di lei padre, napoletano doc, all’oscuro di tutto; ad ogni modo lo sforzo è stato ripagato: teatro esaurito e applausi scroscianti.
Mattia Marino Merlo
(12 settembre 2025)
La locandina
| Direttore | Giovanni Di Stefano |
| Regia, scene e costumi | Alessandra Bianchettin e Asya Fusani |
| Acting coach | Andrea Battistini |
| Personaggi e interpreti: | |
| Amalia | Patrizia Cigna |
| Carlo | Roberto Jachini Virgili |
| Giulia | Arabella Kramer |
| Franco di Monverd | Matthew Escobar |
| Conte Onorio Ambrogi | Mitchell Hutchings |
| Marchese Bottifazio Napolitano | Danilo Paludi |
| Geltrude | Enrica Rouby |
| Checco | Carson Carter |
| Malnato | Simone Emili |
| Enrico (Onorio) e Matilde | Nicholas Cattani e Mia Morini |
| Coro di Armigeri | Corale Guglielmi – – Paolo Biancalana, Leonardo Castellani, Mirco Felici, Marco Marchini, Andrea Pardini, Alessandro Poletti e Giorgio Tamburelli |
| Orchestra del Conservatorio Puccini La Spezia | |
| Maestro del Coro | Paolo Biancalana |










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