Maximiliano Danta: la libertà e la parola nel canto barocco

Alla vigilia della prima del Giustino di Antonio Vivaldi alle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, abbiamo incontrato il controtenore uruguayano Maximiliano Danta, interprete del ruolo di Anastasio.
Vincitore del prestigioso Concorso Cesti nel 2024, Danta si distingue per un percorso artistico che unisce il canto rinascimentale e barocco a un’intensa attività concertistica internazionale. In questa conversazione, ci racconta il suo approccio al repertorio vivaldiano, il valore della parola nel canto e la libertà creativa che contraddistingue la musica del primo barocco

  • Lei è nato in Uruguay e ha sviluppato la sua formazione tra il Sud America e l’Italia, specializzandosi in Canto Rinascimentale e Barocco con maestri come Roberto Balconi e Andrea Marchiol. In che modo questi due mondi culturali hanno influenzato il suo approccio a un personaggio come Anastasio nel Giustino di Vivaldi?

Studiare in Italia significa respirare questa musica nella sua lingua naturale: la lingua dell’opera. Questo mi permette di acquisire sempre maggiore consapevolezza del valore delle parole, del contenuto e del loro significato. Alla fine, noi cantanti siamo interpreti e attori: il testo non è solo una struttura metrica, ma un veicolo di senso.
Gran parte di questa consapevolezza la devo al mio maestro, Roberto Balconi, che purtroppo non è più con noi. Con lui ho lavorato molto sul valore della parola, sulle strutture poetiche e su come i compositori rispettassero questo aspetto nella musica. È un principio che oggi può sembrare ovvio, ma che talvolta rischiamo di dimenticare: prima vengono le parole, poi la musica.

  • La sua carriera lo ha portato su palcoscenici come il Konzerthaus di Vienna, il Müpa di Budapest o l’Auditorium Alfredo Kraus di Gran Canaria, collaborando con direttori quali Ottavio Dantone e Gabriel Garrido. Quali esperienze di questo percorso considera decisive per affrontare il virtuosismo e l’espressività di Vivaldi?

Una tappa cruciale è stata lo scorso febbraio, quando ho dovuto sostituire all’ultimo momento un collega in Giulio Cesare di Händel, cantando il ruolo di Sesto. Ho avuto la prova generale la mattina e lo spettacolo la sera, senza aver mai debuttato nel personaggio. È stata una vera prova di resistenza e concentrazione.
Quell’esperienza mi ha fatto capire che posso lavorare sotto pressione, a patto di avere un “backup” solido: uno studio approfondito e una preparazione tecnica che mi permettano di affrontare anche le situazioni più estreme.
Ogni volta che salgo sul palco — che per me è un luogo quasi sacro — porto con me questa consapevolezza.

  • Ha interpretato un’ampia gamma di ruoli barocchi, da Sesto nel Giulio Cesare alla Morte in La Morte delusa. Quali caratteristiche ha riscontrato nella scrittura vocale di Vivaldi per Anastasio nel Giustino?

Anastasio è un personaggio di grande sensibilità. Ad ogni prova scopro nuove sfumature, perché la scrittura di Vivaldi lascia emergere emozioni che non si ritrovano negli altri personaggi dell’opera. È come se Anastasio aprisse il proprio cuore: lo si sente in arie come Vedrò con mio diletto, che molti interpretano come malinconica, ma che io percepisco come profondamente speranzosa.
La scrittura richiede un legato impeccabile, un’intonazione accuratissima e un controllo espressivo costante. È una sfida tecnica e interpretativa allo stesso tempo.

  • Il suo repertorio spazia dall’opera alla musica sacra, da Bach a Vivaldi. Come influisce questa doppia dimensione sul suo modo di costruire un personaggio scenico?

L’esperienza nella musica sacra, che ha segnato soprattutto i miei primi anni di carriera, mi ha dato una base tecnica molto esigente. Cantare messe, passioni e oratori richiede rigore, controllo e resistenza. Oggi, con più opportunità teatrali, mi rendo conto di come queste competenze mi abbiano formato e di quanto arricchiscano il mio lavoro scenico.
Non vedo la musica sacra e quella teatrale come mondi separati: si completano, e ciascuna mi fornisce strumenti interpretativi che posso trasferire nell’altra.

  • Oltre a essere cantante, è polistrumentista e guida il suo ensemble L’Humana Fragilità. Cosa apporta questa dimensione alla sua comprensione della musica barocca e, in particolare, all’interpretazione del Giustino?

Per me la musica barocca è sinonimo di libertà. Come un artista visivo sceglie olio, acquerello o scultura, così il musicista barocco può combinare timbri e strumenti in modo creativo, pur restando fedele alla prassi storica.
Suonare diversi strumenti mi permette di “dipingere” con la voce in modi sempre nuovi: magari uso il lirone solo per poche battute, poi passo alla tiorba, e infine alla voce per dire una frase in maniera diversa. Non vedo il polistrumentismo come un virtuosismo fine a sé stesso, ma come un mezzo al servizio della storia che vogliamo raccontare.
Questa libertà creativa è un’eredità che devo ai miei maestri, che mi hanno insegnato non solo le regole, ma anche come scegliere consapevolmente quando e come superarle.

Alessandro Cammarano

Deutsche Überseztung

Maximiliano Danta: Freiheit und Wort in der barocken Gesangskunst

Am Vorabend der Premiere von Antonio Vivaldis Giustino bei den Innsbrucker Festwochen der Alten Musik trafen wir den uruguayischen Countertenor Maximiliano Danta, der die Rolle des Anastasio interpretiert. Als Gewinner des renommierten Cesti-Wettbewerbs 2024 zeichnet sich Danta durch einen künstlerischen Werdegang aus, der Renaissance- und Barockgesang mit einer intensiven internationalen Konzerttätigkeit verbindet. Im Gespräch erzählt er von seinem Zugang zum Vivaldi-Repertoire, der Bedeutung des Wortes im Gesang und der kreativen Freiheit, die die Musik des Frühbarocks prägt.

  • Sie wurden in Uruguay geboren und haben Ihre Ausbildung zwischen Südamerika und Italien absolviert, mit einer Spezialisierung auf Renaissance- und Barockgesang bei Lehrern wie Roberto Balconi und Andrea Marchiol. Wie haben diese beiden kulturellen Welten Ihren Ansatz für eine Figur wie Anastasio in Vivaldis Giustino beeinflusst?

In Italien zu studieren bedeutet, diese Musik in ihrer natürlichen Sprache zu atmen: der Sprache der Oper. Das ermöglicht mir, ein tieferes Bewusstsein für den Wert der Worte, ihren Inhalt und ihre Bedeutung zu entwickeln. Schließlich sind wir Sänger auch Interpreten und Schauspieler: Der Text ist nicht nur ein metrisches Gerüst, sondern ein Träger von Sinn.
Vieles von diesem Bewusstsein verdanke ich meinem Lehrer Roberto Balconi, der leider nicht mehr unter uns ist. Mit ihm arbeitete ich intensiv an der Bedeutung des Wortes, an poetischen Strukturen und daran, wie Komponisten diesen Aspekt in ihrer Musik respektierten. Es ist ein Prinzip, das heute selbstverständlich erscheinen mag, aber manchmal droht in Vergessenheit zu geraten: Zuerst kommen die Worte, dann die Musik.

  • Ihre Karriere führte Sie auf Bühnen wie das Wiener Konzerthaus, das Müpa in Budapest oder das Auditorio Alfredo Kraus auf Gran Canaria, in Zusammenarbeit mit Dirigenten wie Ottavio Dantone und Gabriel Garrido. Welche Erfahrungen aus diesem Weg waren entscheidend, um Vivaldis Virtuosität und Ausdruckskraft zu meistern?

Ein entscheidender Moment war im vergangenen Februar, als ich kurzfristig einen Kollegen in Händels Giulio Cesare ersetzen musste und die Rolle des Sesto sang. Ich hatte die Generalprobe am Vormittag und die Vorstellung am Abend – ohne jemals zuvor in dieser Rolle debütiert zu haben. Es war eine echte Prüfung von Ausdauer und Konzentration.
Diese Erfahrung hat mir gezeigt, dass ich unter Druck arbeiten kann, solange ich ein solides „Backup“ habe: ein gründliches Studium und eine technische Vorbereitung, die es mir ermöglichen, auch extreme Situationen zu meistern. Jedes Mal, wenn ich die Bühne betrete – für mich ein fast heiliger Ort – trage ich dieses Bewusstsein in mir

  • Sie haben eine breite Palette barocker Rollen interpretiert, von Sesto in Giulio Cesare bis zum Tod in La Morte delusa. Welche Merkmale sind Ihnen in Vivaldis Vokalsprache für Anastasio in Giustino aufgefallen?

Anastasio ist eine Figur von großer Sensibilität. In jeder Probe entdecke ich neue Nuancen, denn Vivaldis Komposition lässt Emotionen hervortreten, die man bei den anderen Charakteren der Oper nicht findet. Es ist, als öffne Anastasio sein Herz – hörbar in Arien wie Vedrò con mio diletto, die viele als melancholisch interpretieren, die ich jedoch als zutiefst hoffnungsvoll empfinde.
Die Partitur erfordert makellose Legatotechnik, äußerst präzise Intonation und eine konstante Ausdruckskontrolle. Es ist eine technische wie interpretatorische Herausforderung.

  • Ihr Repertoire reicht von Oper bis zur geistlichen Musik, von Bach bis Vivaldi. Wie beeinflusst diese doppelte Dimension Ihre Herangehensweise an szenische Charaktere?

Die Erfahrung mit geistlicher Musik, die besonders meine frühen Karrierejahre prägte, hat mir eine sehr anspruchsvolle technische Grundlage gegeben. Messen, Passionen und Oratorien zu singen erfordert Disziplin, Kontrolle und Ausdauer. Heute, mit mehr Theatererfahrungen, erkenne ich, wie sehr mich diese Kompetenzen geprägt haben und mein szenisches Arbeiten bereichern.
Ich sehe geistliche und theatrale Musik nicht als getrennte Welten: Sie ergänzen sich, und jede vermittelt mir interpretatorische Werkzeuge, die ich in die andere übertragen kann.

  • Neben Ihrer Tätigkeit als Sänger sind Sie Multiinstrumentalist und leiten Ihr eigenes Ensemble L’Humana Fragilità. Was trägt diese Dimension zu Ihrem Verständnis der Barockmusik und insbesondere zur Interpretation von Giustino bei?

Für mich ist Barockmusik ein Synonym für Freiheit. Wie ein bildender Künstler zwischen Öl, Aquarell oder Skulptur wählt, kann der Barockmusiker Klangfarben und Instrumente kreativ kombinieren, ohne die historische Aufführungspraxis zu vernachlässigen.
Das Spielen verschiedener Instrumente ermöglicht es mir, mit der Stimme immer neue „Farben“ zu malen: Vielleicht verwende ich das Lirone nur für ein paar Takte, wechsle dann zur Theorbe und schließlich zur Stimme, um einen Satz anders zu gestalten. Ich sehe das Multiinstrumentalspiel nicht als Selbstzweck, sondern als Mittel im Dienst der Geschichte, die wir erzählen wollen.
Diese kreative Freiheit ist ein Erbe meiner Lehrer, die mir nicht nur die Regeln beigebracht haben, sondern auch, wie man bewusst entscheidet, wann und wie man sie überschreiten kann.

Alessandro Cammarano

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