Michele Spotti: giovane promessa tra le bacchette europee

In occasione dell’ultimo Festival della Valle d’Itria, dove era impegnato nella direzione del Matrimonio segreto di Cimarosa, Alessandro Cammarano ha avuto modo di incontrare e porre qualche domanda a Michele Spotti: giovane direttore venticinquenne dalle idee chiare e con voglia di crescere.

  • Si può dire in qualche maniera che tu appartieni alla categoria degli “enfant prodige” contando quanti anni hai e quanto hai già fatto?

Beh sicuramente diciamo che essere un po’ precoce negli studi ha aiutato molto; devo ringraziare soprattutto i miei genitori e mia nonna che a tre anni mi hanno messo sul cammino della musica. Ho cominciato con il violino e il pianoforte, ma con già un occhio alla direzione d’orchestra, quindi diciamo che poi le cose sono venute di conseguenza anche grazie a una costanza che ho cercato di mantenere fino ad adesso che terrò sicuramente nei prossimi anni.

  • I tuoi maestri di direzione?

Il mio maestro assoluto è Daniele Agiman, che è docente al conservatorio di Milano a cui devo tutto perché è stato anche il mio mentore per quanto riguarda la passione per l’opera lirica, e anche tecnicamente mi ha dato molta sicurezza e molte basi da cui potere ben partire.  Altra figura essenziale per me è stato Alberto Zedda con il quale ho condiviso momenti bellissimi e che mi ha dato un’impronta rossiniana decisamente notevole. Poi ho studiato a Ginevra con Laurent Gay e all’Accademia Chigiana con il maestro Gianluigi Gelmetti.

  • E sei arrivato secondo – con il primo premio non assegnato, quindi di fatto una vittoria – al Primo Concorso internazionale per direttori d’orchestra d’opera dell’Opera Royale de Wallonie di Liegi; raccontaci un po’ di questa esperienza.

Si è trattato sicuramente di un’esperienza emblematica perché nel post concorso sono rimasto a letto per una settimana. È stata un’emozione grande anche perché eravamo più di centosessanta candidati, all’inizio con prove eliminatorie ogni due-tre giorni, prima con l’orchestra poi con il pianoforte poi ancora prove di sala (quindi tipi di prove variegate) con anche tre opere molto complesse sia dal punto di vista musicale che proprio anche dal punto di vista tecnico come Carmen, Bohème e Falstaff. Quindi diciamo che è stata un’esperienza meravigliosa che mi ha aiutato a crescere sia come musicista che come uomo e poi sicuramente la vittoria del premio ha sicuramente dato un input, un’accelerata a quella che sta cominciando ad essere una carriera.

  • Tu hai già avuto modo di dirigere orchestre prestigiose, quanto un’orchestra aiuta un giovane direttore a crescere?

Ci sono tantissime variabili. Un’ottima orchestra è indubbiamente un aiuto per il direttore per capire quanto si possa lasciare suonare l’orchestra, perché spesso l’errore che fanno i giovani direttori – dei quali assolutamente faccio parte – è quello di pretendere troppo, un po’ come un cavallo quando tieni troppo le redini e il cavallo si imbizzarrisce o comunque si innervosisce. Con le grandi orchestre come ad esempio quella di Lione, tanto per citarne una, hai la possibilità di lasciar suonare e questa è una cosa meravigliosa anche perché puoi capire il ruolo del direttore d’orchestra; cioè non è più quello che accadeva negli anni passati, ma soprattutto con il modernizzarsi dell’orchestra il direttore dev’essere una guida musicale che permetta all’orchestra di respirare insieme a lui stesso ma anche insieme al palco.

  • Hai già identificato un tuo repertorio di elezione?

Una domanda un po’ complessa anche se diciamo che ho le mie preferenze. Per quanto riguarda il repertorio belcantistico italiano: Rossini, Donizetti, Bellini e poi sono un ‘amante di Verdi (questo è abbastanza scontato). Diciamo che per quanto riguarda il repertorio pucciniano e mozartiano – e con quest’ultimo intendo anche Cimarosa – sono ancora in fase di scoperta e vedremo un po’ come la cosa evolverà negli anni a venire, anche se paradossalmente, il repertorio mozartiano è quello che fa più parte del mio background culturale venendo dal violino ed essendo amante di Haydn.

  • E per quanto riguarda il repertorio sinfonico?

Nel repertorio sinfonico cerco di spaziare il più possibile. Le basi sono appunto le sinfonie di Mozart e Haydn, con le quali si può far lavorare l’orchestra, infatti il mio primo approccio con un’orchestra dev’essere assolutamente un primo imprinting mozartiano-haydeniano. Per il resto sono un’amante delle sinfonie di Brahms, Schumann, Čajkovskij; sono questi i miei tre autori prediletti. Però spazio anche al novecento e ad autori un po’ meno conosciuti. Sono un’amante di Stravinsky e il mio sogno è dirigere “La sagra della primavera”.

  • Hai recentemente diretto “Il Matrimonio Segreto” al Festival della Valle d’Itria di Martina Franca, spettacolo riuscitissimo anche grazie alla chimica tra buca e palcoscenico. Com’è per un direttore venticinquenne lavorare con Pier Luigi Pizzi, un ragazzo di ottantanove anni che ha visto e fatto di tutto e che ha ancora voglia d mettersi in discussione?

Lavorare con un semi-dio come il maestro Pizzi è stato incredibile, una presa di coscienza per me, una maturazione che mi fa tacere nei momenti di stanchezza perché il Maestro Pizzi sembra non dimostrarne mai, soprattutto durante le prove. Questo mi porta a ripensare il termine “risparmio”, che certi colleghi o addetti al settore usano, e non dovrebbe esistere se si affronta veramente la musica con passione. Ho un ricordo del Maestro Zedda, in età simile a quella del Maestro Pizzi, in cui diresse l’Ermione di Rossini al teatro di Lione senza un momento in cui non avesse la massima intensità, la massima carica anche se poi, una volta sceso dal podio, quasi dovevo sorreggerlo. Vedere il Maestro Pizzi non mollare un minuto durante le prove, sempre attento ad ogni mia richiesta o domanda e pronto con una risposta o variegate risposte. Una fonte d’ispirazione per gli anni a venire.

  • È stata quindi anche una bella osmosi.

 Assolutamente. Un rispetto reciproco e soprattutto un rispetto dei ruoli che oggi come oggi diventa sempre più raro senza forzare la mano. Avevo un po’ di timore reverenziale all’inizio per una personalità teatrale del genere, timore che si è disssolto immediatamente dopo pochi minuti perché mi ha chiesto di non chiamarlo “Maestro Pizzi” ma “Pier Luigi”, quindi ho capito subito in che direzione si stesse andando.

  • Un “tu” che non è mancanza di rispetto ma è maggiore intimità in qualche maniera.

Diciamo che innanzitutto il Maestro Pizzi conosce la musica, e questo è fondamentale perché spesso certe idee registiche sono solo supportate da una conoscenza del libretto e quindi non si conoscono le difficoltà di particolari momenti musicali; si vedano i finali dell’opera di Cimarosa in particolare che sono complessi anche dal punto di vista vocale e strumentale. La conoscenza della partitura permette una maggiore interazione con il direttore e anche un maggiore consapevolezza di dove poter inserire degli elementi più semplici a livello scenico senza andare a toccare i punti critici dello spettacolo.

  • Hai lavorato già con vari registi, in che rapporto sei con il teatro di regia tanto osteggiato dai melomani tradizionalisti?

Mi ci sono trovato in mezzo. Ho un criterio di valutazione personale, nel senso che per me a prescindere da come una regia sia intesa – moderna o classica – deve essere funzionale. Una regia funzionale è una regia che aiuta la musica ad esprimersi, quindi una regia seppur moderna ma che ha una coscienza musicale congrua la ritengo interessante e comincio a valutarla. Una regia che mi fa comparire una cantante appesa in alto, di spalle, non la ritengo congrua perché la ritengo anti-musicale. Quindi il mio primo criterio prima di giudicare comunque le idee di un regista è valutare il rispetto della parte musicale.

Alessandro Cammarano

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