Milano: alla Scala Macbeth è in 4K

La Scala ritrovata dedica sei minuti di applausi, i più convinti di tutta la serata, al Presidente Mattarella al suo affacciarsi al palco delle autorità; a lui – e solo a lui – il pubblico chiede a gran voce un “bis”.

Il rito ambrosiano – interrotto lo scorso anno dall’emergenza pandemica – si compie in un tripudio di fiori, offerti da Giorgio Armani, che decorano la sala con un’opulenza che rimanda ad inaugurazioni di decenni passati e aiutano a stemperare la timidezza a tratti un po’ imbarazzata di un pubblico che non sa come salutarsi e talvolta stenta a riconoscersi dietro le mascherine assurte però a complemento d’abbigliamento.

Il titolo scelto – Macbeth – chiude la trilogia verdiana che aveva visto rappresentati negli scorsi anni Giovanna d’Arco e Attila e il risultato è “interlocutorio”.

La “Premiata Ditta” Chailly-Livermore, giunta al suo quarto Sant’Ambrogio consecutivo, convince a metà e per la prima volta il dissenso del pubblico – non solo del loggione – nei confronti del regista si fa sentire forte e chiaro e non senza qualche ragione.

Quello che funziona poco nell’allestimento ipertecnologico – le risorse del palcoscenico scaligero sono sfruttate come non mai, e questo è un punto decisamente a favore – proposto da Livermore somiglia più ad una giustapposizione di idee senza che nessuna di esse diventi trainante.
Il nodo centrale sia in Shakespeare che in Verdi-Piave non è il Potere ma il Sovrannaturale e qui, duole dirlo, è proprio quest’ultimo a mancare.

L’allestimento contemporaneo-futuribile sarebbe del tutto degno di condivisione con le sue atmosfere stranianti che si rifanno un po’ a Blade Runner e moltissimo a Gangs of London e a Peaky Blinders – la scena iniziale che trasforma una battaglia in uno spietato regolamento di conti tra bande è davvero efficace – sarebbe azzeccato ma finisce per ripetersi in un andare e venire di un ascensore-prigione e in gesti non poi così efficaci.

Se le scene di Giò Forma, in perfetto equilibrio tra Decò e razionalismo urbano, e i costumi perfetti di Gianluca Falaschi convincono, i video di D-Wok pur nella nitidezza dell’Alta Definizione finiscono per diventare nulla più di un sofisticato ma distraente screensaver.

Di grande impatto le coreografie di Daniel Ezralow, che nei Ballabili fa danzare anche la Lady trasformata in una sorta di menade infernale.

Il tutto fa pensare che lo spettacolo sia stato concepito più per il pubblico televisivo – mesi di streaming forzato qualche effetto lo dovevano pur produrre – che per quello in sala; un giusto equilibrio non avrebbe guastato.

Nessuno – eccezion fatta per le prefiche del “povero Verdi” o i “custodi della tradizione – vuole tornare ai fondali dipinti o alle caccole di tradizione, sia ben chiaro, ma la modernità va accompagnata con idee drammaturgiche forti che in questa occasione sono di fatto mancate.

Riccardo Chailly – con lui un’orchestra luminosa – concerta con bel piglio e una certa ferrigna ruvidezza che mette in risalto le asprezze timbriche della partitura operando anche scelte ritmiche e dinamiche ben ponderate, aprendosi al contempo a sapidi slanci melodici. Al pari di altre occasioni rimane però nell’ascoltatore l’impressione che manchi lo scatto definitivo capace di rendere memorabile un’esecuzione, come se all’ultimo miglio di una gara si decidesse di tirare i remi in barca accontentandosi del secondo posto.

Nel ruolo-titolo giganteggia Luca Salsi che disegna il suo Macbeth attraverso un canto tutto a fior di labbra, senza forzature e lavorando di cesello sul fraseggio tanto da rendere pienamente la natura violenta ed insieme fragile del personaggio.

Partenza in salita per Anna Netrebko, “beccata” un po’ troppo duramente da due loggionisti alla fine dell’aria e cabaletta d’ingresso, capace però di un riscatto compiutosi nel corso della serata culminando in una scena del sonnambulismo cantata in maniera impeccabile. La vera sorpresa è la sua capacità tersicorea nel corso del balletto.

Ildar Abdrazakov è Banco dolente e meditabondo, tutto giocato su una voce sontuosa e una gamma di colori ben calibrata.

Ottimo il Macduff di Francesco Meli, poggiato su una linea di canto cristallina così come altrettanto buono è il Malcom di Iván Ayón Rivas che finalmente ne fa un uomo vero e non una mammola sperduta.

Nelle parti di contorno spiccano la Dama extralusso di Chiara Isotton e il Medico impeccabile di Andrea Pellegrini.

Completano con onore il cast le tre Apparizioni – Costantino Finucci, Bianca Casertano e Rebecca Luoni – insieme a Leonardo Galeazzi come Medico e Guillermo Bussolini nei panni del Sicario.

Il coro, ben preparato da Alberto Malazzi, canta bene ­– soprattutto nelle sezioni maschili – e si disimpegna assai bene nei movimenti coreografici.

Quindici minuti di applausi cordiali – con ovazioni per Salsi, Meli e Abdrazakov – e i dissensi di cui si è già detto.

Alessandro Cammarano
(7dicembre 2021)

La locandina

DirettoreRiccardo Chailly
RegiaDavide Livermore
SceneGiò Forma
CostumiGianluca Falaschi
LuciAntonio Castro
VideoD-Wok
CoreografiaDaniel Ezralow
Personaggi e interpreti:
MacbethLuca Salsi
BancoIldar Abdrazakov
Lady MacbethAnna Netrebko
Dama di Lady MacbethChiara Isotton
MacduffFrancesco Meli
MalcolmIván Ayón Rivas
MedicoAndrea Pellegrini
DomesticoLeonardo Galeazzi
SicarioGuillermo Bussolini
1° apparizioneCostantino Finucci
2° apparizioneBianca Casertano
3° apparizioneRebecca Luoni
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro del coroAlberto Malazzi

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