Milano: Barbara Hannigan stravolge la Scala

Il programma del concerto dell’Orchestra Filarmonica della Scala dello scorso 26 ottobre è stato di raffinatezza quasi insostenibile: Strauss, Metamorphosen, e Poulenc, La voix humaine. Senza intervallo e con il debutto in teatro di Barbara Hannigan.

I biglietti sono quasi tutti esauriti già il giorno prima. Al netto di abbonati e turisti il pubblico è da grande occasione: la senatrice Segre, Sir Simon Rattle, Robert Carsen, solo per fare qualcuno tra i nomi di maggior lustro.

E il concerto è di memorabile bellezza.

La prima parte sarebbe ordinaria, con Hannigan che dirige i 23 solisti dando le spalle al pubblico, se non fosse che straordinaria è l’eleganza del gesto, e la perizia con cui la direttrice dipana e dispiega le strutture più sottili della complessa partitura. Un rischiarare le strutture contrappuntistiche che non è mero esercizio analitico ma lettura appassionata del materiale armonico, modellando l’arco narrativo interno e espandendolo a coprire l’intero dittico dell’impaginato. Un percorso quasi psicanalitico, o auto analitico, secondo la lezione suggerita nelle note di sala, e infatti la tensione musicale straborda dalle Metamorphosen per riversarsi nella Voix.

Qui la performance è inusuale: la direttrice, anche nel ruolo di cantante, e con Denis Guéguin e Clemens Malinowski firma anche regia e video, fronteggia il pubblico grazie ad un sistema di telecamere che ne proietta il volto sul grande telo alle spalle dell’orchestra.

Il telo con le proiezioni da una parte consente il raro privilegio di poter seguire dal pubblico quel che normalmente è suprema delizia riservata ai professori d’orchestra, e cioè la mimica di chi dirige, e dall’altro si rivela un mirabile specchio di Armida che fa di intrecci di mani, primissimi piani su dettagli – ora la bocca, ora gli occhi – ed effetti deformanti un controcanto audace ma sempre pertinente. E la completezza dell’artista si estende anche alla rappresentazione stricto sensu teatrale del lavoro: quel movimento direttoriale che accennava alla danza nella prima parte, in cui il moto delle mani e delle braccia non abbandona mai il tactus, con Poulenc si fa movimento scenico, il podio assume le fattezze di un intero palco, il contatto col pubblico è costante e intimo. Il merito tecnico spetta senz’altro anche alle proiezioni live video di Clemens Malinowski.

La forza espressiva che ne deriva è impetuosa: l’orchestra non perde mai il contatto con il gesto della Hannigan, anche quando il movimento teatrale sembra interrompere il fluire della musica, perché l’abilità dell’interprete filtra persino dall’apparente sua immobilità.

Dal punto di vista vocale l’interpretazione è elegantissima. Pur con qualche piccolissima asperità nell’amplificazione, necessaria per uno spettacolo tanto complesso e perché la cantante è pur sempre rivolta all’orchestra, il bel timbro emerge con tutte le sue sfumature in ogni registro, l’emissione è sempre esatta per peso e colore sia in relazione al libretto sia in dialogo con la parte strumentale. Il canto diventa etimologicamente incantesimo, dal quale l’intero pubblico è stregato.

Dopo il “je t’aime” finale meravigliosamente sospeso, esaurite anche le più sottili riverberazioni del suono, il teatro tributa a Barbara Hannigan e alla Filarmonica il meritato trionfo.

Giovanni Camozzi
(26 ottobre 2025)

La locandina

Direttrice, soprano e regia Barbara Hannigan
Live video e regia Clemens Malinowski
Ingegnere del suono e regia Etienne Démoulin
Orchestra Filarmonica della Scala
Programma:
Richard Strauss
Metamorphosen, Studio per 23 archi solisti
Francis Poulenc
La voix humaine. Tragedia lirica in un atto

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