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Sei in: Home1 / Recensioni2 / dal Vivo3 / Milano: Fin de partie, Kurtág e il suono del silenzio

Milano: Fin de partie, Kurtág e il suono del silenzio

Lungamente attesa, rinviata più volte, come una ninfa sfuggente va finalmente in scena, la prima opera di György Kurtág, che sceglie di mettere in scena Fin de partie, ovvero uno dei testi più ermetici e soprattutto antimusicali del teatro del Novecento e l’attesa è ripagata con interessi cospicui. Il capolavoro di Samuel Beckett vive di silenzi e di lunghi monologhi, una sfida per un compositore, vinta nel momento in cui sceglie di mettere in musica non l’intero dramma, che per giunta avrebbe portato la durata dell’opera oltre le tre ore, ma una serie di scene, le più efficaci ad essere integrate dalla musica.

Maschere grottesche che vivono una parodia tragica eppure del tutto reale della vita, personaggi che non hanno diritto neppure a un nome intero, ma solo a diminutivi monosillabici, ognuno concentrato su sé stesso ma ciascuno dipendente dagli altri, tutti impegnati nell’impresa impossibile di prolungare ciò che è già finito.

Questi i quattro personaggi creati dal genio di Beckett, che marca la loro interdipendenza con la menomazione fisica: Clov, il gregario, è zoppo, Hamm, il dominante, paralitico, Nag e Nell senza gambe e costretti a vivere in due bidoni il cui fondo di segatura prima e di sabbia poi li rende ancor più animali reclusi.

Kurtág, nei sette anni di composizione, compie un miracolo di sintesi fra la sua produzione per voce e strumenti, quella dei Kafka Fragmente per intenderci, e i lavori orchestrali di più ampio respiro melodico. L’opera cresce di scena in scena avviluppando l’ascoltatore in un flusso sonoro di intensità crescente fino al climax finale dell’ultimo monologo di Clov.

La musica di Fin de partie si sviluppa attraverso moduli tematici immediatamente riconoscibili, che rimandano al Leitmotiv wagneriano, qui ridotto ad una straniante ed essenziale asciuttezza e si aprono poi in trattenuti slanci rapsodici. La genialità di Kurtág sta nell’adattarsi al testo, senza subirlo ma al contempo lungi dallo stravolgerlo.

Pierre Audi firma uno spettacolo perfetto, lungamente provato in ogni singolo gesto, che può essere alternativamente di ampia teatralità o appena accennato o trattenuto a stento, ma che in ogni caso trasmette la forza disperata del dramma e si appoggia sulla linea della narrazione musicale. La stanza immaginata da Beckett diviene, nella scena ferrigna di Christof Hetzer (suoi anche i costumi), illuminata da tagli di luce gelida creati da Urs Schönebaum, una casetta stilizzata, quasi di bambola, contenuta a sua volta in altri accenni di casa in un moltiplicarsi di uno spazio aperto solo all’apparenza ma che invece comunica un costante senso di soffocante chiusura.

Tutto è calibrato al millimetro in un crescendo di tensione fino a sfociare nell’ultima, devastante scena, in cui Hamm, novello e ancor più tragico Wotan, brandisce il suo rampino come una lancia.

Markus Stenz alleggerisce sapientemente il peso dell’Orchestra, ampia nell’organico ma capace di suonare come un ensemble da camera, guidandola con ricchezza di spunti dinamici in un’affabulazione ininterrotta pur nella frammentarietà che la divisione in scene concluse impone.

Strepitosi i quattro protagonisti, perfetti vocalmente e scenicamente, con Frode Holsen a tratteggiare un Hamm gigantesco e spietato anche nella sconfitta, Leigh Melrose, Clov epigono di Mime, Leonardo Cortellazzi, Nagg lamentoso e Hilary Summers, Nell stranita.

Successo completo e caloroso, dopo quello della Prima, anche alla seconda recita, alla quale abbiamo assistito. Peccato per chi, fra gli abbonati, ha scelto di abbandonare la sala in uno stillicidio, non esagerato ma comunque da stigmatizzare, di fughe all’inglese durante i cambi di scena.

Alessandro Cammarano
(17 novembre 2018)

La locandina

DirettoreMarkus Stenz
RegiaPierre Audi
Scene e costumeChristof Hetzer
Light designerUrs Schönebaum
DrammaturgoKlaus Bertisch
Personaggi e interpreti:
HammFrode Olsen
ClovLeigh Melrose
NellHilary Summers
NaggLeonardo Cortellazzi
Orchestra del Teatro alla Scala di Milano

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