Milano: gli spazi di Chailly

L’autunno della Filarmonica della Scala si tinge di colori romantici con un programma dedicato a due grandi maestri del sinfonismo tedesco: Felix Mendelssohn-Bartholdy e Ludwig van Beethoven.

La scelta di Riccardo Chailly ricade rispettivamente sulla Sinfonia n. 3 in la min. op. 56 Scozzese (versione Londra 1824) e sulla Sinfonia n. 6 in fa magg. op. 68 Pastorale. Tralasciamo le vicende legate alla scrittura di questi due capolavori illustrate nelle note di sala compilate da Nicola Cattò, e concentriamoci sul puro atto dell’ascolto. 

Mendelssohn, dalle prime battute, ci immerge in una dimensione solenne, il cui alone di mistero si confonde con una serie di quesiti di carattere spirituale. Pare un mondo che non ci appartiene, tanto l’ispirazione rasenta il sublime, come in un panorama disteso, la cui concezione è riconducibile ad ampi spazi in cui la natura ha preso il sopravvento. 

Spazi silenziosi, inesplorati, con bagliori di luci e fasci luminosi che mutano a seconda dell’avvicendarsi delle ore. Un viaggio che non lascia il tempo di respirare, tuttalpiù di riflettere nel naufragare dei temi che non raccontano ma sembrano planare esplorando nuovi orizzonti. 

Chailly stacca il primo movimento Andante con moto-Allegro un poco agitato-Assai sostenuto con naturale fluidità, senza spingere il tempo ma lasciando divenire spontaneamente il corposo climax musicale. 

Classico o Romantico? Ci interessa relativamente. Chailly sceglie la via della continuità senza concedere spazi tra i quattro movimenti ma creando un unico affresco sonoro in cui emerge la compattezza della scrittura, la derivazione dei temi ma soprattutto la straordinaria importanza degli snodi, degli sviluppi e la ricchezza armonica che contraddistinguono l’estetica di Mendelssohn anche nelle pagine più brevi.

La bacchetta di Chailly, consapevole dell’integrità di questa monumentale sinfonia, non si abbandona a tenerezze equivoche ma è risoluta anche nel sublime Adagio, così come nel finale Allegro vivacissimo-Allegro maestoso assai non si sbilancia in rapidi virtuosismi ma mantiene una linea univoca e ben controllata. 

Non casuale è la scelta di apporre alla Scozzese la sinfonia Pastorale di Beethoven la cui concezione strutturale mostra notevoli affinità con l’estetica mendelssohniana.

La sesta di Beethoven è una parentesi idilliaca in cui il genio di Bonn esprime con disarmante trasparenza una tavolozza espressiva lontana dagli eroici accenti e sentimenti tormentati già esposti in lavori precedenti. 

Anche in questo caso Riccardo Chailly sceglie una concertazione razionale dalla quale affiorano maggiormente le splendide arcate melodiche beethoveniane come bagliori che si stagliano improvvisamente. Tuttavia, in alcuni passi, il gesto di Chailly si fa più eloquente per sottolineare alcune intemperanze che inevitabilmente appartengono ai tratti caratteriali di Beethoven, come ad esempio nell’ultimo movimento in cui il vibrante crescendo orchestrale esprime profondi sentimenti di benevolenza e ringraziamento alle divinità dopo la tempesta esposta col giusto colore nell’Allegro precedente.

Applausi sinceri al termine del concerto.

All’uscita un autunno piovoso ci ha riportato alla realtà di una Milano ottimista che si prepara alle festività ambrosiane.

Gian Francesco Amoroso
(22 novembre 2021)

La locandina

DirettoreRiccardo Chailly
Filarmonica della Scala
Programma:
Felix Mendelssohn Bartholdy
Sinfonia n. 3 in la min. op. 56 Scozzese (versione Londra 1824)
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 6 in fa magg. op. 68 Pastorale

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