Milano: I masnadieri military style

Tratta dalla tragedia Die Räuber di Fridrich Schiller, I masnadieri rientra nell’alveo di quelle opere in cui tutti i personaggi, pervasi da un furor oltre misura, compiono azioni estreme e incontrollate.

È evidente che il trentaquattrenne Giuseppe Verdi, in seguito ai trionfi delle opere risorgimentali, sia rimasto particolarmente affascinato dal dramma a tinte (fin troppo) fosche del giovane Schiller per la cui riduzione coinvolse l’amico Andrea Maffei, abile poeta ma poco avvezzo al linguaggio librettistico.

Abbozzato l’impianto, Verdi si concentrò sul Macbeth per poi riprendere in mano il materiale e ultimare il lavoro a Londra dove la sera del 22 luglio 1847, al cospetto della regina Vittoria, i Masnadieri debuttarono al Her Majesty’s Theatre sotto la direzione del compositore stesso.

La scrittura è in parte verdiana-prima-maniera con cantabili e cabalette infuocate, un lirico assolo del violoncello nel risoluto preludio iniziale, impasti sonori di trombe e corni, e la parte del soprano espressamente infiorettata secondo il gusto e le doti vocali della prima donna Jenny Lind. Al tempo stesso si intravedono tratti che ritroveremo meglio sviluppati e amplificati in titoli successivi, la trilogia popolare in primis.

E poi c’è Schiller, in polemica con le istituzioni politiche e sociali della Germania del suo tempo, costretto (appena tredicenne) a frequentare l’istituto la Solitude, una rigida accademia scientifica con ordinamento militare, e tutto ciò che ne comporta e consegue. Da questa esperienza, non certo edificante, nacque Die Räuber (1781), il suo primo lavoro per il teatro. Aveva ventidue anni.

La vicenda si svolge in Boemia agli inizi del XVIII secolo. Il conte di Moor, Massimiliano, ha due figli, Carlo e Francesco, che si odiano e che entrambi amano (si fa per dire) la stessa donna: Amalia, orfana nonché nipote del conte.

Francesco, la cui malvagità non ha limiti, gioca tutte le carte per impossessarsi della signoria e della donna promessa al fratello.

Negli annali scaligeri I masnadieri sono stati rappresentati solamente tre volte, quattro con la nuova produzione per la stagione 2018-2019.

La regia, affidata a David McVicar, si avvale delle scene di Charles Edwards beneficiate dalle suggestive luci di Adam Silverman.

L’ambientazione richiama l’interno di un istituto militare che si sgretola col consumarsi del dramma. Onnipresente la figura del giovane Schiller che sorveglia l’azione. Di tanto in tanto alcuni siparietti camerateschi di dubbio gusto.

Tecnicamente tutto ineccepibile e di alto livello ma nulla è funzionale al dramma, né la visione d’insieme di McVicar riesce ad aumentare il carico introspettivo-patologico di ogni singolo personaggio, col rischio di abbandonare i quattro atti in una cornice che alla lunga risulta fissa e monotona.

Inspiegabile l’idea di affidare la parte scenica del coro a un gruppo di mimi agghindati come la ciurma di Capitan Uncino e spesso costretti a movimenti coreografici da musical psichedelico.

Sul podio Michele Mariotti dimostra di conoscere molto bene la partitura gestendo con debito anticipo il coro e mantenendo ottimi i rapporti tra buca e palcoscenico. Risoluto ma mai nervoso, accompagna il canto col giusto respiro. La ricerca di un suono pieno e morbido ha conferito alla partitura maggior distensione determinando tuttavia la mancanza di un certo peso drammatico di alcune frasi che meriterebbero di espandersi con più intensità.

Spicca il soprano Lisette Oropesa che incarna perfettamente il ruolo di Amalia, figura della semplice perseguitata in chiave romantico-verdiana, vittima della sventura a prescindere, donna temperamentosa che non si arrende e cerca di cambiare le sorti del proprio destino.

Scrupolosamente attenta al diktat verdiano, la Oropesa dimostra di essere musicista oltre che cantante, mantenendo sempre un notevole equilibrio stilistico fra le parti cantabili e di agilità senza mai eccedere in accenti esasperati. Non poderosa nel registro medio-grave, ha trovato il giusto compromesso per mantenere un’emissione uniforme e chiara nella dizione.

Nonostante -erroneamente!- si pensi ancora che il primo Verdi vada eseguito a voce spiegata, occorre puntualizzare che in partitura non mancano dinamiche dettagliate che permettono di creare non solo il voluto contrasto fra le parti cantabili e quelle di maggior impeto, ma anche di conferire un’identità introspettiva ai personaggi.

Fabio Sartori, nel ruolo di Carlo, incarna lo stereotipo di tenore solido, sicuro nell’emissione e negli acuti, a proprio agio nelle parti vigorose meno preciso ed espressivo nel fraseggio.

Fuori repertorio il baritono Massimo Cavalletti, il cui timbro nobile poco si addice al ruolo e alla scrittura del perfido Francesco.

Intenso il Massimiliano di Michele Pertusi che, attentissimo al colore della parola, regala momenti di commovente lirismo da vero basso-cantante, esprimendo perfettamente l’umanità del conte di Moor.

Bene il resto del cast, degno di nota l’assolo del violoncello di Massimo Polidori, eccellente come sempre il coro (in particolare la compagine maschile) istruito dal maestro Bruno Casoni.

Dissensi e applausi in puro stile scaligero hanno chiuso la serata principiata con un minuto di silenzio in memoria di Franco Zeffirelli recentemente scomparso.

Gian Francesco Amoroso
(18 giugno 2019)

La locandina

Direttore Michele Mariotti
Regia David McVicar
Scene Charles Edwards
CostumiBrigitte Reiffenstuel
Movimenti coreograficiJo Meredith
LuciAdam Silverman
Personaggi e Interpreti
MassimilianoMichele Pertusi
CarloFabio Sartori
FrancescoMassimo Cavalletti
AmaliaLisette Oropesa
MoserAlessandro Spina
ArminioFrancesco Pittari
RollaMatteo Desole
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro del CoroBruno Casoni

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