Milano: Italians (al femminile) do it better

Il professore di lettere e storia delle superiori, un uomo sfiorito anzitempo dall’ampio riportino, spesso tornava sul tema dei corsi e dei ricorsi della storia.

Quelle sue perle di saggezza restavano sospese nell’aria dell’aula della sezione B dell’Istituto Tecnico Industriale Statale “Giuseppe Omar” di Novara giusto per qualche istante, prima di finire schiacciate sul pavimento dal maggiore peso specifico del tanfo ormonale che quell’aula emanava. Nel più assoluto disinteresse quelle parole sparivano ma erano certamente vere se pensiamo, ad esempio, che già al principio dell’ottocento – quando Rossini musicava l’Italiana in Algeri – il rapporto tra le due sponde del mediterraneo si poteva definire, quantomeno, complicato.

Già due secoli prima dello scontro di civiltà teorizzato, tra gli altri, da Oriana Fallaci l’Occidente aveva la necessità di identificare un nemico, che nel caso aveva il nome quasi rassicurante di Turco, con tutto quel bel bagaglio di ninnoli e cliché orientaleggianti che si portava dietro.

Ispirato ad un fatto di cronaca, una milanese che – con spavalderia che oggi si direbbe imbruttita – da prigioniera era diventata la favorita del Bey di Algeri, l’opera del sommo Gioachino proponeva una soluzione al suddetto scontro di civiltà assai diversa da quella che avrebbe poi dato la Fallaci, usando l’arma non convenzionale di cui l’Italia ha sempre avuto a disposizione ampi arsenali: l’ironia.

Il grottesco come chiave di lettura dell’intera storia umana che, almeno dai tempi di Eva & company, si può riassumere in due concetti piuttosto semplici: gli uomini sono stupidi, le donne tendenzialmente no.

E’ una lezione che il buon Gianmaria Aliverta ha colto, mettendo in scena il titolo rossiniano (15 e 16 febbraio al Teatro Spazio 89 di Milano) in una caleidoscopica visione di colori e di immagini, ancora più stridente se pensiamo al contesto urbano che circonda lo Spazio 89, ma questa è un’altra storia e meriterebbe magari le parole di un Ghali per raccontarla.

Lo scenario distopico ideato dal quel monello di Aliverta, supportato dalle simpatiche scene di Danilo Coppola e dagli sgargianti costumi di Sara Marcucci, ci restituisce un Nord Africa conquistato dalle truppe a stelle e strisce del parrucchino più celebre del momento, dove alla fine si miscelano in maniera grottesca due diversi estremismi con un rapporto irrisolto con l’altra metà del cielo. Se pensiamo a un certo (retro)pensiero nei confronti della donna che, pur con le dovute differenze, sembra quasi unire una parte dell’Islam (ricordiamoci di Islam ne esistono una pluralità, è onesto ripeterlo) e un certo Occidente in versione nichilista.

Alla fine di una commedia grottesca, che più politica non potrebbe essere, il trionfo si declina al femminile e ha le sembianze di Oriana Fallaci in divisa ed elmetto.

Pur non condividendo, chi scrive,  l’evoluzione guerriera della giornalista scomparsa non si può negare la genialità dell’accostamento fatto da Aliverta, tenuto conto che nella sua carriera giornalistica la Fallaci si era, in più occasioni, confrontata con maschi ingombranti in contesti di presenza femminile tutt’altro che rilevante, memorabili al riguardo la sue interviste a Khomeini, Gheddafi o Arafat.

Sul lato della direzione musicale, Marco Alibrando pare somigliare sempre più ai bronzi recuperati dal mare dalle sue parti. E non parliamo solo della pur ragguardevole somiglianza fisica ma soprattutto di quel tocco classico e stoico al tempo stesso (anche se i raffinati esegeti diranno che lo stoicismo è posteriore ai bronzi) con cui ha diretto l’orchestra e i cantanti, pur da un infelice posizione laterale. La sua autorevolezza ha avuto modo di esprimersi in particolare nei difficili concertati che ha risolto nel pieno controllo, aiutato anche da un’orchestra diligente.

L’Italiana di Sara Rocchi è stata assertiva come la caratterizzazione data dal regista avrebbe voluto,  senza però travolgere la finezza di alcuni passaggi della partitura. Si potrebbe definire un’interprete versatile. Lorenzo Barbieri è un convincente Mustafà in salsa trumpiana, ottimo per presenza scenica e controllo vocale. La voce è già bella e piena, anche se la parte richiederebbe sfumature più scure che certamente saranno raggiunte con l’età.

Alfonso Ciulla ha unito ottime qualità canore con una performance teatrale assai brillante, tanto da far sorgere legittima la richiesta di conoscere dove abbia imparato la nobile e sublime arte del ballo sul palo.

Divertite e divertenti le esibizioni di Kaori Yamada e Marta di Stefano, nei panni di Elvira e Zulma, per entrambe la verve comica dimostrata è andata di pari passo con la sicurezza nel canto.

Il Lindoro di Bekir Serbest (per paradosso il vero turco sul palco) è stato condizionato dalle sue condizioni di salute ma il materiale vocale è di assoluto pregio, molto interessante l’Haly di Lorenzo Liberali, c’è l’impressione di essere in presenza di una carriera pronta a sbocciare.

Da menzionare anche la performance del coro, diretto da Giacomo Mutigli, i cui siparietti in burka multicolore sono stati uno spettacolo dentro lo spettacolo.

Alla fine porgendo i doverosi saluti al cast, il pensiero è tornato all’odore di sudore di cui era impregnata l’aula della sezione b dell’ITIS Omar di Novara, la traccia olfattiva che accompagna il percorso dei sogni. E’ bello riassaporarlo ogni tanto, ci ricorda ciò che siamo stati e ciò che potremo tornare a essere.

Marco Ubezio
(15 febbraio 2020)

La locandina

DirettoreMarco Alibrando
RegiaGianmaria Aliverta
SceneDanilo Coppola
CostumiSara Marcucci
LuciElisabetta Campanelli
Personaggi e interpreti:
IsabellaSara Rocchi
MustafàLorenzo Barbieri
LindoroBekir Serbest
TaddeoAlfonso Ciulla
HalyLorenzo Liberati
ElviraKaori Yamada
ZulmaMarta Di Stefano
Civica Orchestra di fiati di Milano
Ensemble d’archi VoceAllOpera
Coro di VoceAllOpera
Maestro del CoroGiacomo Mutigli

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