Milano: l’Ernani ritrovato

Dopo trentasei anni, la Scala riporta in scena Ernani, la prima opera composta da Verdi per La Fenice di Venezia e una delle più note della prima fase verdiana.  Banco di prova per molti cantanti, vista la complessità della scrittura vocale, Ernani è un titolo richiedente anche dal punto di vista della resa scenica. Il teatro di Victore Hugo (da cui il soggetto è tratto) è un teatro vivo e passionale, fatto di personaggi intensi e selvaggi. Le varie letture possibili si prestano quindi a facili cadute di tensione, ciò che non è accaduto nell’allestimento proposto dal regista Sven-Eric Bechtolf.

Il regista tedesco legge Ernani come una storia di onore e vendetta più che di amore. Tutti i personaggi sono avvinti da una sete di possesso e di rivendicazione della propria posizione sociale. Elvira è al centro di questo quadrilatero tra Ernani, Silva e Carlo e si destreggia come può tirata da una parte e dall’altra.

Le scene di Julian Crouch rendono dinamica la narrazione e lo spettacolo funziona pur con qualche momento di down.  Per esempio nell’intervallo tra il terzo e il quarto atto, quando due simpatiche soubrettes intrattengono il pubblico con improbabili cartelli.  Il loggione non perdona e inizia una pioggia di contestazioni.   Ci si lamenta che il teatro non è questo, che Verdi non è quell’altro. Solite scene da prima della Scala. Ormai una tradizione di contestatori che si trascina a stento.  In realtà lo spettacolo risulta godibile. Casomai quello che manca non è la tradizione verdiana (che poi chi può davvero dire cosa sia), ma quel guizzo di novità che talvolta ci si aspetterebbe dal teatro d’opera, quantomeno ove lo s’intenda non solo come tradizione da tramandare, ma come forma d’arte con cui esprimere presente.

Dicevamo che i contestatori insorgono anche quando da fischiare ci sarebbe ben poco. Come per esempio quando i fischi si concentrano su Ailyn Perez che propone invece un’Elvira di tutto rispetto. Al soprano non mancano la grinta e la musicalità per rendere in maniera convincente uno dei ruoli più impegnativi del repertorio verdiano.

Sul resto del cast mi è piaciuto il Silva di Ildar Abdrazakov dotato di una vocalità morbida e incisiva e di una presenza autorevole. Francesco Meli conferma le proprie qualità nelle mezze voci e nel fraseggio, fin troppo nobili per un bandito come Ernani. Buona la prova di Luca Salsi in Don Carlo, anche se la vocalità molto presente non è sempre altrettanto ricca di morbidezza e sfumature. Di qualità il comprimariato di Daria Chernyi, Matteo Desole e Alessandro Spina.

La direzione di Ádám Fischer è dinamica e frizzante e ben esprime la natura ambiguamente drammatica e brillante della partitura. Energia, immediatezza comunicativa e linee melodiche presenti sono i punti di forza di questa lettura musicale.

Il Coro  conferma il proprio nome, con un suono omogeneo e compatto e una buona naturalezza scenica. I costumi di Kevin Pollard non convincono fino in fondo.
A fine spettacolo caldi applausi per tutti, e contestazioni contro Perez e Bechtolf.

Pietro Gandetto
(30 settembre 2018)

La locandina

Direttore Ádám Fischer
RegiaSven-Eric Bechtolf
SceneJulian Crouch
CostumiKevin Pollard
LuciMarco Filibeck
Video DesignerFilippo Marta
CoreografiaLara Montanaro
Maestro del CoroBruno Casoni
ErnaniFrancesco Meli
Don CarloLuca Salsi
Don Ruy de SilvaIldar Abdrazakov
ElviraAilyn Pérez
GiovannaDaria Chernyi
Don RiccardoMatteo Desole
JagoAlessandro Spina
Orchestra e Coro del Teatro Alla Scala

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