Milano: Luisi e la Filarmonica della Scala tra Weber e Bruckner

Sono le atmosfere dell’Ottocento mitteleuropeo a segnare il rientro di Fabio Luisi sul podio del Piermarini. Alla guida della Filarmonica della Scala, lo scorso 1 aprile, il direttore di origine genovese ha eseguito musiche di Carl Maria von Weber, Oberon Ouverture, e di Anton Bruckner, la Sinfonia n. 7 in mi maggiore. La platea è gremita, calano le luci e la musica conquista la scena.

Sulle tre note del corno fatato di Oberon si apre l’Ouverture di quella che fu l’ultima opera di von Weber, la cui prima esecuzione risale al 1826 nel londinese Covent Garden. Al solenne richiamo del corno rispondono i legni e gli arpeggi dei violini. Il denso fluido sonoro corre. La dimensione onirica del mondo di fate e cavalieri, di sogni e di sospiri, di avventure e di tempeste, trova espressione in una nutrita gamma di colori, che dalla bacchetta prendono forma. Il carattere romantico, etereo e trascendente di queste celebri pagine viene fedelmente riproposto.

Ma è con la Sinfonia n. 7 in mi maggiore di Anton Bruckner che il pathos cresce. Quando l’incredibile espressività tardoromantica del compositore austriaco emerge in tutta la sua magnificenza. La Settima portò all’autore il successo più grande della sua vita e fu eseguita per la prima volta dall’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia: era il 30 dicembre 1884. Con queste parole il critico Eduard Hanslick, la descrisse all’indomani della prima esecuzione viennese, nel 1886: «Ammetto senza giri di parole di non essere in grado di giudicare con equilibrio questa Sinfonia di Bruckner, tanto mi sembra innaturale, rigonfia, malaticcia e putrescente. Come tutte le composizioni maggiori di Bruckner, anche la Sinfonia in mi maggiore contiene intuizioni geniali, passi interessanti, persino belli – qui sei, là otto battute – tra questi lampi però si spalanca un buio impenetrabile, una noia pesante come piombo e un’eccitazione febbrile». La scrittura di Bruckner è perfettamente resa: il ricorrere ad un continuo alternarsi di luci e ombre, il passare da stati di euforia quasi febbrile ad altri di mestizia profonda e lacerante, chiaro manifesto della caratteristica ipersensibilità tardo romantica. Espressività e sfumature, dalle tinte più tenui, in un incedere vorticoso, trascinano ai colori più accesi: così i momenti di profondo lirismo e intima spiritualità, cedono il passo alla solennità di episodi dal sapore più vigoroso e marziale.

Una perfetta sintesi di elementi caratterizzanti della sua scrittura dalla forte influenza wagneriana. Una lettura dell’esperienza romantica e un sunto del suo stile sinfonico fatto di forti contrasti e della convivenza di opposti: di sensualità e candore, misticismo e fede, equilibrio e profonda inquietudine. Fin dal primo movimento, Allegro moderato, la tensione spirituale diviene palpabile nell’intensità delle frasi degli archi, nell’oscurità che lascia improvvisamente spazio ad improvvisi scorci di luce nei temi dei legni. Nell’Adagio, quintessenza della melanconia romantica, momenti di pathos e grande vigore, risolvono in pianissimo carichi di leggerezza trasfigurata e sognante. L’ascoltatore è cullato tra opposti poli emotivi, perfettamente resi da repentini cambi di colore ed eleganti fraseggi, dalla compattezza timbrica, dal perfetto equilibrio d’insieme e dalle ricercate sonorità dei legni. Da un’interpretazione che rende appieno ogni singolo slancio espresso dalla complessa scrittura bruckneriana.

Programma coinvolgente e dal forte fascino. Pubblico entusiasta.

Luisa Sclocchis
(1 aprile 2019)

La locandina

DirettoreFabio Luisi
Programma:
Carl Maria von Weber
Oberon, Ouverture
Anton Bruckner
Sinfonia No. 7 in mi maggiore

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