Milano: l’ultimo tour del Quartetto Emerson

Martedì 15 marzo, alla Società del Quartetto di Milano, il Quartetto Emerson ha tenuto il suo ultimo concerto in Italia. Ormai consacrati alla storia, i quattro musicisti hanno (con le dovute sostituzioni) attraversato oltre 45 anni di carriera per decidere infine di sciogliersi dopo questa tournée.

Presente alla serata il pubblico dei grandi eventi, Sovrintendente della Scala incluso, e l’intera Sala Verdi era gremita di appassionati e un gran numero di giovani, con qualche posto vuoto solo in cima. In programma, due dei massimi capolavori del repertorio per quartetto d’archi: il Quartetto n. 14 in do diesis minore op. 131 di Beethoven e il Quartetto n. 14 in re minore D 810, “La morte e la fanciulla”. Due n. 14.

Il Quartetto Emerson non ha certo bisogno di particolari introduzioni, ma potersi confrontare con la visione della musica di una formazione di questa esperienza è sempre interessante. Innanzitutto, la prima considerazione che mi sono trovato a fare è stata in merito all’insieme: semplicemente perfetto. Il Quartetto Emerson si prende anche forti libertà di fraseggio, senza contare gli scarti di tempo vertiginosi, ma non c’è stato un singolo momento in cui i quattro musicisti si siano scollati. È come se tutto il Quartetto avesse un’elasticità, che gli permettesse di allontanarsi anche per buone distanze, mantenendo costante la tensione e l’attrazione verso un centro gravitazionale che riporta inesorabilmente i musicisti ad un baricentro stabile. Questa tenuta di insieme riesce a mantenere compatto l’ensemble, ma al contempo evita ogni rigidità. Questo è essenziale, anche e soprattutto vista la profonda differenza tra i quattro musicisti, per cui anche il suono dell’ensemble non raggiunge quella fusione in un unico strumento, quasi indistinguibile, ma mostra sempre questa elasticità di cui accennavo, per cui ogni membro ha la libertà di esprimere una propria voce individuale e ben distinta. Non mancavano aspetti che mi hanno convinto meno e non nascondo che a tratti ho sentito un po’ di stanchezza tanto nella cavata, quanto nella stabilità dell’intonazione, ma di fronte alla penetrazione del testo questi elementi parevano secondari.

Sarà dunque chiaro da questa premessa come soprattutto l’op. 131 di Beethoven abbia saputo portare l’ascoltatore nel trascendentale. La morte e la fanciulla, si sa, è un quartetto di grandissimo successo ed efficacia concertistica. Ma mi è mancato da un lato uno slancio, un ardore giovanile, dall’altro l’evocazione di un’atmosfera mitteleuropea ben definita. Ambiguo e ambivalente, da un lato mi sembrava poco infuocato, dall’altro non arrivava, all’opposto, ad una sublimazione. Stava un po’ nel mezzo e, a fronte di una comunque magnifica resa, mi è parso meno coinvolgente intellettualmente e visceralmente. Tutt’altro per l’op. 131. Qui è veramente difficile spiegare la capacità dell’Emerson di rendere i primi quattro, complicatissimi movimenti. Il Quartetto è riuscito a condurre una vera conversazione, irta di imitazioni, canoni, fugati, che si risolvevano in un dialogo introverso e speculativo, in cui quattro voci, distinti eppure espressione della stessa mente, si trovavano a consesso. Cosa si dicessero è difficile comprenderlo, come spesso con i tardi Quartetti di Beethoven, ma non si poteva fare a meno di perdersi nello scambio tra i quattro musicisti. Il culmine è stato raggiunto nel quarto movimento, tema e variazioni che è anche crinale, scoglio prima della, di fatto, seconda parte del brano. Qui ogni nota del quartetto era distillata in una purezza candida, eppure mai privata di gravità. Di fronte a quell’Andante ma non troppo pareva veramente di trovarsi di fronte ad una liturgia laica. Il Presto successivo ha spazzato via con ironia ossessiva ogni possibilità di indugio, facendo precipitare rapidamente il quartetto verso il sesto tempo, il meraviglioso Adagio che prepara l’ingresso tempestoso dell’Allegro. E qui era impossibile non rimanere abbagliati dalla sublime entrata del perentorio gesto che apre il movimento più ‘beethoveniano’ (nell’accezione più comunemente intesa). Il drammatico inciso, non immemore della celebre apertura della Sonata op. 111, è arrivato completamente inaspettato eppure ineluttabile. Al suo presentarsi il Quartetto Emerson ha spalancato le porte di qualcosa di oltre, di grandioso e al contempo terribile. Riflettendo su quanto ho ascoltato, mi sembra che tra le qualità del Quartetto responsabili di questa sensazione vi sia la capacità dell’ensemble di transitare senza alcuna interruzione di sezione in sezione. Mi spiego meglio: l’op. 131, come non poco del tardo Beethoven, ha un linguaggio frammentato e frammentario, carico di inflessioni, di dettagli, di parentesi. Il rischio è di perdersi nel labirinto della scrittura (e della mente) del Grande di Bonn e non uscirne più. Persa la plasticità della forma, ciò che resta sono una serie di bozzetti slegati, senz’altro magnifici, ma che paiono tessere di un mosaico mai composto. L’Emerson riesce a fondere dettaglio e struttura, conducendo alla perfezione le suture tra ogni diversa idea, traghettando la frase in archi lunghi che fanno di quei dettagli le pietre di cui si compongono. L’effetto, disorientante eppure seducente, è stato capace di rendere giustizia alla visionarietà beethoveniana.

Al pubblico adorante, il Quartetto Emerson ha offerto un corale di Bach, come messaggio di pace. Non a caso tutto il concerto è stato dedicato all’Ucraina, devolvendo l’incasso a Croce Rossa e Caritas Ambrosiana. Un ulteriore dimostrazione di quella solidarietà concreta che Milano sta mostrando per la tragedia in corso.

Alessandro Tommasi
(14 marzo 2021)

La locandina

Emerson String Quartet
Programma:
Ludwig van Beethoven
Quartetto n. 14 in do diesis minore op. 131
Franz Schubert
Quartetto n. 14 in re minore D 810, “La morte e la fanciulla”

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