Milano: Norma voci sì regia no

Sulla complessa e intricata psicologia di Norma si potrebbero analizzare tutte le sfumature senza giungere ad un quadro definitivo e preciso, o per lo meno il più possibile ravvicinabile agli infiniti stati d’animo che percorrono la sua mente durante le quasi tre ore di musica.

Olivier Py sceglie di inserire la sua vicenda umana in un contesto storico coevo all’epoca di creazione dell’opera, mettendo in chiaro quelli che sono i sentimenti patriottici senza dubbio raccolti dagli spettatori dell’epoca, in pieno entusiasmo risorgimentale. Al contempo decide di rendere evidente la radice culturale cui si ispira la vicenda tragica della sacerdotessa, allacciando alla capostipite Medea la figura di grande tragédienne che il ruolo d’attrice necessita. In questo rimando di specchi, figurati e reali quando sul palcoscenico ne appare uno, tipico, da camerino con la scritta Medea ben evidente, il rischio di perdersi è talvolta sfiorato. Ma è probabilmente voluto, così come è voluto, e forse accompagnato da sottile ironia, il richiamo scenografico al teatro milanese, dal quale Norma è risultata assente per oltre quarant’anni e al solo nominarla si riaprono gli echi di nomi mitici ma, ormai, difficilmente ripresentabili.

Anche la lunga, mossa, acconciatura rossa sfoggiata da Marina Rebeka, potrebbe esser volutamente un richiamo a chi ha fatto del teatro vissuto sia nella finzione che nella vita quotidiana una ragione di esistenza. Ma la psicanalisi si dilungherebbe troppo nel cercare tutte le necessità delle quali il regista ha disseminato l’opera.

Più che altro ci si può chiedere quanto tale ricchezza di simboli e rimandi sia funzionale all’opera in scena e che livello di competenza per giungerli a comprendere occorra nel pubblico presente.

Non si può dire che abbiano, invece, cozzato con la rigogliosa musica della quale Bellini ha adornato la sua creazione più celebre.

Merito, soprattutto, dell’eccellente cast raccolto e che ha avuto in Marina Rebeka e Vasilisa Berzhanskaya due ottime ed intelligenti interpreti: si è ascoltato un fluire di belcanto, con attenta gestione della parola scenica, mai persa nella complessità lirica dei singoli momenti, ma sempre ben bilanciata, in entrambe le protagoniste, da una tecnica eccellente, corretta in tutti i registri e priva di vezzi e fastidiosi effetti di repertorio. Sia nelle arie che nei momenti d’insieme entrambe hanno sempre sfoggiata con misura il bel timbro e la sobrietà di interpreti, accanto ad un elegante virtuosismo, sicuro e deciso all’occorrenza.

Di poco inferiore, ma al pari intelligente, la prova di Antonio Poli, sostituto di Freddie De Tommaso, indisposto. Voce dal bel timbro, mai debordante, ha evitato il canto stentoreo che talvolta si ascolta in Pollione, ma ha sempre cercato nel fraseggio e nelle sfumature la sua cifra interpretativa. Alcune note gonfiate a cercare un volume maggiore sono difetti ampiamente sorpassati dalla generosa prova complessiva.

L’Oroveso di Michele Pertusi è austero e tormentato come necessario, convincendo per l’autorevolezza d’interprete e l’emissione di vigoroso rigore.

Ottimi anche i comprimari, Laura Lolita Perešivana e Paolo Antognetti nei loro interventi, a completare un cast di eccellenza.

Il coro, protagonista al pari dei solisti, ha offerto quelle sfumature di intesa espressiva col dramma umano che si andava tragicamente sviluppando, necessarie e attese.

Se dell’orchestrazione belliniana si è sempre rilevata una mancanza di spessore e ricchezza, ciò non ha avuto seguito senz’altro in Fabio Luisi, il quale ha saputo esaltare non solo la varietà ritmica delle pagine di maggior presa scenica, ma anche le sfumature timbriche disseminate da Bellini, riuscendo a non perdere di vista la compiutezza formale delle singole scene e di queste nei due atti della quale Norma è anche interessante laboratorio di idee e variazioni rispetto alle regole in uso.

A lui e a tutto il cast sono andati, senza dubbio ben meritati, i convinti applausi e le numerose, festose, chiamate a sancire una ripresa del titolo per il quale si auspica non dover attendere ulteriori quarant’anni per la prossima esecuzione.

Emanuele Amoroso
(8 luglio 2025)

La locandina

RegiaOlivier Py
Scene e costumiPierre-André Weitz
LuciBertrand Killy
CoreografiaIvo Bauchiero
Personaggi e interpreti:
PollioneAntonio Poli
OrovesoMichele Pertusi
Norma                Marina Rebeka
AdalgisaVasilisa Berzhanskaya
ClotildeLaura Lolita Perešivana
Flavio                Paolo Antognetti
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano
Mestro del CoroAlberto Malazzi

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