Milano: Pletnev l’incantatore, fra Schubert, Čajkovskij e rivelazioni poetiche

Un ritorno che ha scosso gli animi di molti, quello di Mikhail Pletnev alla Sala Verdi, lo scorso 17 febbraio per le Serate Musicali milanesi.

Pletnev da sempre lascia il segno come pianista capace di interdire – ne bene e nel male – l’orecchio e il cuore di molti ascoltatori; solleva tanto polemiche quanto esaltazioni, pareri discordanti, seduzioni e disturbi. Trascina dietro di sé le masse che ne apprezzano le scelte interpretative, il controllo sovrumano del suono e le personalissime visioni sulla musica, così come quelle che in esse, differentemente, ci vedono artificiosità, maniera.

Già un anno fa si era parlato di lui, in riferimento a un’altra sua apparizione in Sala Verdi, quale musicista assoluto, assorto e distaccato allo stesso tempo, capace di aprire finestre su mondi che altri non sembrano scovare; un esasperato curatore del suono, che insegue un’idea che pare quasi presistente, disegnata sul silenzio come un’afferrabile chimera, tanto forte da riuscire a spingere le oscillazioni di velocità e le articolazioni di fraseggio al limite senza perdere un’impressione, condivisibile o meno che sia, di forte e lucida coerenza interna.

Ma il concerto dello scorso lunedì ha avuto veramente qualcosa di sentito e compreso da tutti, qualcosa di estremamente convincente e penetrante. Tralasciando per un attimo tutto ciò che riguarda il “puro” pianismo di Pletnev, le sue scelte di suono, di tempo, di agogica e quant’altro, pare che il pianista russo abbia offerto al pubblico milanese un concerto tanto destabilizzante quanto unanimizzante, inclusi i frequenti “però” che in altre occasioni avrebbero potuto ottenere parimenti eco, o le oscillazioni di atteggiamento dello stesso pianista, capaci di influenzare anche di molto la percezione che se ne riceve.

Il programma prevedeva due Sonate di Franz Schubert, l’Op.164 D.537 in La minore e la più nota Op.120 D.664 in La maggiore, e l’intera raccolta delle Stagioni Op.37a di Čajkovskij.

L’attacco del primo movimento, Allegro ma non troppo, della schubertiana Op.164 pare non del tutto convinto, l’attacco è pieno ma al contempo avviene mollemente, come se Pletnev non riesca ancora mettersi del tutto a proprio agio sul palco. Per carità, il suono è sempre meraviglioso, non mancano guizzi davvero interessanti, trattamenti semi-sinfonici del pianoforte (che mettono in risalto le doti di direttore dello stesso musicista) ma si torna a quel senso di “estraneità” non solo dalla Sonata, ma dal luogo e dal tempo in cui il pianista si trova. Un distacco che è difficile definire quanto voluto oppure inevitabile e schiacciante. Soltanto quando sopraggiunge il tema in la bemolle maggiore nello sviluppo si ha la sensazione di essere “con lui”: noi ascoltatori, ma soprattutto la Musica in rapporto con il pianista.

Anche l’inizio del tempo successivo, Allegretto quasi andantino, ha un’apparente poca partecipazione istintiva – innegabile, comunque, un bellissimo balancing fra il legato della mano destra sopra lo staccato della sinistra, ottenuto quasi integralmente senza l’uso del pedale di risonanza – per poi sterzare verso una maggiore empatia con il pianoforte.

Quasi opposto è l’approccio al conclusivo Allegro vivace, movimento in cui Pletnev pare cominciare davvero a divertirsi, lasciarsi andare; lo stesso vale, in modo ancora più evidente, per il terzo tempo della Sonata D.664, Allegro, eseguito con un piglio alquanto rapido e leggero, mettendo in luce tutte le sue risorse sopraffine: scale rapidissime in pianissimo sciorinate con nonchalance, temi cantabili sensibili, accompagnamenti ben caratterizzati; fraseggi interessanti e imprevedibili che, qui, lasciano l’uditorio quasi esaltato, richiamando il pianista più volte sul palco a conclusione della prima parte del concerto.

È davvero sorprendente vedere come le personalissime scelte interpretative di Pletnev siano sorrette da una enorme convinzione. Ma non quella convinzione, quasi superba, di un pianista in possesso di doti inumane che ne fa sfoggio: Pletnev è un vero cercatore, uno scultore. La sensazione che si riceve è quella di un musicista il cui sguardo sulla musica, sui brani che esegue di volta in volta, non sia frutto di un mero occhio analitico sulle parti o sulla tradizione esecutiva, ma su una rivelazione interiore che sgorga da sola, e che la perfetta connessione mente-corpo-spirito del pianista riesce a portare all’esterno come una rivelazione quasi profetica.

Perché, per quanto sia possibile criticare le interpretazioni di Pletnev, la sensazione di coerenza interiore e di chiarezza di visione è schietta, e innegabile: può sembrare un po’ troppo personale per alcuni, ma Pletnev porta avanti tutto ciò con la fede sincera di un devoto alla Musica che non è certo scevro da domande e riflessioni profonde.

Tornando a Schubert, e alla Sonata Op.120, non si può non fare menzione ai primi due tempi, e in particolare al secondo, Andante, probabilmente il picco più alto di tutta la serata, ha commosso l’intera Sala Verdi. Non sono mancate, infatti, nei giorni successivi, numerose condivisioni sui social, sottolineando la bellezza “orchestrale” e di concezione di questo meraviglioso adagio, parso come un nuovo pezzo per quanto rimanendo comunque quello che tutti conoscono. Il suono pastoso eppure come lontano, appartenente a un orizzonte più ampio e distante, melodie tracciate con enorme dolcezza, una dolcezza consapevole, come un sapore ben conosciuto.

La seconda parte ha visto una esecuzione di pari valore. Le Stagioni Op.37a di Čajkovskij sono state cesellate una ad una, con pazienza e uno sguardo acuto sulla scrittura, portando la raccolta a “racconto”. A libro di brevi fiabe, ad album di fotografie.

Partendo da gennaio, Au coin du feu, l’impronta narrativa è eloquentissima – il suono quasi da quartetto d’archi o di fiati – e ciascun ritorno del tema principale ha qualcosa di nuovo. Bellissima la sezione centrale, con degli arpeggi liquidi e delicatissimi.

Altri momenti meritevoli di considerazione sono stati sicuramente aprile, maggio e giugno. Un trittico che si sarebbe quasi potuto isolare quale micro-raccolta a sé stante. Il primo, Perce-neige, con un accompagnamento perfettamente incasellato senza mai cedere (altro segno di come Pletnev abbia, parimenti a visioni molto personali, attenzioni molto oggettive sugli aspetti tecnici e di partitura) ed una melodia tenera, fragile ma mai debole. Quindi Les nuits de mai, meno “sentimentale” rispetto ad altre esecuzioni, eppure schiettamente parlante: a tratti è parso quasi di udire un brano di Robert Schumann, con la figura del suo poeta che parla. E poi giugno, Barcarolle, eseguito più mosso che in passato – che risulta nonostante ciò ancora più suadente e di impatto – tiene viva la tensione e l’attenzione fino agli ultimi palpiti delicatissimi.

Ancora da menzionare, prima della chiusa con Noël di dicembre, è novembre, Troika, che al pari dei terzi movimenti delle sonate schubertiane offre a Pletnev tutte le occasioni di stupire il pubblico ancora una volta: davvero sconvolgenti certi rapidi mormorii in pianissimo, anche nel registro medio-grave, di una cristallinità veramente preziosa.

I continui applausi richiamano il pianista per ben tre bis: il celebre Impromptu in Sol bemolle maggiore Op.90 n.3 di Schubert, eseguito meravigliosamente con un controllo del suono al limite del possibile; la Mazurka in la minore Op.67 n.4 di Chopin (notevole la sezione centrale) e il Rondò in Re maggiore K.485 di Mozart.

Andrea Rocchi
(17 febbraio 2020)

La locandina

PianistaMikhail Pletnev
Programma:
Franz Schubert
Sonata per pianoforte in la minore op.164, D. 537
Sonata per pianoforte in la maggiore op.120, D. 664
Pëtr Il’ič Čajkovskij
Le stagioni op. 37a

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