Milano: Rigoletto si confronta con il peso della sua maschera

Nel teatro (d’opera) ci sono ruoli che restano attaccati addosso come una seconda pelle, casi in cui l’immedesimazione dell’artista è così completa che si finisce per perdere i contorni tra maschera e interprete.

In questi casi anche le debolezze vocali passano quasi inosservate, sovrastate dal pieno controllo che l’artista esercita sul personaggio e dalla fascinazione che, quest’ultimo, esercita sul pubblico che nei suoi trionfi e nelle sue fragilità sublima la propria ordinaria esistenza.

Questo è il caso del Rigoletto di Leo Nucci e, per certi versi, non è necessariamente un complimento, posto che il gobbo della corte di Mantova è forse uno dei personaggi più esecrabili dell’universo verdiano; gli unici sentimenti di umanità del giullare deforme sono quelli all’indirizzo della figlia e sono chiaramente riconducibili, più che all’amore paterno, ad una patologia di tipo ossessivo, forse imputabile ad un malcelato senso di colpa. Tanto che verrebbe da pensare che la moglie defunta sia perita per la mano del losco giullare.

Con queste premesse il Rigoletto che ha riaperto il Teatro alla Scala dopo la pausa estiva non poteva che finire nella celebrazione del binomio Nucci-Rigoletto, con presenza massiccia di pubblico, per gran parte straniero e standing ovation sull’immancabile bis del Sì, vendetta.

C’era anche una elegantissima giornalista della BBC e questo acuiva quella sensazione di evento pop che ha pervaso lo spettacolo, facendo arricciare il naso a qualche fine pensatore che si è dimenticato che l’opera, prima di diventare rito per una ristretta élite, ha avuto anche un passato di impronta popolare, dove poteva capitare che la personalità dell’artista prevalesse sul dato tecnico, con teatri affollati che diventavano feste di popolo, incluse baruffe tra opposte fazioni.

Non a caso ieri sera, una coppia di anziani della provincia lombarda affiancati allo scrivente scriba (lui camicia a quadri, lei maglia floreale) forse di Zelo Surrigone o al massimo di Abbiategrasso, si distinguevano dalle consuete mummie scaligere, se non altro per il fatto che le palpebre di entrambi non sono calate a saracinesca durante lo spettacolo, anzi quelle di lei erano umide alla fine.

Anche la regia e le scene – non propriamente fresca la produzione ultraventennale di Gilbert Deflo, con le scene di Ezio Frigerio – erano funzionali alla matrice un po’ disneyana dello spettacolo, dove la corte di Mantova ricordava da vicino il Castello della Bella Addormentata.

Forse, rispetto alle due precedenti versioni della medesima produzione viste in passato, in questa sembrano enfatizzarsi gli aspetti caricaturali di un Rigoletto sempre più vecchio e confuso, che non lesina gestualità al limite del grottesco, in particolare nella scena della festa iniziale, rappresentata come un elegante ballo in maschera anche se il libretto alluderebbe a un festino di tipo orgiastico.

Il risultato è sembrato quello di un vecchio affetto da decadimento cognitivo bullizzato da un gruppo di giovani.

La qualità dei costumi disegnati da Franca Squarciapino appartiene, invece, al mondo in cui esistono solo le fate e i laboratori di sartoria della Scala, bene meritevole di tutela Unesco.

Ma la serata del due settembre non è stata solo la prevedibile celebrazione dell’inossidabile mito ma, soprattutto, l’occasione di ascoltare i giovani virgulti dell’Accademia del Teatro – a cui la produzione è stata dedicata – sotto la direzione muscolare e nulla più di Daniel Oren.

Se l’orchestra ha seguito fedelmente il direttore producendosi in un suono convincente, con particolare menzione per l’accompagnamento di “Cortigiani vil razza dannata”, i solisti hanno confermato le tante cose belle espresse fino ad ora.

Enkeleda Kamani è stata una Gilda elegante e sensibile, la cui tecnica si è fatta particolarmente apprezzare nei pianissimi. È stata anche capace di emozionare nei duetti strappa applausi con Nucci. Successo meritato e, si augura, viatico per una carriera luminosa.

Chuan Wang ha affrontato con coraggio e ammirevole spirito di servizio le asperità della parte del Duca, risultando sempre credibile e dando ottima prova di sé nel quartetto del terzo atto.

Maddalena è stata interpretata da una solidissima Caterina Piva, con vocalità e carattere perfettamente allineati alla parte mentre Toni Nezic, dal timbro pregiato è stato un degno Sparafucile.

Merita una menzione anche il bel colore scuro del Marullo di Ramiro Maturana, dotato anche di buona presenza scenica.

Giorgi Lomiseli disegna un Monterone autorevole negli accenti e nel portamento, ci sono casi in cui il physique du rôle aiuta.

Completavano il cast Kim Hun (Borsa), Lasha Sesitashvili (Ceprano), Marika Spadafino (Contessa di Ceprano), Francesca Vitale (Paggio) e Hwan An (usciere).

Il coro ottimamente diretto da Salvo Sgrò ha ricordato per padronanza della materia verdiana il coro principale del Teatro.

È stato bello da sentire e anche da vedere e non solo per i costumi luccicanti.

Coerenti con l’impostazione registica anche le coreografie degli Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, diretti da Maurizio Vanadia.

A tutti questi meravigliosi ragazzi la storia di Leo Nucci, una lunga gavetta coronata da un meritato successo che non è stato certo frutto del caso, ricorda che si fallisce davvero solo quando si smette di provare. Lo diceva Einstein e non solo il modesto scriba.

Marco Ubezio
(2 settembre 2019)

La locandina

Direttore Daniel Oren
Regia Gilbert Deflo
Scene Ezio Frigerio
CostumiFranca Squarciapino
CoreografieGildo Cassani
Riprese daLoreta Alexandrescu
LuciMarco Filibeck
Personaggi e interpreti:
RigolettoLeo Nucci
Duca di MantovaChuan Wang
GildaEnkeleda Kamani
SparafucileToni Nezic
MaddalenaCaterina Piva
GiovannaValeria Girardello
MonteroneGiorgi Lomiseli
MarulloRamiro Maturana
Matteo Borsa Kim Hun
CepranoLasha Sesitashvili
ContessaMarika Spadafino
PaggioFrancesca Vitale
Usciere di corteHwan An
Orchestra coro e corpo di ballo del Teatro alla Scala
Maestro del coroSalvo Sgrò

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