Milano: viaggio nell’anima con il Winterreise di Schubert e Preljocaj alla Scala

Un olio su tela romantico, fatto di bianchi e neri e mezzetinte, il balletto Winterreise che ha debuttato alla Scala di Milano in prima assoluta lo scorso 24 gennaio (e a cui chi scrive ha assistito alla seconda replica la sera successiva). Una creazione, questa di Angelin Preljocaj, che meriterebbe di essere vista almeno due volte, perché nella sua densità e pregnanza di significato richiede una certa preparazione della mente e dello spirito.

Il Viaggio d’Inverno proposto dal noto coreografo francese, di origine albanese, si propone infatti come un vero e proprio viaggio dell’anima, al centro dell’emozione che i 24 magnifici Lieder di Franz Schubert sanno trasmettere all’ascoltatore-spettatore nella loro versione originale per voce e pianoforte, capace di instaurare – rispetto alla trascrizione orchestrale – un dialogo più intenso tra lo strumento e il canto, e di lasciare dei silenzi necessari meditativi e profondi. Winterreise prosegue così il ciclo di balletti su musica da camera intrapreso ormai da qualche anno dal Teatro alla Scala, che affida l’esecuzione della partitura schubertiana alla corretta e ispirata interpretazione del basso-baritono Thomas Tatzl, per la prima volta al Piermarini, e alla lettura pianistica piena di trasporto di James Vaughan, al servizio di corpi che si fanno musica.

Preljocaj ha creato appositamente per 13 danzatori sceltissimi del Corpo di ballo scaligero il suo nuovo lavoro – un fatto già di per sé straordinario, in quanto solitamente egli crea per il solo Ballet Preljocaj con le rare eccezioni dell’Opéra di Parigi e del New York City Ballet – che si fa sulla scena più ampia metafora del viaggio della vita e non didascalica rappresentazione delle poetiche parole di Wilhelm Müller. Suscitare l’emozione di fronte al sublime, come nella migliore filosofia romantica, ma con tratti impressionisti: Preljocaj infatti non descrive nel dettaglio gli avvenimenti di ciascun Lied, ma ne restituisce la sensazione totale, preferendo l’emozione alla comprensione per arrivare davvero a creare una nuova risonanza tra movimento, musica e parole.

Guidato solamente dagli scarni elementi poetici e simbolici che costellano la scena, affidata alla designer Constance Guisset con gli essenziali costumi concepiti dallo stesso Preljocaj, avvolto dalle magistrali luci del lighting designer Éric Soyer il viaggiatore, che è un giovane Schubert prossimo alla morte oppure l’amante ferito che alberga in ciascuno di noi, si abbandona alla malinconia fino alla dissoluzione fisica o dell’anima.

Romanticismo e impressionismo, ma anche cubismo: il protagonista viene visto simultaneamente in tutte le sue sfaccettature, attraverso i tredici corpi che ne incarnano rispettivamente una prospettiva, una suggestione, un’interpretazione. Come in un quadro di Picasso, il soggetto viene restituito simultaneamente da una molteplicità di punti di vista, ottenendo così una rappresentazione globale dell’insieme. Nessun danzatore nello specifico incarna quindi il viandante solitario, ma tutti ne mostrano un particolare, partecipando al processo creativo ciascuno con la propria specificità; e in questo modo Antonella Albano, Alessandra Vassallo, Stefania Ballone, Agnese Di Clemente, Chiara Fiandra, Giulia Lunardi, Benedetta Montefiore, Marco Agostino, Christian Fagetti, Matteo Gavazzi, Marco Messina, Eugenio Lepera e Andrea Risso, attraverso i momenti di insieme, i passi a due, a tre e gli assoli, restituiscono un viaggio fisico e sonoro, dentro cui lo spettatore si lascia trasportare come fosse egli stesso il viaggiatore per questi ottanta minuti intensi e privi di soluzione di continuità.

I corpi sinuosi all’inizio spuntano dalla terra come baccelli, germogli alla mercé delle intemperie e di una natura spietata che offre solo il gelo, ma tentano di affermare la loro esistenza disegnandola come cerchi nel grano. Da qui ha inizio il viaggio del protagonista che si moltiplica subito come in un caleidoscopio in ciascuno dei danzatori scaligeri. Continuo come un lungo respiro prosegue il disegno coreografico, con i Lieder che si legano l’uno all’altro attraverso il movimento fluido e i tempi rallentati come una sequenza in slow motion. Il movimento prolunga la parola e l’espressione musicale riempie i silenzi di significato.

Corpi calamite, che si attraggono e si allontanano, uniscono e dividono come le note sulla partitura, a rappresentare l’amore che ferisce e che si fa anche dualismo uomo-donna nel cercarsi e respingersi, elevarsi fino al cielo e affondare nella terra.

Dal nero di rami morti alla neve, dalla brina alle foglie d’autunno che con i loro bruni, rossi e vinaccia danno false speranze di colore al grigio tetro della tristezza più profonda…

Come in un quadro, a tratti addirittura espressionista a tratti concettuale, ogni pennellata restituita dai corpi dei danzatori non è data a caso ma è un gesto ben misurato, per disegnare il viaggio d’inverno pensato da Preljocaj. Fino a che urli ossessivi e conteggi schizofrenici esternano un dolore e un’insofferenza che raggiunge il suo culmine e si fa disperazione.

Poi il giallo e il bianco fulgido del finale, che chiude il cerchio della vita-morte, ma senza catarsi. Solo un ricominciare daccapo.

Tania Cefis
(25 gennaio 2019)

La locandina

Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
CoreografiaAngelin Preljocaj
Assistente coreografoClaudia De Smet
SceneConstance Guisset
LuciEric Soyer
CostumiAngelin Preljocaj
Basso-baritonoThomas Tatzl

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