Modena: i Teatri emiliani sfornano una gustosa Bohème

Mia nonna faceva una meravigliosa parmigiana di melanzane. Era grassa, unta e di ardua digestione ma proprio buona. Si sarebbe definita una melanzana di tradizione. Mia madre me ne propinava una versione light, più sana e digeribile, ma piuttosto sciapa. Come a dire per fare la cosa giusta, a volte, non c’è bisogno di arditi esperimenti culinari.

Utile premessa gastronomica per spiegare il senso della Bohème emiliana di questo gradevole autunno, frutto dell’ormai consolidata collaborazione dei Teatri dell’omonimo circuito.

Metti allora una Bohème alla parmigiana (di nonna, non nel senso dell’amena località) servita sulla via Emilia, in un pomeriggio di ottobre ancora assolato, nel teatro che porta il nome di un certo Luciano che qualche competenza culinaria indubbiamente la vantava.

Regia tradizionale, come potrebbe essere l’ormai introvabile pasticcio di tortellini, e un cast musicale di qualità assoluta. Per chi in passato ha degustato Bohème in pregiata salsa zeffirelliana (peraltro ancora in uso in numerosi teatri) sarà sembrato di ritrovarsi davanti alla stessa gustosa pietanza, visivamente la differenza non si percepiva forse perché il sapiente scenografo proveniva dalla bottega del Maestro fiorentino. Alla regia, invece, un brillante ultrasettantenne che ha da poco dismesso la gobba per l’ultima volta (cosi ha giurato allo scriba incontrato nel foyer) e che da qualche tempo ha iniziato a cimentarsi con la drammaturgia con risultati che, almeno in questo caso, si possono definire gustosi. Perché in fondo lo spettacolo non ha sbavature, l’eco zeffirelliano rimane predominante, se non altro per l’imponenza delle scene, ma si possono scorgere idee di regia tutt’altro che infelici che riescono meglio a movimentare la scena, in particolare le baruffe tra i coinquilini dell’amena soffitta che aiutano a riscoprire la vena autoironica del libretto che ci è parso davvero più brillante di quanto si ricordasse.

Di grande impatto visivo anche la scena finale che sembra quasi un tableaux vivant di stampo impressionista.

Ottimi, anzi gustosi, i risultati sul piano musicale. Il Direttore Aldo Sisillo ha tirato fuori dall’orchestra un suono elegante e pulito che ha fatto meglio emergere l’impronta wagneriana del capolavoro di Puccini mentre il cast ha onorato con passione e impegno la tavola che era stata imbandita sulla via Emilia ad uso e consumo di un pubblico che non ha lesinato applausi a scena aperta.

I protagonisti, Maria Teresa Leva e Matteo Desole hanno esibito un materiale vocale davvero imponente, con gara di acuti svettanti ma con lavoro pregevole anche sui piani da parte entrambi. Anche se fuori dal Teatro la temperatura risultava ancora mite, molte tra le signore presenti (e non solo) non avrebbero disdegnato il soffio caldo e vellutato di Desole sui palmi delle proprie mani. Se proprio si deve fare una (costruttiva) osservazione ad entrambi, si dovrebbe forse invocare il pensiero di un certo Signor Giuseppe Verdi secondo il quale la padronanza della tecnica non deve avvenire a discapito della drammaturgia. Ben assortito il resto del cast dove figurava un solido Carlo Seo nei panni di un assertivo Marcello e Lucrezia Drei che ha cantato bene Musetta, esibendo quella verve seduttiva e maliziosa che il personaggio richiede. Felipe Oliveira, nei panni di Schaunard, ha gestito con intelligenza qualche piccola sbavatura mentre ha brillato il Colline di Maharram Huseynov. Il timbro scuro è già decisamente maturo nonostante la giovane età e la sua presenza sul palco non è passata inosservata, strappando anche applausi sull’aria vecchia zimarra, affrontata con sicurezza e passione. Completavano la ricca tavola del cast Roberto Carli (Parpignol), Gianluca Lentini (Benoit/Alcindoro), Paolo Marchini e Stefano Cescatti (coppia di doganieri).

Alla fine si potrebbe dire che in un mondo cinico che corre più veloce dei nostri passi, è in fondo rassicurante ritrovare in sala il borbottio del pubblico che, applaudendo alla tradizione, si scaglia contro le vituperate regie moderne, la costante e inarrestabile degenerazione dei valori e l’invenzione di quel diabolico arnese di metallo fumante che sulle strade dei cavalli ha preso il posto.

Marco Ubezio
(11 ottobre 2019)

La locandina

DirettoreAldo Sisillo
RegiaLeo Nucci
Regista collaboratoreSalvo Piro
SceneCarlo Centolavigna
CostumiArtemio Cabassi
LuciClaudio Schmid
Personaggi e interpreti:
MimìMaria Teresa Leva
MusettaLucrezia Drei
RodolfoMatteo Desole
MarcelloCarlo Seo
SchaunardFellipe Oliveira
CollineMaharram Huseynov
ParpignolRoberto Carli
Benoît / AlcindoroGianluca Lentini
Sergente dei doganieriPaolo Marchini
DoganiereStefano Cescatti
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Lirico di Modena
Maestro del CoroStefano Colò
Voci bianche della Fondazione Teatro Comunale di Modena
Maestro delle Voci bianchePaolo Gattolin

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