Montecatini: Pagliacci e Edipo Re, l’alfa e l’omega di Leoncavallo
C’è chi, anche simpaticamente – direbbe Maurizio Mosca –, mi chiama vecchio, chi mi dà del masochista, chi mi guarda accigliato o addirittura non cela un certo disprezzo per i miei “strani” gusti: ebbene, io ci sguazzo in questo repertorio novecentesco bistrattato, per piacere e per studio. Perché sì: quanto più le cose si studiano e si prendono seriamente, tanto più non lasciano indifferenti. Al Teatro Verdi di Montecatini, infatti, nell’ambito di un articolato omaggio a Ruggero Leoncavallo – celebrazione spalmata su più giorni, partorita, nutrita, amata dal suo appassionato e ostinato babbo, Fabrizio Moschini, il primo a credere nell’importanza ed attrattiva di questa musica – s’è ascoltato un dittico inedito, Pagliacci e Edipo Re, alfa e omega della carriera compositiva del festeggiato, nato a Napoli e morto nella città termale. Senza mezzi termini, a prescindere da ogni specificità, il raro evento è stata un successone: il fragore dopo l’ultimo accordo dell’Edipo, non proprio l’opera più immediata, semplice, intuibile del mondo, è stato inaspettato anche per chi apprezza questa composizione sui generis, tarda, complessa, più cantata drammatica od oratorio tragico che opera propriamente detta. Eppure, a volte, accade che il risultato superi la previsione.
La serata è iniziata con Pagliacci, in un intelligentissimo allestimento semiscenico di Lorenzo Lenzi: il giovane regista, con poco, ha fatto più del possibile, anzi ha volto il “poco” a proprio favore, spogliando l’opera di ogni zeffirelliano horror vacui e rivestendola di una tragica e asciutta solitudine, molto vicina alla dimensione raccolta e paradigmatica dell’Edipo, per cui i tipi umani e psicologici dei Pagliacci parevano appartenere alla stessa galleria grave del mito. Concisa e stringata, ristretta in un’ironia essenziale e tagliante, la direzione di Pietro Mazzetti, che forse avrebbe potuto far respirare maggiormente l’orchestra e sottolineare certi dettagli per mezzo di volumi più densi e tempi più serrati. A ben sentire, però, con il Coro Harmonia Cantata non particolarmente puntuale e consistente, sarebbe stato deleterio ingranare qualche marcia in più.
Efficace, quando non eccellente, il cast: preziosa e lirica, sfaccetta in mille pensieri ed emozioni diversi, la Nedda di Elisa Balbo, docile e combattiva, omogenea vocalmente e stilisticamente; tra i pochi, oggi, a poter affrontare con gusto e prestanza vocale il ruolo di Canio, Samuele Simoncini fa capire una volta di più che per questo repertorio ci vogliono voce e testa, resistenza ed intuizione interpretativa, nel sapere quando non eccedere e quando liberare il canto: lui ce le ha tutte, e lo dimostra ampiamente; un po’ ruvido nell’emissione ma interpretativamente centrato il Tonio di Giuseppe Altomare; assai sicuro il Silvio di Nicolò Ayroldi, bel timbro e giusta estensione; prezioso, un gioiello il Beppe di Didier Pieri, debuttante: il canto è sia gentile, alla maniera stilnovista, che penetrante, il timbro bello e personalissimo, ideale per il doppio ruolo di uomo buono e attore brillante; il suo Arlecchino, idealmente connesso con quello (da lui già interpretato) de Le maschere mascagnane, è frizzante e picassiano, cantato tutto sul fiato e con finezza.
Edipo Re (secondo ascolto, per me, dal vivo: ma il collega-amico Fulvio Venturi mi batte ampiamente) ha trovato nella bacchetta di Valerio Galli il meglio, oggi, per musica simile. Chiariamoci: il Galli dirige bene e con successo anche altro repertorio, ma per riuscire in questo bisogna crederci, sentirlo proprio ed interiorizzarlo con studio e passione (e per questo è molto difficile da eseguire).
L’Orchestra Cupiditas, non irreprensibile, specie negli ottoni, pareva un’altra: lussureggiante, seducente, potente senza fracasso, lodevole nei violoncelli e contrabbassi. Bellissimo il terzetto Edipo-Creonte-Tiresia: Galli sottolinea l’urgenza quasi verdiana, incalzante, unita ad un nuovo linguaggio novecentesco, di espressionismo melodico lontano dal verismo, ancora resistente in talune forme.
Cast nel complesso all’altezza delle aspettative: solenne l’Edipo di Vittorio Vitelli; matronale e ieratica la Giocasta di Maria Billeri; molto bene il Creonte di Samuele Simoncini; incisivi il Tiresia di Paolo Pecchioli e il Corinzio di Nicolò Ayroldi; elegante il Pastore di Didier Pieri. In grande spolvero il Coro Arché.
Notevole successo, durante e alla fine, a coronamento di uno sforzo produttivo, da ogni parte, encomiabile ed esemplare.
Mattia Marino Merlo
(11 dicembre 2025)
La locandina
| PAGLIACCI | |
| Direttore | Pietro Mazzetti |
| Allestimento semiscenico a cura di | Lorenzo Lenzi. |
| Costumi | Fondazione Cerratelli. |
| Personaggi e interpreti: | |
| Nedda (Colombina) | Elisa Balbo |
| Canio (Pagliaccio) | Samuele Simoncini |
| Tonio (Taddeo) | Giuseppe Altomare |
| Beppe (Arlecchino) | Didier Pieri |
| Silvio | Nicolò Ayroldi |
| Orchestra Cupiditas | |
| Coro Harmonia Cantata | |
| Maestro del Coro | Raffaele Puccianti |
| Coro di voci bianche dell’Accademia Musicale Della Valdinievole | |
| Direttrice | Michela Masini |
| EDIPO RE | |
| Direttore | Valerio Galli |
| Personaggi e interpreti: | |
| Edipo | Vittorio Vitelli |
| Giocasta | Maria Billeri |
| Creonte | Samuele Simoncini |
| Tiresia | Paolo Pecchioli |
| Un Corinzio | Nicolò Ayroldi |
| Un Pastore | Didier Pieri |
| Orchestra Cupiditas | |
| Coro Arché | |
| Mesetro del Coro | Marco Bargagna |














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