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Montepulciano: il Cantiere delle visioni e dei sogni di Henze

Inaugurazione nel segno dell’amicizia e di una visione che ha cambiato il modo di vedere e vivere la musica per il 51º Cantiere d’arte internazionale di Montepulciano, venerdì 17, sabato 18 e domenica 19 luglio 2026, che quest’anno ha celebrato un triplo anniversario: il centenario dalla nascita del compositore Hans Werner Henze, ideatore di questa “visione” nel 1976, i cinquant’anni dalla prima rappresentazione dell’opera Don Chisciotte di Paisiello/Henze a Montepulciano e i venticinque anni dalla Fondazione dell’Accademia di Palazzo Ricci, luogo in cui la visione si è “concretizzata”.

Una manifestazione artistica che rappresenta un unicum nel panorama culturale internazionale. Concepito da Henze non come un Festival ma più come un’officina creativa, il Cantiere ha sin dall’inizio avuto una duplice vocazione: da un lato, promuovere la formazione artistica attraverso l’incontro tra professionisti e giovani talenti; dall’altro, valorizzare il patrimonio culturale e sociale del territorio toscano, coinvolgendo attivamente la comunità locale. Un vero e proprio laboratorio aperto per la sperimentazione e la commistione di linguaggi musicali. Hans Werner Henze ha immaginato Montepulciano come luogo ideale per coltivare una musica colta, impegnata e accessibile, superando le dicotomie tra avanguardia e tradizione, tra élite e popolo. È un po’ come una fiaba raccontata da tutti e tramandata. Un luogo di “scoperta” dove accettare anche l’imperfezione e lo stupore.

Il Convegno internazionale: Henze 100, Don Chisciotte 50, Palazzo Ricci 25: tre anniversari, una visione

Il convegno, a cura di Elena Minetti, Erdmuthe Brand e Judy Diodato, si è inserito nell’ambito del progetto di cooperazione tra il 51° Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, le sette Accademie d’arte e di musica della Nordreno Vestfalia, raccolte nel Kolleg der Künste e l’Accademia Europea delle Arti Palazzo Ricci Montepulciano.
Articolato in tre sessioni, la mattina di venerdì 17 luglio è stata dedicata al venticinquesimo anniversario della fondazione dell’Accademia delle Arti di Palazzo Ricci. Erdmuthe Brand ha moderato la mattinata degli interventi che hanno visto alternarsi una tavola rotonda con fondatori istituzionali e artisti storici (Isabel Pfeifer-Poensgen, Werner Lohmann, Riccardo Pizzinelli,  Luciano Garosi, Sarah O’Brien) che hanno raccontato i primi anni dell’Accademia; poi è intervenuta la stessa Erdmuthe Brand con l’intervento intitolato  Ricezione di Palazzo Ricci in Italia e le sue collaborazioni; Il progetto dell’Ateneo Renano è stato esposto da Thomas Leander e infine Le prospettive artistiche dell’Accademia sono state illustrate da Ariadne Daskalakis.

La seconda sessione dedicata al centesimo anniversario della nascita di Hans Werner Henze ha visto come moderatori Francesco Antonioni ed Elena Minetti. Attraverso le testimonianze di chi ha lavorato a stretto contatto con Henze ed era a lui legato da profonda amicizia, si è indagata la vita e l’opera del compositore: Henze e il suo atelier (Francesco Antonioni, Gabriele Bonolis, Detlev Glanert, Michael Kerstan, Stefano Taglietti), Una miniera per la ricerca. La Collezione Hans Werner Henze presso la Fondazione Paul Sacher di Basilea (Simon Obert), La biblioteca privata di Henze proveniente da La Leprara come collezione speciale a Detmold (Antje Tumat), Tra una “patria senza entusiasmo” e un “mondo migliore”. Sguardi sulla Germania e sull’Italia di Henze (Sabine Meine).

La terza sessione, sabato 18 luglio, è stata infine dedicata al cinquantesimo anniversario della prima rappresentazione assoluta di Don Chisciotte della Mancia di Paisiello/Henze a Montepulciano. Andrea Zepponi ha introdotto e guidato gli interventi alla scoperta dell’opera scelta come titolo del 51 cantiere: la preziosa e accorata testimonianza personale di Carlo Pasquini nell’intervento 1976 – Un’astronave atterrò a Montepulciano. Sorprese e meraviglie ai tempi del 1° Cantiere Internazionale d’Arte; il racconto del laboratorio Don Chisciotte: un laboratorio grafico con bambine e bambini di Sofia Scroppo; il progetto didattico sui carteggi tra Henze e i suoi amici in Henze in Conservatorio. Un’esperienza didattica e problemi storiografici di Maria Grazia Sità.

Per addentrarsi poi nell’opera Don Chisciotte, l’intervento in video Cosa è stato Don Chisciotte del librettista Giuseppe Di Leva; per affrontare poi la parte musicale Contra filologos. Henze e il restauro creativo con il M. Marco Angius; per la parte registica, Il Don Chisciotte di Henze e Di Leva quale contributo alla concezione di un “anti-festival” con il regista Michael Dissmeier; e la scenografia con Don Chisciotte × 7, ovvero come inventare una scenografia in un progetto collettivo insieme a Lena Newton e al gruppo che ha lavorato per la realizzazione delle scene. Ogni sessione del convegno si è conclusa con preziosi momenti musicali donati da musicisti giovani, ma già molto maturi nell’affrontare pagine di grande difficoltà e virtuosistica bellezza.

Una doppia inaugurazione per il Cantiere: la Banda Poliziana fa “esplodere di musica” le strade di Montepulciano e il  monumentale Tempio di San Biagio celebra Henze con un concerto poetico

Sulla scia dello spirito comunitario del Cantiere è stata proprio la Banda Poliziana, diretta da Giacomo Valentini, a dare ufficialmente il via, nel pomeriggio di venerdì 17 luglio, al 51 Cantiere d’arte internazionale di Montepulciano. Partendo da Piazza Grande ha letteralmente invaso il paese di suoni coinvolgendo tutti al suo passaggio attraverso le vie della città.

A seguire, al Tempio di San Biagio, il Concerto di inaugurazione serale, più intimo e meditativo, in collaborazione con MusicaRiva Festival 42ª edizione, ha visto Markus Stenz sul podio dell’Orchestra Sinfonica delle Alpi con la partecipazione del soprano Marily Santoro.

In programma i Nachtstücke und Arien, uno dei vertici artistici della collaborazione tra Ingeborg Bachmann e Hans Werner Henze, in una versione proposta in prima assoluta (commissione del 51º Cantiere) per soprano e piccola orchestra di Detlev Glanert (1960). L’opera, pensata da Henze e divisa in cinque sezioni, vede tre movimenti orchestrali all’interno dei quali sono incastonate come gemme, due splendide arie, i cui versi furono composti da Bachmann appositamente su richiesta di Henze.

Dopo l’introduzione strumentale del Nachtstück I, avvolgente e misterioso, preludio ad una nostalgica “tempesta di rose” dell’Aria I, „Wohin wir uns wenden im Gewitter der Rosen“ (Ovunque ci volgiamo nella tempesta di rose), la voce corposa, sonora ed e al tempo stesso delicata e malinconica del soprano Marily Santoro ha dato prova di una linea di canto sempre sostenuta e solida, in un continuo slancio di passione attraverso la bellezza della parola poetica della Bachmann.

Una riflessione sul mondo e sulla natura che si confronta continuamente con le crude problematiche del presente. Una voce che ha donato nuova vita al meraviglioso testo infondendo accenti sognanti e creando un universo onirico in cui si rischiava di rimanere intrappolati per la straordinaria e delicatissima bellezza, sostenuta dal tessuto orchestrale dipinto con grande eleganza — come fosse una tela dalle forti tinte cromatiche — dal M° Markus Stenz. Straordinaria anche la vivace ed energica lettura che il M° Markus Stenz ha dato della Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica” di Ludwig van Beethoven. Il suo gesto magnetico, essenziale e ben determinato sembrava aver completamente stregato l’Orchestra Sinfonica delle Alpi, unita indissolubilmente a lui da invisibili fili in un reciproco scambio di energia e suono.

Un Don Chisciotte a misura di bambino

Seguendo le tracce di Pollicino, la novità di quest’anno, voluta dalla direttrice artistica Mariangela Vacatello, è stato il Cantierino dedicato ai più piccoli. Nel pomeriggio di sabato 18 luglio, all’Auditorium Ex Macelli, una platea di giovanissimi è rimasta incantata e divertita di fronte alla magia dello spettacolo di marionette Don Chisciotte e la luna, organizzato da Habanera Teatro e liberamente tratto da Cervantes, che ha anticipato la messa in scena del Don Chisciotte della Mancia di Henze/Paisiello al Teatro Poliziano.

Ronzinante ha lasciato il posto a Clavilegno, che é diventato per Don Chisciotte il viatico per arrivare sulla Luna e recuperare la memoria e l’immaginazione imprigionate in ampolle di vetro: la stessa Dulcinea, sull’orlo di una imminente perdita dei ricordi, chiedeva disperatamente aiuto al suo cavaliere prediletto. Il fil rouge narrativo che guidava tutto lo spettacolo, era rappresentato dal dover comporre una filastrocca per poter materializzare Clavilegno (“tragitto breve o tragitto lungo che Clavilegno appaia senza indulgo, strada sovrana, volo supremo, con Clavilegno dalla Luna non torneremo“) che di bocca in bocca, pezzetto per pezzetto Sancio Panza e Don Chisciotte dovevano completare.

Un capolavoro letterario così celebre è stato trasposto per marionette e burattini con soli due artisti in scena,  Patrizia Ascione e Stefano Cavallini: un’operazione tutt’altro che semplice e perfettamente riuscita.

Sicuramente si è trattato di un tentativo estremamente interessante e pregevole per avvicinare le nuove generazioni a un’opera importante, rendendola meno complessa e più facilmente fruibile da un pubblico di bambini. Tuttavia, l’esile tessuto drammaturgico pensato da Stefano Cavallini (testi, adattamento e regia) e il confuso mischiarsi di personaggi e situazioni, potevano forse rappresentare un’eccessiva semplificazione, non sempre appropriata per un bambino, e generare una leggera confusione nelle giovani menti da formare ed educare. Spettacolari i burattini di gommapiuma tenuti in piedi dal corpo dei burattinai, a cui erano agganciati con un sistema di calamite, realizzati a mano da Patrizia Ascione (figure e scenografie), che hanno però in parte svelato la magia agli occhi dei bambini togliendo loro la convinzione che i burattini si muovessero da soli.

Ascoltatori “erranti” alla scoperta di organi storici del territorio e direttrici in trio.
L’idea dell’andare, dello scoprire e dell’errare ha rappresentato un tema ricorrente presente in quasi tutti i progetti del Cantiere. Un esempio suggestivo si è concretizzato nel lavoro sugli organi storici del territorio: monumenti fissi nel tempo e nello spazio, che il pubblico “errante” si è recato ad ascoltare nei loro luoghi. E proprio sull’onda di questa riscoperta si è inserito l’appuntamento di domenica 19 luglio nella chiesa di Santa Maria delle Grazie che ha ridato vita a uno storico e raro strumento a canne interamente in legno di cipresso, presumibilmente costruito tra il 1713 e il 1717 da Agostino Buratti, organaro specializzato nella costruzione di strumenti in legno. Dopo aver subito vari rimaneggiamenti, nel 1832 fu trasferito qui dalla chiesa di Sant’Agnese e collocato sulla cantoria in controfacciata, entro una cassa lignea in un ricco stile barocco, dallo scultore Carlo Maderno Speroni (1765-1766). Venne profondamente danneggiato durante la seconda guerra mondiale a causa dei bombardamenti e, ridotto al silenzio, fu oggetto di un restauro conservativo effettuato da Pier Paolo Donati tra il 1980 e il 1983. In tale occasione vennero rimossi due registri e ricostruiti i Grilli e il Tremolo; al termine dell’intervento, fu inaugurato l’8 ottobre 1983, con un concerto di Wijnand van de Pol.

Il Cantiere ha fatto risuonare ancora una volta il suo timbro caldo conferito dal legno del cipresso accostandolo alla morbida sonorità della viola. Protagonista il duo Galanti, formato da Sara Galanti (viola) e Antonio Galanti (organo), in un programma che ha unito i due strumenti in un omaggio allo strumento recuperato attraverso due prime assolute (commissioni 51º Cantiere): l’evocativo Kyparissos per viola sola di Sara Galanti e la Toccata Undecima per organo di Antonio Galanti, che è ben riuscita a portare alla luce le sonorità e le possibilità dello strumento compresi i Grilli e il Tremolo.

Accanto a queste due composizioni sperimentali, il concerto ha tracciato un excursus storico-stilistico della musica per viola dal Barocco al Romanticismo: dal Concerto in sol maggiore TWV 51:G9, composto fra il 1716 e il 1721 da Georg Philipp Telemann, all’epoca direttore del Collegium Musicum della famiglia Frauenstein a Francoforte sul Meno, felice unione tra l’antica sonata da chiesa e il nuovo concerto solistico oggi conosciuto per viola, archi e continuo; alla Sonata in do maggiore HWV 543, composizione giovanile di Georg Friedrich Hӓndel, presumibilmente composta verso il 1705 per viola o viola da gamba e clavicembalo; per finire con la Fantasia op. 94, concepita inizialmente per viola e orchestra da Johann Nepomuk Hummel, allievo di Mozart e Haydn e amico di Beethoven e Schubert, uno tra i più celebri musicisti della Vienna del tempo, che consta di una serie di arrangiamenti ed elaborazioni di canzoni e melodie e arie d’opera tratte da Mozart e Rossini con sezioni originali che mettono in luce il virtuosismo solistico della viola.

Tutti i brani sono stati proposti, naturalmente, in un adattamento moderno per viola e organo eseguito con grande perizia tecnica, ma che ha sofferto un po’ a causa delle specifiche caratteristiche dell’organo. Il temperamento mesotonico del quarto di comma e il corista del la a circa 415 Hz hanno rappresentato una sfida pratica notevole che ha portato a qualche difficoltà di intonazione tra i due strumenti.

Errando tra i luoghi simbolo del Cantiere, nel pomeriggio di domenica 19 luglio, si è giunti nello splendido salone di Palazzo Ricci dove si è celebrato, con il concerto intitolato “Direttrici in trio”, un incontro musicale tra direttori: due direttrici artistiche — la violinista americana di origini greche Ariadne Daskalakis (direttrice artistica dell’Accademia Europea di Musica e Arte “Palazzo Ricci” e del festival internazionale di musica da camera “Music from Land’s End Wareham”) e la pianista italiana Mariangela Vacatello (dal 2024 direttrice artistica del Cantiere) — e un direttore d’orchestra, il clarinettista spagnolo Jose-Luis Estelles, che si dedica con rara e pari maestria alla sua attività artistica di clarinettista e direttore d’orchestra, coniugandola con un vivo interesse per la didattica.

Il programma ha visto inizialmente protagoniste il duo delle direttrici artistiche con la Sonata in la maggiore op. 162 D. 574 di Franz Schubert, esplicito richiamo all’aria di Don Calafrone, unica aria scritta da Henze per l’opera Don Chisciotte della Mancia. Conosciuta come “Gran Duo”, datata agosto 1817 e contraddistinta da una scrittura particolarmente virtuosistica e molto attenta agli equilibri, la sonata ha messo ben in evidenza il dialogo tra le due musiciste e la loro abilità nello sfruttamento delle risorse timbriche ed espressive dei due strumenti.

Un “ritorno alle origini” è stato rievocato dalla Sonatina per violino e pianoforte del 1979, tratta dalla favola per musica Pollicino, opera che Henze compose appositamente per il Cantiere internazionale d’arte in modo da coinvolgere l’intera comunità di Montepulciano nell’esecuzione e rappresentazione dell’opera alla prima del 1980. Dei temi di questa fiaba di iniziazione la Sonatina concentra varie risonanze della vena henziana, da Schumann a Mahler. Le due artiste, ciascuna seguendo un proprio disegno melodico indipendente, sembravano perdersi e ritrovarsi, un po’ come Pollicino nel suo sentiero di sassolini, mettendo in evidenza una grande cantabilità lirica accostata a passaggi talvolta più incisivi e percussivi del pianoforte, che non era mai un semplice accompagnamento al violino ma creava sempre con esso un contrappunto vivacissimo.

Con un piacevole gioco teatrale e di specchi, quasi come fossero richiamati dalla dolce e malinconica, a tratti ipnotica, melodia del pianoforte sognante disegnata dalla Vacatello, sono apparsi sulla scena, simili a due cavalieri erranti arrivati da lontano, il violino incantato di Ariadne Daskalakis e il clarinetto di Jose-Luis Estelles, dando vita al meraviglioso Trio per pianoforte, violino e clarinetto op. 30 di Aram Khachaturian, quasi a voler evocare un’atmosfera da mille e una notte. Scritto nel 1932, è una pagina ricca di forti richiami alle musiche popolari armene e asiatiche, in cui i tre musicisti si sono scambiati a turno i temi in un gioco costante, tra momenti di grande liricità, ritmi incalzanti e passaggi virtuosistici in cui si sono anche divertiti a lasciarsi andare a momenti simili a una libera improvvisazione, quasi jazzistica, fino a terminare con estrema eleganza in un’evanescente dissolvenza, come se si fossero trasformati in un’entità ectoplasmatica fluttuante.

Le molteplici sfide di Don Chisciotte

Il filo conduttore del triennio di direzione artistica di Mariangela Vacatello è stato il senso dell’errante incarnato da Don Chisciotte. Iniziato con El retablo de Maese Pedro di Manuel de Falla, versione musicale e scenica di un episodio del Don Quixote de la Mancha di Miguel de Cervantes, è giunto quest’anno al culmine con la ripresa, dopo 50 anni, di Don Chisciotte della Mancia, opera realizzata da Henze nel 1976, nel primo anno del Cantiere. Nella sua idea, la manifestazione non doveva essere un festival-vetrina, ma un luogo dove “rinunciare al controllo e accettare l’imperfezione per ritrovare lo stupore puro, tornando tutti un po’ allievi” come dichiarato dalla stessa Vacatello. Don Chisciotte rappresenta proprio questa idea: è una sorpresa continua, un caleidoscopio raffinato e ironico.

«Come si può sentire all’interno della partitura, Henze cita e allude, attraverso dei giochi di ritmo e di richiami motivici, ad altre partiture del passato» — ci racconta Marco Angius, al quale è stata affidata la direzione — «Si possono sentire citazioni di sinfonie di Mozart, di Schubert, di Beethoven, pezzi cameristici, stili di concertati rossiniani. C’è un continuo giocare molto eclettico con il passato e, attraverso questa partitura, Henze fa apparire altre opere contemporanee o successive a Paisiello stesso. Fa un’operazione postmoderna: da un relitto costruisce un altro mezzo di trasporto».

L’opera comica di Giovanni Battista Lorenzi e Giovanni Paisiello viene raccontata da Giuseppe Di Leva e Hans Werner Henze, il quale nel 1976 sceglie, per lo spettacolo da rappresentare a Montepulciano, la seconda versione del 1796 (sembra quasi un gioco numerico), del Don Chisciotte di Paisiello.

È la prima volta che lui rielabora un’opera del passato, e sceglie proprio un’opera del Settecento. Un esperimento a cui ne seguiranno altri: riprenderà Il re Teodoro in Venezia sempre di Paisiello, i Lieder di Schubert, Il Ritorno di Ulisse in Patria di Monteverdi, i Wesendonck-Lieder di Wagner, partendo sempre dall’idea di incontro tra due culture: quella mitteleuropea/tedesca, da dove Henze proveniva, e quella mediterranea, dove Henze si era rifugiato. Non è un caso che lui, arrivato a Napoli, dopo aver lasciato la Germania per motivi politici, scriva tra i primi pezzi, nel 1956, i Fünf neapolitanische Lieder (Cinque canzoni napoletane), canti napoletani su testi anonimi del 1700 in dialetto, scritti per baritono e piccola orchestra da camera, di stampo dodecafonico.
L’idea di Henze, un po’ come aveva fatto Stravinskij nel suo Pulcinella, è quella di ritrovare, restaurare e reinventare il passato, arricchendolo a tal punto che, riascoltando l’originale della versione di Paisiello potrebbe sembrare perfino povero rispetto alla scrittura di Henze.

L’elaborazione essenziale del libretto di Di Leva per Henze sta nel far convivere due mondi contrapposti nell’opera inserendo l’idea del doppio. Raddoppia, cioè, i personaggi principali: Don Chisciotte e Sancio Panza sono interpretati sia da due cantanti che da una coppia di attori. Crea così un elemento di teatro totale unendo la parte di prosa e le parti cantate. I personaggi interagiscono tra di loro e si sdoppiano anche in maniera imprevedibile. Don Chisciotte e Sancio Panza attori sono seduti nei palchetti oppure salgono sul palcoscenico, si muovono: è un elemento che crea un’illusione, quasi come se durante un’opera lirica ci fosse qualcuno del pubblico che interrompe lo svolgimento. Due mondi paralleli che si mischiano. A volte quando gli attori intervengono in scena, l’azione sul palco si blocca, per far percepire le due realtà staccate e indipendenti, ma che al contempo si compenetrano. È un’incursione nella finzione, con la funzione di creare varietà e destabilizzazione. L’identica destabilizzazione che viene creata dalla presenza insolita della banda.

«La banda è l’elemento che mi ha colpito di più», dice Angius, «apre il primo atto, chiude l’opera e si inserisce, sempre con degli inserti di Paisiello, non inventati da Henze, in un modo molto funzionale e calibrato. Rappresenta l’elemento della follia». Quando nel libretto Don Chisciotte dice “Voglio diventare folle”, allora compare la banda con l’idea di perseguire la follia come fosse uno stato superiore, più che una fuga dalla realtà.

La banda incarna dunque l’idea della follia, voluta appositamente da Henze non intonata e amatoriale. Un “non intonato” che va oltre i confini della musica utilizzata nel momento in cui la situazione esplode, quando la temperatura sale sia drammaturgicamente sia musicalmente. Nel momento in cui il piccolo ensemble e le voci arrivano al limite, allora la banda entra a creare una sorta di scompiglio, rovesciando completamente i termini musicali: diventa l’elemento sovversivo dell’opera utilizzato in maniera sempre esplosiva, con delle danze (minuetto, fandango) oppure, nella scena del mulino, con accordi violentissimi, improvvisi e inaspettati.
In generale, è l’elemento del caos che con le sue “stonature” reinventa ogni volta, creando sonorità instabili e nuove.

Con grandissima abilità e un pizzico di ironia, il M° Marco Angius è riuscito a tenere insieme questi due mondi contrapposti – professionismo e dilettantismo, passato e presente, normalità e follia, cantanti e attori, l’Ensemble strumentale dell’Ateneo Renano e la Banda Poliziana – con una direzione sempre fluida e un coinvolgimento totale nella partitura. Ciò traspariva chiaramente nel gesto e nei movimenti armoniosi e danzanti che trasmettevano divertimento e gioia, mettendo sempre ben in evidenza il gioco di timbri e ritmi con cui Henze ha rinnovato la partitura di Paisiello. In particolare, è risultato travolgente e pieno di energia l’intervento delle numerose percussioni inserite in partitura.

La Coproduzione Cantiere Internazionale d’Arte, Palazzo Ricci Accademie delle Arti e Kolleg der Künste/Ateneo renano (Hochschule für Musik Detmold, Hochschule für Musik und Tanz Köln, Robert Schumann Hochschule Düsseldorf, Folkwang Universität der Künste Essen e Kunstakademie Düsseldorf), in collaborazione con Guido Levi Lighting Lab e AltreVoci Ensemble, ha portato sul palco due cast formati da giovani provenienti principalmente dai conservatori tedeschi che, con la loro energia, hanno restituito tutta la freschezza e la leggerezza della partitura.

Le due punte di diamante della produzione erano i due tenori: Nicola Di Filippo, che ha interpretato il ruolo di Don Chisciotte nella prima recita del 18 luglio, dotato di una voce brillante e luminosa, con un’emissione sempre solida e precisa che si apriva con grande energia nel registro acuto; e Paolo Mascari, nel ruolo di Don Calafrone il 18 luglio, tenore dotato di estrema grazia ed eleganza e che ha saputo rendere con un’eccezionale musicalità la bellissima aria, quasi un lied, del secondo atto “su le soglie del bosco”, unica aria scritta da  Henze cantata ed eseguita accanto al pianoforte come se fosse un’aria di Tosti, che richiamava palesemente la prima sonata di Schubert per violino e pianoforte.

Interessanti anche le vocalità di Geonmuk Lim (Don Chisciotte, 19 luglio), Hyun Jun Yang (Don Calafrone, 19 luglio) e dei due interpreti del ruolo di Don Platone Lee Kihyun (18 luglio) e Jongdoo Back (19 luglio), presenti e solide ma forse più penalizzate sotto l’aspetto della dizione.

In generale il primo cast ha messo in luce vocalità molto promettenti, forse ancora un po’ acerbe sul piano interpretativo ma con un enorme potenziale, contro un secondo cast più preciso musicalmente che ha messo in risalto alcuni aspetti della partitura con maggior dettaglio.

Ben caratterizzato scenicamente il gioco tra i personaggi “gemelli” della Contessa e della Duchessa sia per la coppia Emelina Medina Martínez e Luzia Ostermann (18 luglio) molto simili alla coppia Fiordiligi-Dorabella del mozartiano Così fan tutte,  sia per le più  “esplosive” e cariche di vis comica Sujin Kim e Boyoung Lee (19 luglio).

Un Sancio Panza scenicamente molto efficace ma con qualche fragilità vocale ancora da sistemare quello di Biran Özgür Sariyer (18 luglio), mentre è risultato vocalmente più centrato, seppur con qualche imprecisione nell’articolazione del testo, il Sancio Panza del baritono Jaeyoung Lim (19 luglio).

Molto belle le voci delle due “servette” Yewon Lee (Carmosina, 18 luglio) e Seoyoung Jang (Cardolella, 18 luglio), pur a fronte di un’articolazione dei dialetti napoletano e veneto non sempre intelligibile, risultata difficoltosa anche per Stefanie Fischer (Carmosina, 19 luglio) e Despina Louka (Cardolella, 19 luglio) vocalmente forse più incerte ma notevolmente più presenti dal punto di vista  scenico e musicale.

Simpatici gli interventi dei due attori Alessandro Zazzaretta (Don Chisciotte) e Anelio Salvadori (Sancho Panza) che, un po’ come la banda con l’ensemble, portavano sul palco quell’elemento “non professionistico” e più amatoriale che rendeva perfettamente quel mondo reale innestato nella finzione scenica.

Molto efficace lo scambio tra Sancio Panza-attore e Sancio Panza-cantante, che al di là del costume identico, anche vocalmente e scenicamente, talvolta sembravano essere in completa simbiosi.

Interessante come il regista Michael Dissmeier sia riuscito a tradurre sulla scena l’esplosiva follia espressa musicalmente dalla banda attraverso un gioco di proiezioni che richiamavano, con la visualizzazione di un bug di sistema informatico, la mente in tilt di Don Chisciotte. Ciò anche grazie ad un prezioso lavoro di squadra che ha visto impegnati per le scene e i costumi, sotto la direzione di Lena Newton, Ruth Groß e Hans Diernberger, il gruppo formato da Julius Bach, Franziska Bruns, Laura Goerner, Hanna Pakhmutova, Emiliyan Todorov, Suna Osankan, Anastasiya Trifonenko, Elina Zaitseva, Ziqian Zhang, e per le luci Alberto Montino (lighting designer junior) e Cristian Zucaro, (lighting designer tutor) del Guido Levi Lighting Lab.

Le fantastiche avventure di Don Chisciotte sono state raffigurate con una coloratissima scenografia in cui dominavano il verde e il rosa, i colori dei due personaggi “gemelli” di Contessa e Duchessa, le due star, oltre a Don Chisciotte e Sancho Panza, attorno alle quali si muovevano tutti gli altri personaggi. Simbolica la grande porta rosa al centro della scena che si apriva per far entrare e uscire i due attori e dietro la quale non si riusciva bene a percepire che cosa si nascondesse:  quasi un’altra dimensione da cui provenivano gli attori, un po’ per riportare il pubblico alla realtà e un po’ per catapultarlo dall’altra parte del mondo, come se fosse una porta dello spazio e del tempo.

Ma la sfida forse più importante vinta da questa straordinaria produzione, guidata  dal Don Chisciotte Marco Angius armato di bacchetta,  è stata quella di portare l’opera, originariamente nata per lo spazio aperto e privo di barriere di Piazza Grande a Montepulciano, nel Teatro Poliziano appena restaurato. Tutt’altro sarebbe stato sicuramente l’impatto degli interventi della banda e, in uno spazio aperto, l’ensemble avrebbe avuto bisogno di essere amplificato. La deflagrazione della banda, compressa nella buca di un teatro d’opera, risultava alquanto affascinante. Ed era interessante l’idea di farla arrivare dal fondo del golfo mistico, costruito in discesa, in modo che il suono salisse verso l’esterno e andasse verso la platea, che con essa comunicava e ne rappresentava una prosecuzione grazie all’eliminazione delle balaustre. In questo modo il pubblico poteva vedere la banda, e percepire l’immagine di uno spazio completamente aperto che riproduceva l’idea della piazza. L’orchestra non era nascosta, ma era collegata al pubblico a tal punto che alcuni strumenti, come il pianoforte e la chitarra, erano quasi adiacenti alla prima fila, riproducendo anche in questo l’apertura della piazza.

La soluzione teatrale scelta dal regista e dal direttore ha portato a far convergere in un unico spazio le diverse sorgenti sonore, avvolgendo lo spettatore. Lo spazio ridotto del teatro ha accentuato l’esplosione bandistica, arrivando a un parossismo del ruolo musicale rispetto al palcoscenico e creando una forte connessione tra l’azione scenica e la parte musicale, che non era mai solo un semplice accompagnamento, o un commento, ma riproduceva la drammaturgia della follia del libretto. Da questo nasceva uno sdoppiamento folle tra la precisione dell’ensemble tradizionale e un gruppo musicale “fuori controllo”: i suoni della banda non erano solo stonati come Henze scrive in partitura, ma assolutamente incontrollabili. Possiedono una tale quantità di deviazioni dovute all’aspetto amatoriale del suonare, così diverso da quello professionale, da aver stimolato molto la fantasia di Henze: rappresenta l’elemento dell’imprevedibilità e del non controllabile che diventa molto contemporaneo, quasi aleatorio. Quello che viene eseguito non corrisponde a ciò che è scritto: questo aspetto amatoriale viene impiegato in senso inventivo, creando sonorità che non si potrebbero nemmeno notare su carta.

In tutto questo sovviene una riflessione, forse impopolare e non gradita al pubblico che ama godere anche della parte “visiva” dell’opera: laddove la drammaturgia musicale è compiuta di per se stessa e non ha bisogno di un apparato visivo, non si potrebbe lasciare lo spazio interamente alla musica e alla parola?

In maniera ancora più radicale, il discorso si potrebbe estendere a quasi tutto il teatro musicale del Novecento, in cui spesso la strumentazione e la vocalità sono talmente ricche da risultare autosufficienti. Il teatro musicale contemporaneo ha la tendenza a richiedere più l’ascolto che la visione, quasi fosse un’opera-oratorio.

Ma, seguendo la lezione di Henze, che desidera avvicinare e non allontanare il pubblico, unendo generazioni e contesti sociali e culturali diversi, non rinunciamo alla bellezza delle “colorate follie” di Don Chisciotte.

Federica Bressan

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