Nardella e il poco edificante futuro del Teatro del Maggio Fiorentino

Dopo una settimana convulsa, la Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino è cosparsa di macerie: azzerata la sovrintendenza di Cristiano Chiarot e sdegnosamente in ritirata la direzione musicale di Fabio Luisi. Eppure, si parla di una istituzione lirico-sinfonica apparentemente avviata sulla strada di un sia pure problematico risanamento, dopo una crisi devastante e molto pesante dal punto di vista finanziario. Da domenica scorsa, quando il quotidiano la Repubblica ha rivelato per primo che cosa stava meditando di fare il sindaco di Firenze Dario Nardella, si è alzato un polverone enorme, fra incroci di lettere più o meno feroci, proclami smentiti nel giro di poche ore, attacchi velenosi, interpretazioni opposte delle norme, rimpalli di responsabilità. Uno spettacolo per nulla edificante. Un teatrino sconcertante, che al di là della grottesca rappresentazione – della quale è primo autore e incerto regista il sindaco stesso –  solleva una una quantità di interrogativi inquietanti. Che riguardano le cose in riva all’Arno, certo, ma hanno anche una portata generale. E dimostrano una volta di più quanto il teatro musicale italiano, con rare eccezioni, rimanga un malato soggetto a febbri improvvise e devastanti, che azzerano speranze e progetti e riportano alla situazione di emergenza permanente che sembra essere la più autentica condizione del sistema.

Mentre i fiorentini, in controtendenza rispetto alla loro storia secolare, si stanno dimostrando poco propensi a spaccarsi in fazioni e sembrano largamente dalla parte del sovrintendente dimissionario-dimissionato Cristiano Chiarot, il polverone resta enorme. Questo non ha impedito che si scatenasse il toto-nomi per la successione, con ipotesi di tutti i tipi: alcune molto fantasiose, quasi tutte finora prive di fondamento, ovvero destinate a durare lo spazio quotidiano della successiva smentita. Quanto al “casus belli”, ovvero alla decisione da parte di Nardella di rinunciare alla presidenza del Consiglio di Indirizzo, delegandola all’ex direttore generale del Mibac, Salvo Nastasi, ora domina una certa prudenza. A quanto pare, la nomina del nuovo sovrintendente avverrà con Nardella presidente, solo in seguito dovrebbe iniziare l’era Nastasi. Anche se è ovvio che per una simile manovra rimane indispensabile il preventivo consenso di chi assumerà le redini del teatro.

Il sindaco di Firenze, asseritamente con sua grande sorpresa (e questo non è affatto un buon segnale per quanto riguarda la sua conoscenza del cosiddetto “ambiente”), ha scoperto quanto Nastasi sia “divisivo”. Questo “grand commis” dello Stato dalla carriera brillante e precoce (a 29 anni era già in posizione apicale nell’Amministrazione centrale) ha legato in particolare il suo nome alla gestione degli spettacoli dal vivo, almeno fino a quando l’allora premier Renzi non lo ha promosso vicesegretario alla Presidenza del consiglio e quindi lo ha spedito a Napoli come commissario per Bagnoli. All’avvento del governo M5S-Lega, si è dimesso da ogni incarico, autocollocandosi (così è stato scritto) in aspettativa. Per almeno un decennio, come dominus incontrastato al Mibac, Nastasi ha percorso in lungo e in largo l’Italia dei teatri d’opera, assumendosene il commissariamento laddove si dimostrava inevitabile. Nell’ultimo periodo (verso il 2014) si deve a lui la rivoluzione nel sistema di assegnazione dei contributi pubblici del FUS che ha sollevato una vera e propria rivolta, specialmente nel mondo della prosa ma non solo.

Come commissario, Nastasi fu anche a Firenze, verso il 2005. La situazione era finanziariamente critica e culturalmente asfittica, e lo rimase per almeno un decennio. E qualcuno di memoria lunga si è premurato di ricordare nei giorni scorsi, sui giornali fiorentini, che qualche sua operazione un po’ spregiudicata (legata alla gestione degli spazi ma non solo) non ebbe particolare utilità, se così vogliamo dire. Anzi, il contrario. Del resto, qualche anno dopo (autunno 2008 – primavera 2009) Salvo Nastasi sarebbe stato il padre di un’altra operazione molto controversa i cui strascichi proseguono a tutt’oggi. Ci riferiamo alla Fondazione Arena (della quale fu commissario per alcuni mesi nella primissima parte della sovrintendenza Girondini) e alla “trovata” di creare la Srl Arena Extra, alla quale nel 2013 la Fondazione cedette un patrimonio calcolato in oltre 12 milioni di euro costituito da costumi e materiale d’archivio, ovviamente riportato ad attivo nel bilancio. Come poi è stato osservato, un tentativo di “cosmesi di bilancio” dentro a conti che stavano andando a catafascio.  Arena Extra oggi si chiama Arena Srl e ha procurato infinite noie, fra contestazioni fiscali milionarie della GdF, sospetti di conflitto d’interessi nella sua gestione, polemiche politiche croniche, a fronte di una persistente opacità nella sua attività.

I sostenitori dell’operazione Nardella-Nastasi affermano ora che il ruolo di quest’ultimo dovrebbe essere quello di “fundraiser”, di cacciatore di fondi privati, sempre più indispensabili alle Fondazioni. Ma non è affatto chiaro per quale motivo Nastasi non avrebbe potuto esercitare questa attività da semplice componente del Consiglio di Indirizzo, come rappresentazione del Comune di Firenze. Su questo, ovvero sulla necessità di nominare Nastasi presidente, le polemiche politiche si sono ovviamente scatenate. E con esse le speculazioni e le illazioni. Nessuna commendevole per il sindaco.

Resta anche vero, però, e lo ha ricordato lo stesso sovrintendente in uscita, che anche i suoi due anni di avventura fiorentina sono stati determinati da un progetto fortemente politico, che aveva proprio nel ticket Nardella-Chiarot il suo fondamento e la sua ragione d’essere. Un progetto così politico – nel senso positivo del termine, non certo in quello del mercanteggiamento di poltrone e poltroncine – che determinò nella primavera 2017 (governo Gentiloni, ministro della cultura Franceschini) un evento mai fino allora accaduto negli avvicendamenti di sovrintendenti: Chiarot era in piena funzione alla Fenice e fu quindi necessario “strapparlo” al teatro veneziano per dirottarlo su Firenze. Nel nome di una superiore ragione politica.

Resta da capire – e chissà se la verità emergerà mai – il perché dell’improvvisa decisione di Nardella di puntare su Nastasi anche al prezzo di scaricare, com’è avvenuto, l’uomo voluto a tutti i costi per salvare il salvabile, che in appena due anni aveva rimesso in rotta la Fondazione del Maggio Fiorentino, creando prospettive sicuramente positive grazie all’equilibrio di bilancio, alla sia pur piccola riduzione del debito-monstre (oltre i 60 milioni) e soprattutto grazie alla nuova positiva immagine del teatro operistico fiorentino, contrassegnata anche da un deciso aumento delle alzate di sipario. Fra l’altro, una giubilazione giunta dopo reiterati proclami sulla sua conferma e motivata con la risibile giustificazione di un presunto impedimento “di legge” a causa dell’età vicina alla pensione di Chiarot (che compirà 67 anni a dicembre). Una questione evidentemente già affrontata quando tutto filava liscio, se è vero che l’ex sovrintendente ha potuto rendere pubblico a stretto giro un parere giuridico che dice esattamente il contrario. E quanto alle interpretazioni in punta di diritto, chissà se qualcuno si è preoccupato di informarsi su quanto sia legittimo che il sindaco di Firenze deleghi a fare il presidente della Fondazione del Maggio un alto funzionario dello Stato che ha trascorso quasi tutta la sua vita lavorativa a controllare le Fondazioni lirico-sinfoniche…

Ma tant’è, in questo teatrino si recita a soggetto, sulla pelle dell’opera di Firenze e di quella italiana in generale. E una piccola folla di manager del settore segue con malcelato interesse gli sviluppi della faccenda, perché in situazioni del genere gli scatti di carriera diventano improvvisamente molto più abbordabili.  Per dire, il Corriere Fiorentino mette nella lista anche Francesca Tartarotti, ora capo del personale in Fondazione Arena, già nello stesso ruolo (assai meno retribuito) all’epoca dei tagli lacrime e sangue nel personale del Maggio, qualche anno fa. E chissà se a Firenze i dipendenti della Fondazione sarebbero proprio felici di rivederla, nello stesso ruolo o addirittura – come riportano i “si dice” giornalistici – in quello di direttore generale.

Cesare Galla
(20 luglio 2019)

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