Nel segno di Smareglia e Illica: l’eredità viva di un compositore di confine

Fra le produzioni di punta del Festival Illica 2025, Pittori fiamminghi di Antonio Smareglia si impone come un omaggio colto e appassionato a una delle voci più originali del teatro musicale tra Otto e Novecento. L’opera, concepita in stretto dialogo con Luigi Illica, torna in scena proprio a Castell’Arquato, nel segno di una valorizzazione che coinvolge artisti, studiosi e istituzioni.

Abbiamo raccolto le parole di Adua Smareglia Rigotti, nipote del compositore, memoria vivente della sua figura artistica e personale, e da sempre custode del prezioso archivio di famiglia.«Sono molto grata ai dirigenti del Festival Illica per tutta l’attenzione che riservano alla figura e all’opera di mio nonno Antonio Smareglia — racconta — proponendo una delle sue composizioni più affascinanti e applaudite nei principali Teatri del mondo già quando il musicista era in vita. Purtroppo, la mia età avanzata, a ottobre compirò 90 anni, il lungo viaggio da Udine a Castell’Arquato e le temperature di questi giorni mi impediscono di essere presente alla rappresentazione, alla quale avrei voluto esserci con tutto il cuore».

Uno sguardo pieno d’affetto, ma anche di lucida consapevolezza, quello della signora Smareglia, che abbiamo voluto accompagnare con alcune domande per approfondire aspetti meno noti dell’opera e del compositore.

  • Signora Smareglia, Pittori fiamminghi è un’opera singolare nel panorama del teatro musicale italiano, ricca di suggestioni pittoriche e visive. Secondo lei, che valore ha quest’opera all’interno del catalogo di suo nonno e cosa la rende ancora oggi attuale?

È un’opera che unisce la raffinatezza del colore orchestrale a un forte impianto drammatico. Mio nonno amava profondamente la pittura e Illica seppe costruire un libretto che evocava un mondo sospeso, al tempo stesso realistico e simbolico. Era una sfida anche musicale, e credo che sia proprio questa tensione a renderla moderna.

  • Lei ha spesso parlato del rapporto tra Smareglia e Illica come di un sodalizio vero e proprio. Che tipo di collaborazione si instaurò tra i due?

Fu un’intesa artistica fondata sul rispetto reciproco. Illica aveva una sensibilità drammaturgica fuori dal comune, sapeva interpretare e dare forma alle visioni teatrali di mio nonno. Non era mai un rapporto gerarchico, ma un vero scambio di idee. Lo testimoniano anche le lettere che conservo gelosamente.

  • Smareglia viene spesso definito un “compositore di confine”, sospeso tra l’Italia e il mondo mitteleuropeo. Quanto questa identità complessa ha inciso, secondo lei, sulla sua fortuna critica?

Moltissimo. Non era facilmente etichettabile: nato a Pola, oggi in Croazia, ma italianissimo nella lingua; vicino a Wagner, ma anche al Verdi più sperimentale. Per anni questa ricchezza è stata scambiata per eccentricità. Solo oggi si comincia a riconoscere il valore di questa posizione liminale».

  • Nel suo archivio di famiglia ci sono materiali che possano gettare nuova luce sul rapporto con Illica e sulle modalità di lavoro tra i due?

Ci sono lettere, bozze, appunti: materiali preziosi che spero possano essere studiati con attenzione. Spesso traspare l’intensità del confronto creativo, ma anche momenti di dubbio, di ripensamento. È una testimonianza viva del mestiere teatrale, fatto di ispirazione e fatica.

  • Nel suo messaggio ha parlato del legame che la unisce non solo alla memoria di Smareglia, ma anche alla sua valorizzazione futura. Cosa spera per le nuove generazioni?

Spero che possano scoprire la musica di mio nonno con libertà e curiosità. Sono felice che mio nipote Daniel Longo, violinista, abbia deciso di raccogliere il testimone e arricchire l’archivio. Questo passaggio generazionale è il modo più bello per far vivere un’eredità che, altrimenti, rischierebbe di restare chiusa nei libri.

  • Secondo lei, quali sono oggi gli strumenti più efficaci per riportare Smareglia al centro del repertorio teatrale?

Occorre continuare a produrre le sue opere, come fa il Festival Illica, ma anche studiarle, registrarle, divulgarle. È un lavoro a più livelli, ma se fatto con passione può davvero restituire a Smareglia il posto che merita nella storia dell’opera. E di questo, come nipote e come custode della sua memoria, non posso che essere grata.

Alessandro Cammarano

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