Nicola Martinucci: «Oggi non c’è più tempo per maturare»
Dal suo debutto nel 1966 Nicola Martinucci ha debuttato si è affermato nel panorama internazionale attraverso interpretazioni di personaggi come Calaf, Radamès e Andrea Chénier, incarnando una pagina luminosa nel canto. Lasciato il palcoscenico, si dedica ai giovani e mette la propria esperienza al servizio di un progetto che porta il suo nome: il Concorso Lirico Internazionale, nato nel 2025 e giunto alla seconda edizione, con semifinale il 23 e finale il 24 ottobre a Roma. Presiede la giuria e assegna di persona un Premio speciale. Le iscrizioni non conoscono limiti di età, perché il valore di un artista sfugge all’anagrafe. Ne parla in questa intervista, tra ricordi di carriera e uno sguardo sulle voci attuali.
- Lei si è avvicinato al canto in un modo diverso dal percorso classico, su incoraggiamento diretto di Mario Del Monaco, studiando poi con suo fratello Marcello. Cosa la convinse, in quel momento, che quella fosse davvero la sua strada?
Il vero punto di svolta fu la reazione di Mario Del Monaco. Mi ascoltò a Taranto, mentre cantava Norma alla Villa Peripato: ricordo ancora la sua sorpresa, la sua felicità e l’incoraggiamento sincero. Fu lui a volermi indirizzare verso lo studio con suo fratello Marcello. Quella reazione entusiasta fu la prima, fortissima spinta a fare un salto nel vuoto, a lasciare la mia Taranto per trasferirmi a Treviso e iniziare una nuova vita. Lì ho capito che potevo davvero credere in me stesso e che, forse, la mia strada non sarebbe stata quella dell’operaio nell’officina di mio padre.
- Il debutto arrivò nel 1966 al Teatro Nuovo di Milano ne Il Trovatore, lo stesso anno della vittoria al Concorso Viotti. Che ricordo ha di quel debutto?
È un ricordo bellissimo, indissolubilmente legato alla paura di un debutto che, solo poco tempo prima, avrei considerato follia pura. Basti pensare che solo cinque mesi prima la mia vita scorreva a Taranto, con ritmi e prospettive del tutto distanti da quelli del palcoscenico. Ritrovarmi a pochissimi mesi dall’inizio dello studio con il maestro Marcello Del Monaco non solo a vincere un concorso prestigioso “ dove non avremmo mai pensato di arrivare in finale, figuriamoci di vincere come vincitore assoluto dell’Aslico, ma persino a debuttare in un’opera, fu qualcosa di sconvolgente. Non avevo mai messo piede su un palcoscenico e non avevo mai cantato con un’orchestra: fu un impatto fortissimo, quasi traumatico, se non fosse che poi, alla fine, il riscontro fu un successo notevole che mi aprì le porte alla grande carriera.
- Calaf, Radames e il protagonista di Andrea Chenier sono i ruoli per cui è maggiormente ricordato. Cosa accomuna questi tre personaggi dal punto di vista vocale, e quale considera il più impegnativo?
Sono tre ruoli che ho amato profondamente, appartenenti a opere totalmente diverse ma accomunate dallo spirito eroico dei personaggi. Al di là del carattere, però, bisogna fare i conti con la difficoltà tecnica e vocale, che per quanto mi riguarda raggiunge il culmine in Radames. È un ruolo di una difficoltà immensa: prima di tutto per la lunghezza dell’opera, che richiede una tenuta vocale costante, fatta di legati continui nel passaggio e di acuti pronti e svettanti. Si passa dalla morbidezza richiesta nei duetti con Aida all’impeto drammatico nel confronto con Amneris. Sono passaggi che, senza una tecnica blindata, semplicemente non si possono affrontare – e men che meno si possono sostenere nella quantità di recite che ho cantato io, che mi hanno portato ad essere l’interprete con più presenze in questo ruolo, ad esempio all’Arena di Verona.
- Ha debuttato al Metropolitan nel 1988 in Turandot accanto a Ghena Dimitrova, tornandovi fino al 1995. Cosa cambia, per un interprete italiano, portare questo repertorio su un palcoscenico come quello del Met rispetto ai grandi teatri italiani?
Innanzitutto sono arrivato al Metropolitan dopo aver costruito una carriera solida in Italia, il che mi ha dato la maturità e la sicurezza necessarie per affrontare un passo così importante oltreoceano. A livello artistico non c’è una vera e propria differenza nel modo di vivere il palcoscenico: l’emozione profonda è sempre la stessa, legata alla musica e alla tensione positiva che si avverte a seconda del teatro in cui ci si esibisce. Cantare al Met ha rappresentato il coronamento e il compimento di un sogno, la ciliegina su una torta che era già ben strutturata. C’è però un aspetto pratico non indifferente: a quei tempi, al Met ti facevano fare più produzioni insieme. Significava che montavi uno spettacolo, cominciavi a fare le recite e, nel frattempo, iniziavi a montare la produzione successiva; tra il periodo delle prove e quello delle recite, finivi per stare fuori casa per molti mesi. Ho cantato tantissimo a New York, ma a un certo punto ho deciso di rallentare e ridimensionare quell’impegno, perchè un’assenza così prolungata e dolorosa pesava troppo su di me e sulla mia famiglia.
- Nella sua lunga carriera ha ascoltato generazioni diverse di cantanti, e oggi siede in giuria a concorsi internazionali. Le voci di oggi, rispetto a quelle della sua generazione, le sembrano peggiorate, migliorate, o semplicemente il frutto di un’evoluzione naturale della vocalità e del gusto?
Non mi sento di dire che le voci del passato fossero in assoluto “migliori” di quelle di oggi. C’è però una differenza fondamentale legata al rigore e alla professionalità: ai miei tempi avevamo un percorso di maturazione che oggi molti non possono più seguire, spinti dalla velocità che il mercato impone e da una vera e propria voracità nell’ascesa della carriera. Oggi non c’è più tempo per maturare, per conoscere davvero il proprio strumento vocale o per progettare una crescita graduale. Prima c’erano veri insegnanti e, nei teatri, persone che conoscevano e comprendevano profondamente le voci, capaci di indirizzare davvero l’artista, di aiutarlo a non bruciarsi e a programmare la carriera in modo diverso, più saggio e rispettoso dei tempi naturali. C’era la possibilità di farsi le ossa debuttando nei piccoli teatri, di formarsi e di consolidare la tecnica. Ora, se inizi, devi essere subito perfetto, altrimenti la macchina dell’opera ti trita in pochissimo tempo. Detto questo, è chiaro che il gusto cambia con il passare delle epoche, ed è naturale che anche la vocalità si modifichi e si modelli di conseguenza.
- Il Concorso Lirico Internazionale a lei intitolato arriva quest’anno alla seconda edizione, con semifinale il 23 e finale il 24 ottobre a Roma. Cosa l’ha convinta a mettere il suo nome su questo progetto nato solo nel 2025, e come nasce l’idea di presiedere personalmente la giuria?
Presiedere la giuria di un concorso è una grandissima responsabilità, a maggior ragione quando porta il proprio nome. A dire il vero, è un ruolo da cui inizialmente avrei quasi voluto sottrarmi, ma ho ceduto alla forte insistenza di mia figlia Leyla, che crede fermamente che questa competizione debba avere il mio volto e la mia guida. Detto questo, amo profondamente ascoltare le nuove voci e spero che il mio giudizio e il mio ascolto possano rappresentare un piccolo dono per loro. Vorrei che l’esperienza accumulata in tutti i miei anni di carriera potesse trasformarsi in un aiuto concreto, magari offrendo quella svolta di cui alcuni artisti hanno bisogno.
- Lei assegnerà di persona un Premio speciale al candidato più meritevole. Cosa cerca esattamente in una voce oggi al di là della tecnica e cosa risponde a chi le chiede se il mercato lirico di oggi richieda qualità diverse rispetto a quando ha debuttato lei?
Innanzitutto, ho voluto fortemente che il mio concorso fosse senza limiti di età, proprio perchè credo che l’evoluzione vocale sia un percorso assolutamente personale e che il valore di un artista non possa essere incasellato nell’anagrafe. In una voce cerco soprattutto l’unicità: oggi, per pensare di iniziare una carriera, servono caratteristiche irripetibili, una voce timbricamente riconoscibile, una tecnica solida e la scelta di un repertorio perfettamente aderente alla propria natura vocale. Certo, nessuno è perfetto e non pretendo di trovare la perfezione assoluta in un concorso. Quello che mi aspetto di vedere la consapevolezza: la conoscenza del proprio strumento per affrontare le sfide del momento senza strafare, evitando di affrontare repertori per cui non si è ancora pronti e puntando invece a valorizzare al massimo le proprie reali potenzialità. Ne approfitto per fare un grande “in bocca al lupo” a tutti i partecipanti!
Alessandro Cammarano




Ph. Igor Studio/DG
Ph. Federica Bressan
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