Nuovi documenti: Luchesi ad Eszterháza

Nuovi documenti: Luchesi ad Eszterháza

di Aristarco Scannabufale,

docente emerito di Patafisica Musicale

all’Università di Altamira (Spagna)

Nella foto: un tipico complesso di musicisti zigani del Burgenland (Zigeunerkapelle) esegue un verbunkos nel cortile del castello di Eszterháza (ca. 1784) alla presenza del principe Nikolaus il Magnifico, della sua corte e del suo reggimento privato [1].

Nella figura del suonatore di cimbalom (seconda in basso a partire da destra nel dettaglio ingrandito) si può legittimamente ipotizzare un ritratto di Andrea Luchesi, che infatti Leopold Mozart descrive nel 1770 con somma riverenza come “Maestro di Cimballo” [2, 3]. Di sicuro il genio veneto, ottenuta nel 1783 una licenza dal servizio della cappella di Bonn per tornare a Venezia a sistemare i propri affari patrimoniali, non può non aver colto l’occasione di una visita in Ungheria onde riscuotere gli arretrati dei compensi a lui spettanti per la fornitura delle sue almeno 50 sinfonie intestate a Joseph Haydn [2].

Restano così confermate oltre ogni ragionevole dubbio le analisi codicologiche di Agostino Taboga sui Quartetti op. 9 falsamente attribuiti a Haydn, mentre in realtà si tratta di composizioni “all’ongarese” per la cerimonia di reclutamento di nuovi soldati [3]. Molto probabilmente il falsario austriaco si può identificare nel servitore in nero ritto in secondo piano dietro le spalle del principe, che gli volge ostentatamente le spalle in segno di disprezzo.

Sulla base di questa sensazionale scoperta è sicuramente attribuibile al Maestro Cancellato di Motta di Livenza anche il Trio Hob. XV/25, caratterizzato nel Rondò finale da inconfondibili tratti magiari. Pare altresì inevitabile riconoscere come il Luchesi, durante questa sua escursione alla dorata corte magiara, abbia fornito utili consigli per riscrivere radicalmente la partitura dell’opera buffa Il mondo della luna Hob. 28/7, la cui prima versione del 1777 [4] risentiva dell’incapacità di Haydn a cogliere le raffinate sfumature comiche del libretto goldoniano [5].

A parte la notoria mancanza di humour dell’illustre idiota [2, 6], la sua poca conoscenza della lingua italiana gli aveva impedito di trarre profitto dagli abbozzi che Luchesi gli aveva fornito nel 1776, e che poi sarebbero confluiti con ben altra vis comica nel dramma giocoso di Goldoni/ Galuppi/ Luchesi Il mondo alla rovescia, o sia, Le donne che comandano (ante 1783, in seguito plagiata da Mazzolà/ Salieri nel 1795).

BIBLIOGRAFIA

[1] Vò Euganeo (Pd), collezione privata.

[2] Giorgio Taboga, Luca Bianchini e Anna Trombetta, Agostino Taboga, Gesammelte Werke, Leipzig, Buffelmann, passim.

[3] Dénes Bartha, Zenei Lexikon, Budapest, Zeneműkiadó Vállalat, 1970, 2.a ediz. accresc. (ad vocem “Mozart, L.”).

[4] Bryan Proksch, Reviving Haydn: New Appreciations in the 20th Century, Rochester (NY), University Press, 2015, p.81-3 e n.45.

[5] Gábor Winkler, “Burlìcchete, burlàcchete, brugnòcchete, cucù” in: Barangolás az operák, vol. II, Budapest,Tudomány, 2004, pp. 861–866.

[6] Inger Sørensen, Operalexikonet, Stockholm, Bokförlaget Forum, 1993, p. XI e 332.

(traduzione dallo spagnolo di Carlo Vitali)

Postilla metodologica:

CINQUE PRINCIPI DI UNA SCIENZA NUOVA: LA MUSICOLOGIA PATAFISICA
1) Accumulazione di dati bruti in quantità, selezionati per “verificare” teoremi prematurati con una truffaldina parvenza di metodo statistico.
2) Storiografia romanzata di persone, istituzioni e intere culture.
3) Millantato credito di testimonianze autorevoli di cui non si può fornire l’identità (se esperti viventi) o la collocazione (se fonti documentarie).
4) Catene infinite di ipotesi autoreggenti come le calze delle ballerine di varietà.
5) Sistematica inversione dell’onere della prova. Non si può essere astuti come serpenti e innocenti come colombe a fasi alterne, altrimenti la credibilità va a farsi benedire.
Con che faccia poi ci si fa beffe di chi ha creduto al “mito di Mozart”, confidando con altrettanto in zelo in quello di Luchesi? È il bue che dà del cornuto al cavallo; o per dirla con la parallela metafora anglosassone: A pot calling the kettle black.

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