Palermo: la ri-sacralizzazione di Parsifal

«Wer ist der Gral?»  – Chi è il Graal? –; è nel pronome che Parsifal sceglie nel porre la sua domanda a Gurnemanz che sta racchiuso il senso profondo della sua “Comprensione per Compassione”.

Per il Puro Folle il Graal non è qualcosa di tangibile, non è un oggetto: nella sua visione Parsifal sembra percepirlo come l’elemento redimente e di conseguenza santificante racchiuso nell’intimo non solo dell’uomo, ma di ciascun essere vivente. La Sacra Coppa siamo noi ed il mondo circostante: uno “spirituale” raggiunto attraverso un cammino che parte dall’incoscienza, o meglio dalla non coscienza, ed arriva alla consapevolezza. Parsifal si sente parte di un tutto e si contrappone in certa parte ai vecchi cavalieri, meccanici custodi di una tradizione della quale sembrano aver smarrito il significato primo.

Starà al Fanciullo – inizialmente ignaro persino del suo stesso nome – ritrovare il pieno significato del Graal e rendere di nuovo il senso profondo della sua Trascendenza intraprendendo e concludendo un percorso di acquisizione della sua natura e di quella del mondo inteso come interconnessione di forme viventi tra loro diverse e tutte essenziali.

Nel Parsifal che inaugura la stagione 2020 del Teatro Massimo di Palermo Graham Vick – regista che, piaccia o no, fa teatro con la “T” maiuscola – tutto questo è non solo colto nella sua sostanza più recondita ma reso con una stupefacente coerenza drammaturgica.

Il palcoscenico vuoto a mostrare la propria architettura finisce per assomigliare all’aula di una basilica paleocristiana in cui solo pochi elementi scarni e pregnanti – immaginati da Timothy O’Brien – forniscono l’idea di spazio e tempo.

Vick di fatto desacralizza il Graal così come lo si intende nell’accezione comune per riconsacrarlo in una forma rinnovata attraverso una regia di esemplare chiarezza, ulteriormente arricchita dalle azioni mimiche pregnanti di Ron Howell.

Il tempo è quello nostro, con i Cavalieri del Graal sfiduciati militari – vestiti, come gli altri, dai costumi contemporanei ed evocativi di Mauro Tinti – di una forza di pace di stanza in un dilaniato paese mediorientale e oramai dimentichi della loro missione.

Amfortas – il vecchio Graal – è un Ecce Homo abbrutito dal peccato che versa il suo sangue avvelenato in una tazza di ferro, offrendolo da bere ai compagni senza che nessuno ne tragga beneficio.

Tutto è peccato – con le donne umiliate e i bambini uccisi – finche il Puro Folle non si palesa nel più tradizionale e icastico dei modi  – perché Vick mescola sapientemente il contemporaneo con il calligrafico – armato dell’arco col quale ha trafitto il cigno.

Anche lo stesso Klingsor, col suo perizoma sul quale si allarga la macchia di sangue che ne testimonia l’evirazione autoinflitta appartiene in qualche modo alla tradizione, mentre le fanciulle-fiore rivelano la loro natura spogliandosi di abaya e hijab.

Il mondo che è stato e quello presente sono rappresentati attraverso una serie di siparietti – dal sapore vagamente brechtiano – in cui si gioca con le ombre in un alternarsi di tragedia e speranza.

Alla fine Parsifal compirà la il suo atto di redenzione universale resuscitando i bimbi uccisi dalla guerra e rivelandoli come nuovo Graal mentre i vecchi cavalieri si accasciano senza vita.

Omer Meir Wellber – al suo debutto come direttore musicale del Massimo – è il Graal dell’orchestra, che sotto la sua bacchetta ritrova slancio e vigore in un suono corposo e duttile.

Il suo Parsifal è apollineo, riscaldato dal sole e dai profumi di Ravello, turgido e appassionato; la linea interpretativa poggia solidamente su una tavolozza dinamica e agogica da cui attinge colori scevri da ogni effetto facile per concentrarsi sulla sostanza ultima.

Il Parsifal di Julian Hubbard è caratterizzato da una vena quasi adolescenziale che reca in sé un’empatia immediata e centra perfettamente l’essenza del personaggio; non più Heldentenor –grande mistificazione post wagneriana – ma tenore lirico, finalmente.

Ottima la Kundry, capace di alternare momenti di furore disperato ad altri di trasognata dolcezza, tratteggiata da Catherine Hunold che canta e recita benissimo.

John Relyea è Gurnemaz di trascinante intensità oltre che vocalmente maiuscolo, così come Tómas Tómasson disegna magnificamente un Amfortas dilaniato nell’anima e nel corpo.

Convincono pienamente il Klingsor aggressivo e al contempo pavido di Thomas Gazheli e il Titurel ieratico di Alexei Tanovitski.

Bravi i due Cavalieri del Graal Adrian Dwyer e Dmitry Grigoriev e complessivamente convincenti le altre parti di contorno.

Il coro, preparato da Ciro Visco, e le voci bianche dirette da Salvatore Punturo si disimpegnano egregiamente.

Quindici minuti di applausi, preceduti da un lungo istante di silenzio, mettono il sigillo del successo sulla serata.

Alessandro Cammarano
(26 gennaio 2020)

La locandina

DirettoreOmer Meir Wellber
RegiaGraham Vick
SceneTimothy O’Brien
CostumiMauro Tinti
Azioni mimicheRon Howell
LuciGiuseppe Di Iorio
Personaggi e interpreti:
AmfortasTómas Tómasson
TiturelAlexei Tanovitski
GurnemanzJohn Relyea
KlingsorThomas Gazheli
ParsifalJulian Hubbard
KundryCatherine Hunold
Primo cavaliere del GraalAdrian Dwyer
Secondo cavaliere del GraalDmitry Grigoriev
Quattro scudieriElisabetta Zizzo / Sofia Koberidze / Ewandro Stenzowski / Nathan Haller
Sei fanciulle fioreElisabetta Zizzo / Sofia Koberidze / Alena Sautier / Talia Or / Maria Radoeva / Stephanie Marshall
Una voce dall’altoStephanie Marshall
Orchestra, coro e coro di voci bianche del Teatro Massimo
Maestri del coroCiro Visco, Salvatore Punturo

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