Passione in musica: Andrea Carè

Artista poliedrico e dotato di una spiccata sensibilità musicale; questo è il tenore Andrea Carè. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchere insieme parlando di lui, dei suoi trascorsi musicali e dei suoi prossimi impegni torinesi.

  • Il tuo incontro con la Lirica nasce per caso, quando ormai le tue esperienze in pubblico come cantante di musica leggera ti stavano già dando riscontro del tuo indubbio talento. Parlaci un po’ di questo tuo rapporto con la musica.

Era più forte di me. Non riuscivo a non cantare, a non produrre suoni con la mia voce che fosse per me stesso o per un piccolo pubblico. Mi ricordo che alcune volte dovevo contenermi per non infastidire amici, compagni di scuola o parenti ma era più forte di me. Adoravo ascoltare la musica di qualsiasi genere ma che mi comunicasse qualcosa, emozioni delle quali si ciba l’anima di ognuno di noi e di cui la mia ne va ghiotta. Ricordo ancora due regali per me importantissimi: il canta tu sponsorizzato dallo showman Fiorello, ricevuto ad un Natale attorno agli 8/9 anni ed il walkman della Sony ricevuto per i miei 12 anni. Non amavo ascoltare la musica in cuffia ma quello era un modo per non farla smettere mai senza disturbare chi mi stava accanto. Fin da piccolo sono stato molto cagionevole e mi ricordo che pur non avendo ancora una professione come cantante, per me, il dramma più grande, il disturbo più insopportabile, era quello di perdere la voce.

  • Pensi che questo non convenzionale inizio di carriera ti abbia penalizzato, oppure ti ha fornito un punto di vista nuovo per investire sulla tua carriera?

Avrei voluto iniziare a studiare musica prima però credo che il mio inizio nella musica leggera sia stato importante e non nocivo per la mia crescita musicale e vocale. E sicuramente mi ha donato un’elasticità mentale e musicale e un senso pratico che manca a molti artisti.

  • Raina Kabaivanska e Luciano Pavarotti sono senza dubbio due icone che hanno lasciato un segno nella tua vita. Quali sono i più utili consigli che ti hanno dato? Hai dei particolari aneddoti che voi condividere con me e con i nostri lettori?

Mi hanno dato così tanto entrambi che sarebbe impossibile e ingiusto citare una sola cosa. Quasi tutto quello che sono adesso a livello artistico lo devo a loro e al loro modo di relazionarsi con me e col mondo della musica. Entrambi mi hanno insegnato la disciplina, il buongusto, la determinazione e la leggerezza. Non credo che io sia degno allievo di loro ma loro sono sicuramente il meglio che potesse succedermi artisticamente parlando.

  • In che modo ti avvicini ad un nuovo ruolo? Ti ispiri a qualche vocalità del passato o preferisci costruire un personaggio “solo tuo”?

Amo ascoltare varie versioni e interpretazioni di un’opera. Poi ho un momento in cui smetto di ascoltare altri e comincio a delineare il personaggio a modo mio, come lo sento sulla mia pelle, scordandomi di cosa ho ascoltato. Quando l’ho fatto mio, torno ai grandi del passato e presente e cerco di migliorare mediando fra la mia e la loro interpretazione laddove il mio cuore mi dice che posso fare meglio.

  • C’è un personaggio nel mondo operistico che senti particolarmente affine alla tua linea vocale o che impersoni volentieri?

Per ora il ruolo cantato più consono alla mia vocalità è Samson. Proprio per il tipo di scrittura vocale perché non mi obbliga a ore di riscaldamento e a particolare stress ma amo tantissimi caratteri del mio repertorio da Don José a Radames, da Cavaradossi a Gustavo III.

  • I tuoi impegni ti hanno portato ad esibirti nei maggiori teatri Europei e non solo. Preferisci lavorare in Terra natia o all’estero?

Cantare in Italia significa spendere più tempo in Italia che, nonostante tutte le difficoltà, le amarezze e le vergogne che si stanno avvicendando, rimane il luogo più vicino al mio cuore, dove percepisco le mie radici, la mia casa. E’ ovvio che viaggiando ci si sviluppi culturalmente in molte direzioni, da fuori si vedono con più facilità pregi e difetti, errori e soprattutto gravi carenze del nostro modo di essere. Vorrei poter stare nella mia Terra natia e contribuire a mostrare quello che ho scoperto e a cambiare ciò che non funziona.

  • Qual è il tuo rapporto con le produzioni reputate “non filologiche” o strettamente attinenti alle indicazioni presenti nel libretto d’opera?

Tutto si può fare per me nel rispetto delle emozioni. Se l’intento del compositore e del librettista era quello di regalare un certo tipo di emozione e un certo tipo di insegnamento o morale, quelle devono essere restituite. A mio parere il regista può cambiare la chiave di lettura se però per personale vanità vuole cambiare completamente la visione di quell’opera, non lo trovo giusto. Se io scrivessi oggi un’opera che parla chiaramente d’amore e dell’essenza dell’amore, mi irriterebbe non poco scoprire che fra 200 anni hanno voluto far parlare la mia opera di sesso. Non sarebbe rispettoso nei miei confronti. Preferirei si potessero commissionare più opere nuove per parlare di quello che succede nei nostri giorni. La musica è infinita e anche se ci sembra che tutto il meglio sia già stato scritto, non credo che sia così.

  • Cinque anni ormai sono passati dal tuo debutto nel ruolo di Cavaradossi nella Tosca di Puccini allo Staatstheater di Stoccarda; recentemente ti sei nuovamente calato nei panni del pittore al Michigan Opera Theatre e al Teatro Regio di Parma. Com’è stato il tuo primo approccio al personaggio? Il tuo rapporto con il ruolo senti sia variato nel tempo?

Il rapporto col ruolo cambia sempre per me. I tratti restano quelli come la storia suggerisce ma le dinamiche cambiano in base a regia, direzione d’orchestra, colleghi, scenografia, costumi e luci. E’ un lavoro di squadra sebbene spesso si tenda a dimenticarlo. Quello che per me diventa sempre più difficile in questo ruolo è il finale, l’aria di addio alla vita e le ultime parole con Floria. Per molti sono solo un’aria e duetto con una meravigliosa melodie ma per me è tutto ciò che resta quando cala il sipario, la verità della vita di ciascuno di noi, la fine di tutto che tocca tutti o l’inizio di qualcosa di più grande.

  • Un’ultima domanda. Quali saranno i tuoi impegni nei prossimi mesi?

Nel mese di maggio sarò a Torino, la mia città natale, con due impegni: un concerto di musiche liederistiche e operistiche ed il mio primo concerto come crooner, nel Frank Sinatra tribute, dove rivisiterò alcuni dei brani fra i più celebri del mitico cantante. A giugno sarò a Sofia per una serata di gala con altri due tenori allievi come me del soprano Raina Kabaivanska e più avanti sarò alla Finnish National Opera di Helsinki di nuovo con Tosca.

Matteo Pozzato

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