Pavia e Ravenna: Riccardo Muti dirige la Missa defunctorum di Paisiello e un concerto con Maurizio Pollini

Dalla chiusura del secondo Festival di musica sacra di Pavia, realizzato in collaborazione con il Teatro alla Scala, all’inaugurazione del trentesimo Ravenna Festival, nel giro di una decina di giorni Riccardo Muti ha diretto due grandiosi concerti di segno differente: la monumentale Missa defunctorum di Giovanni Paisiello nel primo caso, il 25 maggio, e nel secondo, il 5 giugno, due capolavori mozartiani per pianoforte e orchestra, i Concerti K 449 e K 466, solista d’eccezione Maurizio Pollini, poi Meeresstille und glückliche Fahrt di Mendelssohn e il Boléro di Ravel.

In entrambe le occasioni, l’orchestra era quella da lui formata e con frequenza diretta, la Giovanile Luigi Cherubini: accenniamo subito al fatto che è una compagine dove la presenza femminile è molto elevata, con diverse prime parti donne (per fare un esempio, i primi leggii dei primi e dei secondi violini, con una spalla temperamentosa come Valentina Benfenati, figlia d’arte) e che, pur recentemente in gran parte rinnovata con rigorose selezioni per il limite massimo di tre anni concessi a chi ne fa parte, si è mostrata già molto precisa, duttile e pronta a seguire con viva partecipazione il gesto del direttore.

Della composizione della Missa defunctorum per soli, doppio coro e orchestra (di cui si è ascoltata la versione del 1799, ampliamento e riscrittura della prima stesura precedente di dieci anni), eseguita in due serate a Pavia e poi replicata al Teatro del Maggio di Firenze per il Maggio Musicale, non staremo a ripetere l’origine e la cronistoria, che trovate narrate nel dettaglio qui.

Basti accennare al fatto che si tratta di una partitura sortita dalla settecentesca Scuola napoletana, di cui Muti è un convinto araldo, e che nei cento minuti in cui si dipana, in una voluminosa e composita architettura che prevede, tra l’altro, ben quattro responsori, mette in gioco una poetica degli affetti movimentata e sottile, non teatrale ma intrisa di lirismo, con echi addirittura di marce funebri intonate da bande, come riscontra Muti nella Sinfonia iniziale in do minore, e oasi di tenera semplicità incastonate tra espansioni solenni: è questo il caso del breve duetto di soprano e mezzosoprano «Quaerens me», dalla sequenza del Dies irae, a Pavia affidato alla classe assoluta di Daniela Barcellona e alle pregevoli doti del giovane soprano Benedetta Torre che, con il tenore Giovanni Sala e il basso Gianluca Buratto, completava un efficace quartetto vocale.

Dell’Orchestra Cherubini abbiamo detto; del Coro della Radio Bavarese, con i suoi ottimi solisti, non si può che lodare la prova. Peccato solo che la volumetria dell’imponente Duomo di Pavia penalizzasse gravemente l’acustica: si tratta di uno scotto sempre da pagare quando si organizzano concerti nelle nostre magnifiche chiese, ma in questo caso più pesante che in altri. Il fatto non ha scoraggiato però il foltissimo pubblico che ha riempito ogni posto disponibile e ha salutato la fine dell’esecuzione con entusiaste ovazioni.

Successo trionfale anche allo stracolmo Palazzo Mauro de André di Ravenna; un esito d’altronde prevedibile per il concerto che ha aperto un’edizione particolarmente significativa del Ravenna Festival, la trentesima, con due eccellenze della scena musicale: Riccardo Muti (che in questa città, dove risiede, è ben conosciuto e amato con speciale trasporto) e Maurizio Pollini, in un felice connubio interpretativo che ha prodotto, come già in altre occasioni, risultati di altissima levatura. L’intesa tra i due grandi musicisti è apparsa ancora una volta, e forse ancor di più, stretta e feconda. Accanto alle qualità di base che li accomunano, primo tra tutte il rigore analitico, si è mostrata una forte consentaneità interpretativa in una coincidente espressione degli affetti, da qualche anno in Pollini sempre più eloquente e comunicativa.

Il pianista milanese, che ha compiuto in gennaio 77 anni (mentre Muti è prossimo ai 78, che compirà a fine luglio), inevitabilmente ha perso la granitica sicurezza sulla tastiera di cui godeva negli anni giovanili, ma l’infallibilità non è il requisito principe di una grande interpretazione. E grandissima è stata l’esecuzione dei due capolavori mozartiani, il K 449 e il K 466; quest’ultimo, composto soltanto un anno dopo il K 449, nel 1785, se ne distacca per inaugurare in questa fascia di repertorio il nuovo corso del compositore salisburghese, che in particolare da qui in poi sperimenta un nuovo e più compartecipato rapporto tra solista e orchestra. Intriso di slanci tragici ed effusioni dolenti, ma con squarci di luce e una conclusione rassicurante, il K 466 è un concerto meritatamente tra i più celebri di Mozart e il connubio di Riccardo Muti e Maurizio Pollini ne ha offerto una lettura tanto profonda quanto entusiasmante.

La seconda parte del concerto ha proposto due magistrali interpretazioni di Muti con la sua orchestra. Con un cambio dell’ultimo minuto nella sequenza dei pezzi in programma, è iniziata con Meeresstille und glückliche Fahrt (che avrebbe dovuto invece aprire la serata), ouverture da concerto che Felix Mendelssohn compose nel 1828 rinunciando a mettere in musica le due poesie di Goethe su cui già Beethoven, tra il 1814 e il ’15, aveva composto una cantata per coro e orchestra dallo stesso titolo, ma servendosene solo come spunto. Partitura di forti contrasti come da programma, con la bonaccia iniziale che viene spezzata dall’incalzare del vento, Mare quieto e viaggio felice ha messo in luce la duttilità e la ricettività dell’orchestra al gesto di Muti. Il Boléro successivo ha poi puntato il riflettore fila per fila su ogni sezione della compagine, che ha ottenuto lodevolissimi risultati nello splendido e implacabile ingranaggio creato da Maurice Ravel nel 1928 per la danzatrice russa Ida Rubinštejn. Il meccanismo su cui si basa questo celeberrimo brano, come finemente rileva Guido Barbieri nel programma di sala e come Muti ha sapientemente dimostrato, è solo in apparenza perfetto e simmetrico, poiché nelle diciotto ripetizioni di tema e contro tema presenta non solo l’evidente trasformazione della veste timbrica, ma anche piccole trasformazioni e asimmetrie. Il battito del Boléro, conclude quindi il musicologo, non è «quello meccanico e regolare dell’orologio, bensì quello pulsante, irregolare, fisiologico e viscerale del cuore».

Patrizia Luppi

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