Pavia: Rinaldo e l’affabulazione del Contemporaneo

Dovendo dare notizia di quanto partecipato venerdì 18 gennaio u.s., la prima cosa che risuona nel pensiero è il grande successo tributato dal pubblico al Teatro “G. Fraschini” di Pavia per l’intrigante Nuovo Allestimento di “Rinaldo”, Opera seria in tre Atti di Giacomo Rossi per le musiche di G. F. Haendel: una più che riuscita Coproduzione dei Teatri di OperaLombardia.

Di sicura pregnanza in questo successo è stato l’imprinting datole dalla lettura convinta e consapevole di Ottavio Dantone che, alla guida di un’impeccabile Accademia Bizantina, ha proposto una resa coinvolgente e significativa. La sua interpretazione, offerta in linea coerente con la sua revisione drammaturgica, ha colorato di molteplici sfumature le connotazioni intrinseche dei Personaggi garantendo, altresì, una rigorosa quanto articolata consecutio degli agiti.

Il risultato è stato, ad onor dell’Arte e della partecipazione del pubblico, di fattura nobile e preziosa come si addice, e spesso non si ottiene, a tanta Musica. Altrettanto significativa l’operazione registica di Jacopo Spirei che ha trovato nei tratti significativi di ogni sfaccettatura dei singoli personaggi la personale resa di un gioco complesso.

Quello che lo spettatore si trova innanzi è un ricco ventaglio di contrapposizioni, giocate con intelligenza anche grazie agli interventi della Compagnia di Danza “Déjà Donné” per le corografie di Virginia Spallarossa.

Dette contrapposizioni (Amore/Potere, Bene/Male, Volontario/Involontario) sono molto ben amalgamate in un quadro plurispaziale, dominato in più momenti da una enorme figura aracniforme che, forse in omaggio alle “macchine di scena” che furono, emette anche un suo vero e proprio verso grazie al grazioso quanto percettibile cigolio.

La vicenda del Tasso è chiaramente trasposta in altra dimensione… ciò che traspare e convince in maniera completa è la bella scelta di lasciare a Rinaldo e ad Almirena le fattezze tipiche di due contemporanei “civili”, in efficace contrasto con gli altri della compagnia per i quali si punta di più all’espressione esternalizzata delle connotazioni interiori.

In questa scelta molto fanno i costumi particolari e particolareggiati di Silvia Aymonino, molto ben messi in valore dalle luci di Marco Alba, come altrettanto ne beneficiano le Scene di Mauro Tinti che meritano una menzione sia per la loro varietà che per la cura di alcuni particolari come il ricco prato che va a connotare l’arco “spazio-temporale” in cui trovano momentanea pace Rinaldo e Almirena, arco realizzato fisicamente con una imponente struttura.

Molte le simbologie ben rese dalla regia e dall’impianto scenico, sino alla fine.

A tal proposito ci è sembrato di grande impatto, e ottimo spunto di riflessione, la scelta di lasciare a vista nell’ultima Scena i due elementi identificativi del “maschile” (al lato destro, rappresentato da un ufficio scarno e tediosamente operativo) e del “femminile” (al lato sinistro, rappresentato da un albero da “far fiorire”): entrambi autonomi, entrambi governati da regole proprie… solo apparentemente… infatti, al centro si rivela in posizione dominante, e sovrastante i due lati, quell’aracnide mosso da Armida, le cui zampe altro non son che le Furie.

La domanda che sorge è spontanea: Chi vincerà? Riflettere sul fatto che l’equilibrio o il prevalere dell’uno o dell’altra sia dato dal sovrastare del Destino o delle sue contraffazioni artificiose è da sempre un quesito dell’Umanità. Pensarci sopra e trovare ognuno una personale risposta non è mai sbagliato, seppur richieda un grande sforzo e una grande ricerca personale.

Come la ricerca di Rinaldo, qui Delphine Galou che ha sostenuto il ruolo con una indubbia preparazione riguardo testo e resa scenica, offrendo una lettura che trasmetteva una compenetrazione personale e vissuta.

Almirena è stata Francesca Aspromonte: bella, impeccabile, presente, concreta, musicalissima… conferma quanto già sentito altrove… teniamola d’occhio, e da conto!

Altrettanto l’Armida di Anna Maria Sarra che, dominando la scena ogni qual volta fosse presente, è riuscita nella recitazione marcata (come prescritto dalla lettura registica del suo personaggio) senza mai dimenticare la bellezza delle sue linee di canto, né tantomeno l’incisività e i dettagli della loro scrittura.

Raffaele Pe disegna un Goffredo meraviglioso, atto dopo atto la bellezza del suo timbro coinvolge in un crescendo che arriva fino all’esaltazione… l’attenzione al dettaglio e alla complessità del gioco scenico nella sua totalità ne confermano l’autorevolezza come controtenore italiano “di riferimento” per la sua generazione.

Possente, presente e solido l’Argante di Luigi De Donato: in perfetta linea con quanto richiesto, ci offre un’esecuzione densa di pathos e, altrettanto, sfoggia una vocalità importante che manifesta notevole volume e una volontà precisa di sfruttarlo appieno.

Federico Benetti non interpreta il Mago Cristiano, è il Mago Cristiano: uno strumento di suadente bellezza al pieno servizio della Musica che è in grado di sostenerne e risolvere anche i più “oscuri” arcani.

Rispetto a quanto descritto non è difficile immaginare che la riuscita sia stata piena e convincente; del resto quando si propongono cose belle, con la buona fede che anima i giusti, non si può che tributare un convinto plauso che ne sostenga il successo.

Antonio Cesare Smaldone
(18 gennaio 2019)

La locandina

Clavicembalo e Direzione Ottavio Dantone
Regia Jacopo Spirei
Scene Mauro Tinti
Costumi Silvia Aymonino
Coreografie Virginia Spallarossa
Luci Marco Alba
Rinaldo Delphine Galou
Almirena Francesca Aspromonte
Armida Anna Maria Sarra
Goffredo Raffaele Pe
Argante Luigi De Donato
Mago Cristiano Federico Benetti
Donna Anna Bessi
Accademia Bizantina
Compagnia di Danza “Déjà Donné”

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