Pechino val bene una Messa, cronache dal 52° Festival delle Nazioni di Città di Castello

Il 26 agosto, all’indomani del concerto d’apertura del 52mo Festival delle Nazioni, il sindaco Luciano Bacchetta, il presidente Giuliano Giubilei e il direttore artistico Aldo Sisillo annunciavano che la rassegna di Città di Castello e dintorni, dedicata quest’anno alla Cina, era stata invitata ad aderire allo Shanghai Festival International Network. Questo gemellaggio all’insegna della musica fra la storica cittadina umbra e la megalopoli portuale sullo Huangpu, prima per peso economico davanti alla capitale Beijing, si può inserire nella tentacolare diplomazia della Nuova Via della Seta, oggi ufficialmente ribattezzata Belt and Road Initiative: cultura, turismo e business possono procedere di pari passo.

Almeno qui l’import-export non paga dazio purché si chiuda un occhio, o magari due, sulle dissonanze ancora esistenti su temi come le libertà civili e i diritti umani. E tuttavia la programmazione non si è mostrata più di tanto ossequiente all’etichetta diplomatica, il che fa onore all’indipendenza di pensiero dei sopraelencati dirigenti italiani nonché al fair play dell’Ambasciata cinese a Roma, la quale si è fatta rappresentare da tre funzionari di livello medio-alto quali l’attaché culturale Xu Rong, il secondo segretario dell’ufficio culturale Peng Xiao e il Console generale a Firenze Wang Wengang.

Corsi e ricorsi della storia. Spiega il maestro Jean-Christophe Frisch, direttore dell’ensemble XVIII-21 Le Baroque Nomade: “A metà del Cinquecento i missionari gesuiti appena arrivati a Pechino ritennero necessario costituire un repertorio musicale per la liturgia. Uno dei primi letterati cinesi convertiti al cattolicesimo, André Ma, fu incaricato di riunire il repertorio della Congregazione dei Musici della chiesa fondata a Pechino da Matteo Ricci. Questo repertorio, completato e arricchito nel tempo, è stato trasmesso di generazione in generazione almeno fino alla prima metà del Novecento dopo essere giunto a Parigi già nel Settecento, spedito nei quaderni manoscritti del gesuita francese Joseph-Marie Amiot”.

Nel concerto presentato il 1° settembre nella Chiesa di San Domenico, strumentisti e cantori europei e cinesi erano affiancati da artisti locali della Corale Marietta Alboni e della Schola Cantorum Anton Maria Abbatini: strumenti esotici come pi-pa, xiao, yangqin, erhu accanto ad altri della nostra tradizione barocca. Preludi e interludi ispirati alla dignitosa ritualità confuciana, laudi mariane di padre Giovenale Ancina, una sonata a violino solo del missionario marchigiano Teodorico Pedrini, in arte De Lige (1671-1746), maestro di musica di tre figli dell’imperatore Kangxi.

Melodie su scala pentafonica e familiari consonanze sorrette dal basso continuo: prezioso documento di un’interfecondazione culturale repressa dopo le iniziali aperture dall’intolleranza di un potere imperiale anche allora geloso del proprio potere assoluto sulle anime dei sudditi, e complici purtroppo i conflitti teologico-politici in seno alla curia papale.

Ad un altro momento storico dell’incontro-scontro fra Oriente e Occidente è dedicato Taiping Drum (2013) dell’espatriato dissidente Zhou Long. In aggiunta a pagine più note di Debussy e Bartók, lo interpretava nella chiesina di San Francesco a Citerna il trio formato dai giovani Sara Pastine (violino), Giulia Contaldo (pianoforte) e Giovanni Punzi, virtuosissimo clarinettista. In bilico fra modernismo internazionale e folklore cinese, la pagina celebra con ricchezza di contrasti timbrici, violenza percussiva e festosi spunti di marcia o di danza la rivolta contadina dei Taiping, venata di connotazioni proto-comuniste e vagamente cristiane. Dopo aver fatto vacillare il trono della dinastia Quing, venne infine repressa nel 1864 con l’aiuto di un corpo di spedizione anglofrancese e al costo stimato di 20-30 milioni di morti.

Nella ricca striscia degli eventi principali (una ventina) che si snodava dal 25 agosto al 7 settembre i moderni compositori del Paese di Mezzo godevano di una costante seppure non maggioritaria presenza.

Nel concerto di apertura, affidato alla European Chinese Chamber Orchestra, il galop di Jing Ping Zhan intitolato Festa del raccolto evocava ottimistiche immagini di un populismo rurale oggi un poco fuori moda nella Cina del terziario tecnologico avanzato; comunque non sfigurava per contagioso slancio ritmico e perfetta fusione di colori al fianco di capolavori come il mozartiano Musikalischer Spass o l’ouverture del Guglielmo Tell arrangiata per due corni e quartetto d’archi. Davvero impressionante la qualità del complesso dei sette musicisti cinesi che, pur incardinati in primarie orchestre tedesche, estoni e svizzere, non hanno generalmente reciso i legami con la terra natale alla quale ritornano di tanto in tanto come insegnanti, dirigenti o solisti ospiti.

Valga per tutti il decano Xiaoming Han, corno principale della Deutsche Radio Philharmonie. Questo figlio d’arte, già adolescente prodigio scoperto negli anni ’70 da Seiji Ozawa, si è perfezionato in America e in Germania; oggi suona da solista nei principali festival di tutto il mondo e dal 2009 è stato general manager per l’orchestra del National Centre for the Performing Arts di Pechino.

Ecco quanto ci ha dichiarato in una pausa-caffè: “Sono diventato un ambasciatore musicale fra Cina ed Europa, e questo mi piace. Oggi grazie alla tecnologia e al fatto che la Cina si è aperta molto, ci sono parecchie orchestre europee che suonano in Cina, dove esistono tantissime sale da concerto in cui c’è bisogno di orchestre europee ospiti. Ogni mese ci sono concerti a Pechino, Shanghai, Shenzhen, quasi come si fosse a Monaco o Francoforte. Non siamo ancora ai livelli di Berlino ma può capitare che nello stesso fine settimana si esibiscano nella stessa città anche tre orchestre europee. A Pechino ci sono inoltre otto orchestre cinesi stabili, Shanghai ne ha tre. La musica europea e quella cinese stanno convergendo nei repertorii. Non si può non suonare Bach o Mozart, che sono veramente un dono di Dio così come Beethoven, Mendelssohn o l’opera italiana”.

Il concerto di chiusura del 7 settembre offriva un gagliardo riscontro alle sue dichiarazioni. Straordinaria per compattezza e raffinatezza di suono la Shenzhen Symphony Orchestra, fondata nel 1982 e oggi classificata fra le Top Five nazionali. Sotto la bacchetta del suo direttore stabile Lin Daye e con la partecipazione del pianista Zhang Lu eseguiva la rapsodia “Paganini” op. 43 di Rachmaninov, la Quinta di Čajkovskij e due movimenti del colossale poema sinfonico La mia patria; ma non quello di Smetana, bensì un omonimo lavoro di Qianyi Zhang, scritto per il 70mo di fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2018).

Dai grandi professionisti ai giovin principianti di belle speranze. Il concerto lirico “Le vie del bel canto” (31 agosto) rivelava il talento del soprano He Yuze. Graziosa e rossovestita come una Netrebko prima maniera, questa allieva dei corsi di perfezionamento modenesi tenuti da Leone Magiera, Mariella Devia e altre grandi firme sfoderava un attraente colore da lirico d’agilità. Tutto in regola: dizione, emissione, fraseggio, mezze voci e sopracuti incantevoli al servizio di un repertorio nazional-popolare astutamente campionato: Bohème, Traviata e Rigoletto.

Più ancora dei colleghi Fan Yinshan (tenore) e Wang Yuliang (baritono), nessuno dei quali ha comunque demeritato, la diremmo già pronta per debuttare su qualche palcoscenico di prima fascia.

Carlo Vitali

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