Pesaro: la Semiramide pop divide il pubblico

Va in scena Semiramide, e al Rossini Opera Festival il tempo sembra fermarsi, gli eventi ripetersi. L’esito è infatti esattamente quello di 16 anni fa, l’ultima volta in cui cui questo capolavoro anomalo e “astratto”, sfuggente e siderale, era stato proposto a Pesaro. Grandi consensi per i cantanti e il direttore, pollice verso per il regista. Nel 2003 toccò a Dieter Kaegi incontrare il fiero ostracismo dei fedelissimi rossiniani, che non avevano apprezzato per nulla un allestimento un po’ fantascientifico e un po’ grottesco, con citazioni del kubrickiano Dottor Stranamore e una lettura molto orientata alla critica del potere. Questa volta il rovescio è tutto di Graham Vick, che ha risposto con un sorriso beffardo agli ululati scoppiati quando è apparso a proscenio insieme ai suoi collaboratori.

Non è facile capire che cosa abbia scatenato la riprovazione del pubblico che affollava la “Vitrifrigo Arena”, il periferico palazzetto dello sport dove da troppo tempo il ROF deve allestire la maggior parte delle sue produzioni. A differenza di altre volte il regista britannico si è astenuto da provocazioni troppo smaccate e riletture azzardate, anche se la sua regia di Semiramide non si può certo definire semplice e tanto meno intuitiva. Una volta di più, è apparsa evidente la sua volontà di “mediare” fra l’inverosimiglianza del linguaggio scenico e musicale dell’opera (e specialmente di quella di Rossini, e volendo, in Rossini specialmente quella di Semiramide) e le necessità espressive di un moderno linguaggio teatrale.

In questo spettacolo, Vick “spiega” il monumentale melodramma di Rossini su libretto di Gaetano Rossi, sintesi dello stile tragico di tutto il Settecento e sinopia che non sarà ignorata, di lì a un decennio, dai Bellini e dai Donizetti, per non parlare del primo Verdi. C’è una robusta dose di psicologia (o psicanalisi): da una parte, è elemento fisso il lettuccio infantile del figlio di Semiramide, Ninia (ovvero Arsace), che sfugge alla mortale sorte del padre ma impiegherà tre ore di musica prima di scoprire chi sia sua madre (e nel frattempo rischia di diventarne il marito). E poiché Vick è il grande maestro della regia pop – detto senza implicazioni negative – questa psicologia infantile si rifrange sugli elementari disegni, quasi puerili graffiti, che appaiono sul retro delle scene, utilizzate a mo’ di lavagna: una donna con coltello insanguinato, un uomo con la corona, a terra, pieno di sangue. Pazienza se il re Nino muore di veleno: per spiegare, bisogna pur semplificare. Ed è per questo, ovviamente, che l’orsacchiotto che talvolta si vede sul lettino a un certo punto diventa un “orsacchiottone” alto 7-8 metri, che fa capolino mentre Semiramide canta “Bel raggio lusinghier” e incombe su tutta la scena del tragico finale, quando la terribile regina verrà uccisa per errore da Arsace (nonostante tutto non esente da devozione filiale), che invece avrebbe voluto passare a fil di spada l’ex amante di lei, Assur.

Ma oltre la voglia di “spiegare” con un linguaggio per immagini di naturale modernità, in questa Semiramide c’è anche molto teatro di fascino essenziale eppure sofisticato. L’impianto scenico, firmato come i costumi da Stuart Nunn, si basa su un fondale che rappresenta gli occhi del re assassinato in primissimo piano. Tutta la storia si svolge sotto il suo sguardo indagatore, inquietante molto più di quanto non sia l’apparizione vera e propria del fantasma, abbigliato come se fosse appena sceso da una nave da crociera. Il fondale si può scomporre in vari elementi, viene ruotato a vista dai macchinisti, costruisce spazi diversi, ora claustrofobici ora onirici, come quando compare il volto intero del defunto monarca, ma sempre con gli occhi celati. Teatro puro e di classe, come non si era colto dalla varie e immancabili anticipazioni uscite su alcuni giornali, puntate a sottolineare l’abbigliamento “da manager” della regina (ebbene sì: passa dal tailleur pantalone del primo atto a quello con gonna del secondo, mentre Assur ha l’aria di un politicante arrogante, circondato da una sicurezza invadente e sprezzante). Oppure ad annunciare una presunta ambiguità “di genere” nel rapporto fra Semiramide e Assur che francamente è rimasta sullo sfondo, anche se quest’ultimo non canta “en travesti”.

Invece è evidente l’intenzione di Vick di creare registri multipli nella rappresentazione dei personaggi: attualità per i tre protagonisti principali, tradizione orientale per il principe Idreno, l’amoroso dell’opera,  e per la sua bella Azema, un’antichità senza tempo di evidente connotazione antropologica per il gran sacerdote Oroe e i suoi assistenti. Ed è evidente la cura nella recitazione di tutti, dai movimenti dei coristi (memorabile il loro primo ingresso in scena) e dei non numerosi figuranti (e grazie per la rinuncia ai mimi…), ai gesti e agli sguardi dei personaggi, capaci di creare teatro dentro l’astrazione belcantistica disegnata da Rossini.

Musicalmente, questa trama vocale è stata cesellata all’alto livello che è il marchio di fabbrica del ROF. La nostra preferenza va alla Semiramide di Salome Jicia, che ha coloratura inossidabile (prodigiosa nel duetto con Arsace al secondo atto) ma anche forza, incisività, tensione drammatica nella linea di canto e una ammirevole sottigliezza stilistica nel passare dall’elegiaco al drammatico. Al suo fianco, Vardhui Abrahamyan ha fatto valere una tinta mezzosopranile di grande fascino, giostrando alla pari per agilità e precisione sia con la Jicia che con Nahuel Di Pierro, un Assur di ammirevole musicalità e notevole sottigliezza scenica, cui forse è mancata solo, a tratti, l’energia capace di trasformare il belcanto in espressione e teatro. Esemplare Antonino Siragusa nell’ingrato ruolo di Idreno, praticamente nullo dal punto di vista drammaturgico. Questo tenore è uno specialista che non a caso rappresenta uno dei punti-forza nei cast del festival pesarese da molto tempo a questa parte: squillo franco e ben timbrato, mutevolezza di accenti, dinamiche duttili e “parlanti”. Risentito, maestoso e febbrile come si conviene l’Oroe di Carlo Cigni. Preciso il coro del Teatro Ventidio Basso istruito da Giovanni Farina, efficace nel realizzare le indicazioni non semplici di Vick; corretti i comprimari Alessandro Luciano (Mitrane), Martiniana Antonie (Azema) e Sergey Artamonov (l’ombra di Nino) .

Michele Mariotti, acclamatissimo “enfant du pays”, ha governato il cast con scioltezza, senza mai perdere di vista l’equilibrio fra voci e orchestra (una Sinfonica Nazionale Rai in gran forma), disegnando una Semiramide che non è apparsa soltanto sintesi di stile settecentesco. Un’interpretazione lucida e profonda, articolata nei tempi e nelle dinamiche, nella quale si colgono già le premonizioni del Tell per la forza sinfonica degli accompagnamenti e per la varietà dei colori, ma anche i “sintomi” della nuova stagione del melodramma italiano.

Le repliche sono in programma il 14, 17 e 20 agosto.

 

Cesare Galla
(11 agosto 2019)

La locandina

DirettoreMichele Mariotti
RegiaGraham Vick
Scene e costumiStuart Nunn
LuciGiuseppe Di Iorio
Personaggi e interpreti:
SemiramideSalome Jicia
ArsaceVarduhi Abrahamyan
AssurNahuel Di Pierro
IdrenoAntonino Siragusa
AzemaMartiniana Antonie
OroeCarlo Cigni
MitraneAlessandro Luciano
L’ombra di NinoSergey Artamonov
Coro del Teatro Ventidio Basso
Maestro del CoroGiovanni Farina
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

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