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Piacenza: Don Giovanni e il complesso di Edipo

Psicosi, nevrosi, ossessione, mania, collezionismo compulsivo e sesso. Tutto questo nel Don Giovanni allestito dal Municipale di Piacenza. Chi cerca la cipria composta delle parrucche illuministe ne stia alla larga, ma stia alla larga anche dal libretto perché tutto quanto sopra proprio lì sta scritto.

Tutta centrata sul rapporto di parassitaria simbiosi affettiva tra Don Giovanni, un esuberante Markus Werba, e Donna Elvira, Carmela Remigio, attrice sublime e cantante prodigiosa, la regia di Andrea Bernard costruisce, o meglio decostruisce il protagonista, facendone la lente attraverso cui gli altri personaggi vivono le proprie nevrosi, lui per primo psicoticamente tormentato da un complesso di Edipo irresolubile.

A lato si dispiegano la nevrosi compulsiva di Leporello, Tommaso Barea, sempre intento a ricomporre puzzle e raccattare cimeli del padrone, le pulsioni erotiche di Anna e Zerlina (Claudia Pavone e Désirée Giove), ambigue ed al limite del sadomaso, e la debolezza di un Masetto, Alberto Petricca, sempre cedevole alla maggior forza vuoi di Don Giovanni vuoi dell’erotismo capriccioso di Zerlina.

Tutto si tiene in uno spettacolo dettagliatissimo (dalla collezione di farfalle di Don Giovanni alle caramelle Rossana che la madre/moglie Elvira elargisce come una vecchia zietta in cambio di affetto) in cui il trauma iniziale che il Libertino subisce da parte della madre, che lo sottrae ai giochi e lo lega al tavolo a fare i compiti, è esplicitato con delicati accenni dalla rappresentazione dell’incontro tra il protagonista e Anna bambini (i giovanissimi mimi Viktor Pastori e Irene Meles). Al trauma consegue l’incapacità di Don Giovanni di amare veramente le donne, che si limita a collezionare come farfalle, nella drammaturgia di Bernard esplicitata in una continua rimozione di sentimenti e di oggetti, gli uni repressi, gli altri continuamente estratti e riposti nelle botole e negli armadi della macchina scenica, a partire dal coniglietto di peluche che Anna dona a Giovanni per continuare col cadavere del Commendatore.

La colpa di Don Giovanni non si riduce così alla seduzione incontrollata, ma si sostanzia nella deviazione dall’ordinario: i vestiti delle sue conquiste, esibiti nel catalogo, adombrano un travestitismo alla Psycho, e l’apice della rimozione si esplicita nel non temere la morte fino ad irridere il cadavere del Commendatore usandone il braccio scheletrito per grattaschiena.

Solo Don Ottavio pare sfuggire alla nevrosi generale, dimostrandosi, fin dal vestire in grigioverde, noiosamente sano e pragmaticamente vano nei tentativi di riportare ordine.

Le scene di Alberto Beltrame sono caratterizzate dal complesso ma funzionale sistema di porte, armadi, botole e buche, in pendant all’intricata psiche che dei personaggi tratteggia il regista.

Marco Alba firma le luci, belle, e molto giuste nello scandire l’azione. I costumi, che citano vagamente cinema e manga, tra completi verde acido, abiti da sera e abiti da cocktail alla Dior, sono di Elena Beccaro, connotati dall’immediata riconoscibilità e dalla semplicità raggiunta per sottrazione del superfluo.

Il canto è di livello alto livello da parte di tutti.

Werba dilaga incontenibile per energia e spigliatezza, sprezzando qua e là una rigorosa precisione e mostrando qualche affaticamento verso la fine del primo atto, poi compensa con la gran classe dimostrata nel secondo.

Marco Ciaponi (Don Ottavio) appoggia, fraseggia e fila con rara e meravigliosa capacità, e le due arie vengono lungamente applaudite a scena aperta.

La Giove grazie ad un bellissimo timbro, un bel controllo e soprattutto un’ineccepibile correttezza stilistica, connota Zerlina con intelligenza e la carica di sensualità.

I virtuosismi in cui la Pavone si esibisce sono numerosi e pregevoli, ma pericolosi: “Or sai chi l’onore” è scolpita con esattezza, ma nella prima parte di “Non mi dir bell’idol mio” non tutto quel che si sente risponde pienamente alle intenzioni, pur ben indirizzate, e risolte poi con miglior fortuna nella ripresa.

La Remigio, che conosce l’opera come pochi altri, canta Donna Elvira con apparentemente naturale facilità, unendo alla perfezione di stile e fraseggio e alla padronanza tecnica un’interpretazione da attrice di altissimo livello: realistica e credibile nella parte della madre ossessivamente protettiva ed ambiguamente innamorata.

Il Leporello di Barea è molto convincente: bella voce, accenti giusti, duttilità nella dinamica e controllo della scena, non sbaglia niente pur tra salti, simulate cadute e corse spericolate.

Masetto secondo Petricca è solido vocalmente e spigliato, nel canto e nella recitazione, ora ad alludendo, ora consumando rapporti vagamente sadomaso con Zerlina.

Renzo Ran interpreta un Commendatore fin troppo garbato e poco sulfureo.

Enrico Pagano è sul podio dell’Orchestra Filarmonica Italiana, dalla quale ottiene un suono terso, e impronta la lettura più verso il dramma che verso il giocoso. Qualche imprecisione da parte degli ottoni sul finale non pregiudica una prova corretta dell’orchestra.

Pure è corretta la lettura del Coro del Teatro Municipale, istruito da Corrado Casati.

Limitatissime contestazioni al regista sono subissate dagli applausi del pubblico che gremisce ogni seduta del teatro.

Giovanni Camozzi
(23 gennaio 2026)

La locandina

DirettoreEnrico Pagano
RegiaAndrea Bernard
SceneAlberto Beltrame
CostumiElena Beccaro
LuciMarco Alba
Personaggi e interpreti:
Don GiovanniMarkus Werba
Il CommendatoreRenzo Ran
Donna AnnaClaudia Pavone
Don OttavioMarco Ciaponi
Donna ElviraCarmela Remigio
LeporelloTommaso Barea
MasettoAlberto Petricca
ZerlinaDésirée Giove
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del CoroCorrado Casati

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