Quale musica per i carnevali di Roma?

Fescennino, satura, fabula atellana: tutti generi teatrali dell’antica Roma legati all’eccesso carnevalesco, al mascheramento e all’uso di un linguaggio plebeo.
Spettacoli – a quanto ci è dato di sapere dalle testimonianze letterarie e dai pochi frammenti testuali sopravvissuti – ricolmi di festosa varietà, di lazzi sconci, di metri poetici e di ritmi musicali cangianti come in un moderno cabaret o in una farsa napoletana. Di questa prassi esecutiva basso-mimetica abbiamo uno straordinario documento visivo nel mosaico in opus vermiculatum firmato “Dioskourides di Samo”, rinvenuto a Pompei nella cosiddetta “Villa di Cicerone” presso Porta Ercolano. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove oggi si conserva, lo data fra il I secolo avanti e il I dopo Cristo. Usando un poco la fantasia si potrebbe immaginare un concertino familiare: i due attori dall’espressione grottesca ballonzolano scandendo il ritmo con due piattini di metallo (cymbala) e un grande tamburello a cornice (tympanum; oggi lo chiameremmo forse “tammorra”).
La donna dalla faccia spalmata di biacca soffia in un doppio aulós (tibiae). Il bambino, forse figlio di lei e di uno dei due uomini, regge in mano un piccolo aerofono ricurvo (una tuba di metallo oppure un rozzo cornetto, magari di legno?).
Mi ha sempre colpito l’espressione accigliata del piccolo, che non sembra troppo felice di quello che sta facendo… Il suo apprendistato teatrale contemplava probabilmente una buona razione quotidiana di busse. Comunque una rappresentazione dall’indubbio impatto realistico realizzata da un abile mosaicista.
Non uno schiavo visto che si firma; più facilmente un liberto di origine greca, apprezzato professionista nel suo mestiere.

Carlo Vitali

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