«Que viva Óscar!»: Óscar Navarro si racconta
Compositore e direttore d’orchestra alicantino di Novelda, Óscar Navarro è oggi gli autori più eseguiti al mondo nel repertorio per banda sinfonica.
Stasera, al Teatro Zandonai di Rovereto, debutta in Italia con un programma monografico alla guida della Rovereto Wind Orchestra, nell’ambito del Festival Settenovecento 2026, quest’anno dedicato al Mediterraneo. In programma Centenarius, Connection e Libertadores, con il solista Nilo Caracristi, primo corno dell’Orchestra dell’Arena di Verona, alla sua prima collaborazione con Navarro. L’appuntamento si inserisce inoltre nel ventennale World Tour con cui il compositore ripercorre vent’anni di carriera.
- Da Novelda alla USC, passando per la guida di Ferrer Ferrán: che impronta ha lasciato questo percorso formativo nel suo modo di scrivere musica?
Beh, è un percorso molto lungo e molto arricchente, perché ho iniziato nella mia terra, ad Alicante; poi da Alicante sono passato a Valencia, un posto più grande, per studiare con il mio maestro Ferrer Ferrán; e infine alla USC, negli Stati Uniti, a Los Angeles. Da ciascuno di questi luoghi ho assorbito, e soprattutto ho trattenuto, le cose che funzionavano meglio per me, gli strumenti con cui mi identificavo di più. Quello che sono diventato oggi è in fondo un insieme, una mescolanza di tutti i luoghi in cui ho ricevuto questa formazione: ho conosciuto maestri meravigliosi e ho potuto fare molta esperienza, soprattutto negli Stati Uniti, dove l’esperienza è come la prima materia di studio, quella della pratica. Lì ho imparato moltissimo, e la specializzazione che ho seguito è stata quella della musica per il cinema, la scrittura per lo schermo. E continuo a formarmi ogni giorno, perché mi considero ancora giovane.
- Oggi lei è considerato uno dei compositori più eseguiti al mondo nel repertorio per banda sinfonica: che cosa le concede, in questo linguaggio, ciò che la musica per il cinema non le permette?
In realtà si tratta soprattutto della libertà. La musica per il cinema, certo, offre una certa libertà, ma bisogna seguire delle indicazioni, delle direttive del regista, e naturalmente si deve raccontare una storia, quella del film: leggo la sceneggiatura in albergo, oppure vedo direttamente il film. Con la musica da concerto, invece, ho piena libertà: l’unico limite, tra virgolette, può presentarsi se mi viene chiesta un’opera che debba descrivere qualcosa di preciso, o se si tratta di un concerto per solista. Sono le uniche barriere possibili; ma a livello di scrittura posso usare il linguaggio che voglio, senza alcuna restrizione. Per questo, componendo, mi sento estremamente libero.
- Con il ventennale del suo World Tour sta ripercorrendo vent’anni di carriera: che cosa è cambiato nel suo modo di comporre dai primi passi a oggi?
È cambiato tutto. Se oggi ascolto le mie prime opere e riprendo in mano le partiture, cambierei praticamente ogni cosa, perché sono vent’anni di differenza, di esperienza. Ma ciò che è davvero mutato è il mio modo di vedere la musica nel momento in cui compongo: ormai porto con me uno zaino carico di strumenti e di esperienza, così quando inizio un’opera nuova ho molti più mezzi da utilizzare, molta più esperienza di vita, la maturità di aver conosciuto tanti artisti, direttori, solisti, altri compositori. Tutto questo lascia un segno, e oggi sono un Óscar Navarro diverso da quello di vent’anni fa. Naturalmente lo si vede nell’evoluzione delle opere.
- Sarà la sua prima collaborazione con Nilo Caracristi: che cosa si aspetta da questo incontro e dal dirigere un’orchestra diversa dalla sua in un repertorio così personale?
Mi aspetto prima di tutto di creare una buona connessione con i musicisti e con il solista, perché alla fine tutto ciò che si costruisce sul palco è quello che si trasmette al pubblico. Per me è fondamentale il momento delle prove: trovare quella chimica, entrare in sintonia con il musicista, lavorare i brani insieme come il gruppo che siamo, e a partire da lì creare quella magia della musica, far arrivare al pubblico tutto questo repertorio, tutte queste emozioni. Con Nilo è stato incredibile: ieri ho avuto la sensazione di conoscerlo già da una vita. Ha suonato il brano da cima a fondo e, quando abbiamo finito, praticamente quello che lui voleva dirmi io lo stavo già dicendo ai musicisti; c’è stata moltissima sintonia. È un artista che non conoscevo, ma è davvero straordinario, con un corno impressionante, non solo a livello tecnico ma anche musicale: ci sono stati momenti in cui l’orchestra è rimasta in silenzio a guardarlo, senza riuscire a dire una parola. Credo che abbia conquistato tutti noi.
- Al Teatro Zandonai presenterà Centenarius, Connection e Libertadores: perché ha scelto proprio queste tre opere per il pubblico di Rovereto?
Prima di tutto, Centenarius è un’opera relativamente nuova, ha poco più di un anno: è un brano che sto iniziando a portare con me soprattutto per farlo conoscere al resto del mondo, dopo averlo debuttato in Spagna. È anche un’opera tecnicamente molto distante da Libertadores e dal concerto per corno, così da offrire un po’ di varietà: Centenarius è più emotiva, più lirica, se la si confronta con Libertadores, che è puramente un viaggio verso l’Amazzonia, dove il pubblico, chiudendo gli occhi, potrà sentire il freddo del mattino sul Rio delle Amazzoni, ascoltare gli animali, sentirsi parte di una tribù indigena: sarà dentro una storia, come in un film. Il concerto per corno, grazie alla presenza di un solista, aggiunge ulteriore varietà al programma. Credo sia fondamentale, oggi, non cadere nella monotonia nelle programmazioni, perché con il mondo dei social diventiamo sempre più impazienti: un programma troppo simile a se stesso rischia di far disconnettere il pubblico molto in fretta. Un programma con un solista, e con un’opera esteticamente diversa da Libertadores o da Centenarius, credo offra proprio quel punto di varietà.
Il Festival Settenovecento dedica questa edizione al Mediterraneo: che significato ha per lei debuttare in Italia proprio all’interno di questa cornice?
Per me è una grandissima opportunità, e il fatto che si chiami Mediterraneo ha un significato speciale, perché sono nato molto vicino al Mediterraneo: non sono argentino, sono alicantino, il mio paese è a quindici minuti dal mare. Per me è un orgoglio poter venire qui, anche perché, come dicevano altri colleghi, l’Italia è uno dei luoghi dove tengo più spesso concerti: avevo fatto solo una collaborazione, e non era nemmeno un concerto monografico, ma si eseguiva un mio brano e io ero venuto ad ascoltarlo e a dirigerlo; questo però accadde circa dieci anni fa. Questa, di fatto, è la mia prima vera esperienza qui con un programma monografico come si deve, con un’orchestra di questo livello come la Rovereto Wind Orchestra: è praticamente il mio debutto in Italia, e sono davvero felice di far parte di questo festival, e che mi sia stata data l’opportunità di aggiungere l’Italia al calendario del mio tour di concerti.
Alessandro Cammarano




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