Quegli astorici romanzi

Signori Luca Bianchini, Anna Trombetta, Agostino Taboga (d’ora in poi, per brevità: LB, AT1, AT2), pace, salute e benedizione a voi in questa Pasqua 2019. Non più tardi di cinque mesi or sono sui vostri siti e pagine Facebook ci capitò di leggere questo trionfale annuncio:

CITA AT1

4 dicembre 2018

L’assassinio di Mozart

Confermate le tesi di Taboga, Bianchini e Trombetta.

 

CITA Luigi Pistore

Un coinvolgente romanzo di Gabriella Bianco pieno d’amore e di profonda sensibilità. Una grande storia d’amore con una protagonista indiscussa, la bella Magdalena Pokorny. Sullo sfondo la tragica vicenda della morte di Mozart RICOSTRUITA SU UNA PREZIOSA TESTIMONIANZA DIRETTA che rende il romanzo storicamente fedele alla versione dei fatti. L’Accademia G. Casanova nelle persona del suo presidente Luigi Pistore curerà in prima linea l’edizione italiana del romanzo prevista per il secondo semestre del 2019.

 

CITA AT1

Un grande progetto culturale e artistico di respiro internazionale. Grazie Gabriella Bianco! Grazie, Luigi Pistore! Ne parliamo anche noi in “Mozart – La Caduta Degli Dei” e ne parlava il professor [Giorgio] Taboga nel libro “Una morte violenta”.

 

Curioso cortocircuito logico. Il presidente Pistore dev’essere un ultra delle filosofie relativiste perché a suo dire “una preziosa testimonianza diretta” renderebbe il romanzo “storicamente fedele” non già ai fatti bensì alla “versione dei fatti”. Naturalmente non esistono i fatti ma solo le “le versioni”; anzi: LA VERSIONE, quella che piace a lui e ai suoi amici, ossia che Mozart morì bastonato. Non ne esistono altre? Certo che sì; sono catalogate ed esaminate criticamente, senza eccettuarne il “caso Hofdemel/ Pokorny”, da William Stafford, Mozart’s Death: A Corrective Survey of the Legends, London, Macmillan, 1991. Che, fa il nesci, Eccellenza, o non l’ha letto?

Un giorno dopo ecco rincarata la dose ad opera di AT2, figlio ed erede spirituale del prelodato professore (di matematica) Giorgio Taboga:

 

CITA AT2

5 dicembre 2018

Nell’anniversario della morte di Mozart, 5 dicembre 1791, una conferma alle tesi espresse da Giorgio Taboga riemerge alla luce. Una discendente di Magdalena Pokorny, moglie dell’impiegato di corte Franz Hofdemel, parla delle bastonate inflitte al musicista, reo di essere un cattivo massone, non pagare i debiti e insidiare le mogli dei confratelli.

Non vediamo l’ora, noi Accademici della Bufala, di leggere questa preziosa testimonianza diretta. Allo stato dell’arte, avendo anche noi letto (e magari scritto) un paio di libri in vita nostra, questo è quanto ci consta: Gabriella Bianco ha già pubblicato varie edizioni del proprio romanzo pieno d’amore, in lingue e con intitolazioni cangianti. Ci scusiamo con lei se ci accadrà di scordarne qualcuna.

1) Wolfgang e Magdalena, Trieste-Urbino-Roma, Edizioni Goliardiche, 2002

2) La amante de Mozart, Buenos Aires, Biblos, 2006

3) Mozart et Magdalena: L’amoureuse de Mozart, Paris, Société des écrivains, 2014

[nella categoria Policiers et thrillers; a p. 7 si legge: “Ce livre est un livre de fiction. Tandis que noms, caractères, places sont réels, toute référence à personnes et événements est le produit de l’interprétation littéraire et poétique de l’auteur]

4) Concert for Magdalena, novel + Mozart and Magdalena, screenplay, Bloomington (In.), Xlibris Corp., 2010 [edizione on demand]

5) Mozart e Magdalena, Roma, ilmiolibro self publishing, 2014.

Nel soffietto di presentazione del n. 5, a nome e per conto dell’Associazione Fondamente di Venezia, così ne scriveva sobriamente il blogger Vito Simi de Burgis: “[…] una grande opera di Gabriella Bianco, scrittrice, sceneggiatrice, studiosa, ricercatrice e direttrice di vari Istituti di Cultura Italiani all’Estero, un autentico romanzo storico, un drammatico romanzo d’amore […] avvince ed ha un notevole effetto catartico e terapeutico degno delle più grandi tragedie. […] l’autrice ha anche raccontato come attraverso le sue ricerche in mezzo Mondo e attraverso le testimonianze dirette di una sua amica erede e postera parente di Magdalena Pokorny sia riuscita a svelare verità sulle cause reali della morte di Mozart che sinora non erano venute compiutamente alla luce”.

Eccoci dunque al momento della verità: la “testimonianza diretta”. Non potendo infrangere il copyright, consigliamo a chiunque sia in possesso di un’edizione fra le precedenti (noi abbiamo sottomano quelle inglese, francese e argentina che collazioniamo e riassumiamo) di verificare la fondatezza di quanto affermato nel 2006 dalla prof. Helena Voldan, amica personale di Gabriella Bianco. Vale a dire che:

1) la sua discendenza genealogica da Magdalena Pokorny è ricostruibile mediante gli archivi parrocchiali di Boemia (qualora, dice lei, non distrutti in seguito a eventi bellici);

2) nella sua famiglia poco si sapeva della vicenda dell’antenata, documentata a suo dire da fonti quali “giornali, registrazioni e lettere dell’epoca commentati fra gli altri da autori quali il viennese Jahn nell’Ottocento, l’inglese Francis Carr e il ricercatore italiano Giorgio Taboga nel ventesimo secolo”. Si citano inoltre un’enciclopedia ceca, le memorie familiari di un vecchio zio della signora Voldan e di una pudibonda zia che le avrebbe raccomandato di lasciare in pace i morti. Saggio consiglio, purché non rivolto a uno storico serio.

Allora è Voldan/Bianco 2006 a confermare Giorgio Taboga, oppure viceversa? Una scorsa alla cronologia non aiuta a risolvere il dilemma: un libro di Taboga senior, intitolato L’assassinio di Mozart era uscito nel 1997 per i tipi della LIM, e poi corredato nel 2008 di un seguito stampato da Arché (Mozart. Una morte violenta. Appendice dedicata al cranio di Mozart). Mentre l’editio princeps del romanzo è datata, come si è detto sopra, 2002. Una catena probatoria a dir poco debole e autoreferenziale, ovvero circolare; ma dov’è la “testimonianza diretta” dell’assassinio fornita dalla discendente di Magdalena Pokorny? Diari o lettere dell’antenata? Non se ne fa parola; in compenso si dà notizia di un orologio d’oro donato da Mozart al padre di Magdalena in ringraziamento o in pegno di certi prestiti ricevuti, e poi trasmesso ai primogeniti della famiglia sino alla recente estinzione della linea maschile. Ed ora chi lo detiene? Sicché la conclusione della signora Voldan, appassionata vindice della dignità umana di Magdalena (ah, quelle ragioni del cuore che la musicologia non conosce!), non può che essere dubitativa: “Non v’è nulla di certo intorno alla morte di Mozart [doppio sic, ndr], ma sappiamo dell’amore di Magdalena — probabilmente di entrambi — e del terribile prezzo che costò ad entrambi […] E questa tragedia di amore e morte merita quantomeno il nostro rispetto.” Suvvia, siamo umani. Amore e morte sono l’eterna ricetta vincente di poeti e romanzieri. Vorremmo per caso guastargli il mestiere?

Eppure Taboga junior non demorde e così altamente risponde alle contestazioni di due lettori del suo blog che si firmano Ernesto Teo Nobile e Giuliano Dottori:

CITA AT2

non si tratta di un romanzo, si tratta di uno studio che, partendo da documenti, collega il suicidio Hofdemel, la morte di Mozart, lo scandalo della corte con la necessità di nascondere tutto anche per i riflessi sulla creazione del Requiem.

 

Dunque fra il 2006 e il 2018 devono essere saltati fuori preziosi nuovi documenti. Perché non pubblicarli in qualche accreditata rivista musicologica? Oppure si tratta solo di rifritture e di promozione editoriale per la ristampa di un romanzo vecchio quasi vent’anni? Quello che troviamo inquietante nell’intera operazione sono le discordanze fra la versione del presunto assassinio nella fiction di Gabriella Bianco e in quella, pretesamente storica, propalata da LB e AT1. Esaminiamone le principali.

Nel romanzo la sequenza-madre è così narrata ai capitoli 19-22: dopo aver vinto del denaro al gioco del biliardo, Wolfgang torna a casa nella notte fra il 2 e il 3 dicembre. Una sagoma nera lo aggredisce alle spalle regalandogli alcune bastonate al capo, sul collo, sulle spalle, poi di nuovo al capo e a una tempia. La vittima crolla sul terreno gelato (aveva nevicato da poco) e lì resta privo di conoscenza fino all’alba. Poteva benissimo morire assiderato; invece no. Rinviene e arranca sulla scala di casa; Constanze lo mette a letto dove sopravviverà poco oltre la mezzanotte del 4. Il dottor Closset si rifiuta di rilasciare un certificato di morte perché ha capito non trattarsi di cause naturali. Accertato il delitto, ha inizio la ricerca del reo. Il barone van Swieten ricorda che all’ultima riunione di loggia, il 18 novembre, Hofdemel aveva pronunciato oscure minacce all’indirizzo di Mozart, nelle quali egli era riuscito a cogliere la parola “vendetta”. Riferisce la circostanza ai fratelli della loggia Zur gekrönten Hoffnung, i quali decidono di convocare il sospettato. Con ammiranda ricchezza di dettagli si ricostruisce poi il processo massonico: tre figuri dall’aria austera, udite brevemente le impacciate discolpe di Hofdemel, gli intimano di suicidarsi senza indugio con un tremendo verdetto pronunciato a bassa voce. “Avete infranto tutte le regole per noi sacre. Il vostro delitto merita la morte che infliggerete a voi stesso”. Si metta agli atti: qualcuno era presente al dibattimento e ne ha verbalizzato le fasi per i posteri con abbondanza di virgolettati.

Ben altra la “verità” svelata da LB e AT1, a parte le mosse di occultamento politico ricavate dalla comune fonte, ossia il romanziere e critico letterario dilettante Francis Carr, immaginoso sostenitore di una tesi che vorrebbe Bacone unico autore delle opere di Shakespeare e Cervantes. A lui e ai suoi seguaci nostrani potrebbe applicarsi quanto un  autore vivente ha affermato a tutt’altro proposito con una descrizione cruscante che qui citiamo in forma anonima a mo’ di omaggio-plagio: “si tratta di un incredibile pasticcio dove si affastellano disordinatamente le cose più eterogenee, con una pretesa di precisione (se non, addirittura, di ‘scientificità’) che è smentita ad ogni frase — malgrado presunti riferimenti bibliografici e rinvii pseudoeruditi — e che si trasforma spesso in qualcosa che sembra avvicinarsi al delirio”.

Anche i coniugi di Sondrio hanno il loro asso nella manica, solo che non lo possono mostrare e ce ne spiegano il perché. Pure qui la ricchezza di dettagli appare impressionante. Alle pp. 351-356 del secondo tomo autoprodotto di Mozart: La caduta degli dei (2017), LB e AT1 riprendono estesamente la “versione Taboga” sulla fine di Mozart, attribuendola ad una punizione esemplare decisa in seno alla massoneria per il genio adultero e mal pagatore. A sostegno citano la testimonianza del conte Tomaso Vialardi di Sandigliano, che a Budapest avrebbe visionato i diari di un massone ungherese e “ne ha a sua volta riferito al musicologo Luigi della Croce e a Giorgio Taboga”. Si tratterebbe del…

CITA (LB e AT1, op. cit., loc. cit.)

… diario di un barone ungherese T*** fratello carnale del Venerabile della Zur wahren Eintracht (Alla vera concordia), i cui archivi sono andati dispersi. Egli era ben addentro ai fatti occorsi nel 1791, che annota e commenta. Nelle sue “Mémoires” [in francese sarebbe maschile, ma transeat, ndr] riporta pettegolezzi, appunti di vita mondana e massonica della loggia di Mozart Zur wahren Eintracht. Il testo è in tedesco, tranne i pettegolezzi riguardanti le signore e i vini che sono in francese. I personaggi coinvolti vengono citati con le iniziali. Il barone T*** fa riferimento alla decisione presa in Loggia di castigare A.W.M. per un fatto di corna e di soldi a danno di più di un Fratello con la seguente nota: “non paga i debiti e insidia le mogli dei massoni”. La risoluzione fu assunta nella tornata successiva di pochi giorni all’esecuzione della Piccola Cantata massonica (Eine kleine Freimauer-Kantate) K.623, diretta da Wolfgang il 18 novembre 1791 per l’inaugurazione del Tempio della Zur neue gekrönten Hoffnung (Alla nuova speranza incoronata). Quel giorno il compositore godeva di ottima salute.

Davvero inestimabile la testimonianza contenuta in quella “quindicina di volumetti manoscritti che coprono gli anni di vita massonica viennese dal 1781 al 1796” (ibidem). Peccato che “nel frattempo siano diventati di nuovo irraggiungibili. È il destino comune a molti documenti secretati per ragioni di Stato riguardanti le questioni della corte asburgica” (ibidem). Ah sì, la Ragion di Stato. Qui sorge spontanea una domanda: in quale archivio e soprattutto in quale data il conte Vialardi ebbe la ventura d’imbattersi in quel manoscritto? Diciamo per prudente ipotesi dopo il 1945? E perché mai il governo comunista di allora o quelli più o meno democratici suoi successori dovevano preoccuparsi della reputazione della corte asburgica, defunta nel 1918?

Ma abbiamo la parola di tre aristocratici, uno defunto da secoli e due fortunatamente viventi benché in età veneranda (ad multos annos!). Potremmo forse dubitarne? Giammai! Come c’insegna Don Giovanni: “la nobiltà/ ha dipinta negli occhi l’onestà”. Dunque con la debita deferenza ci permettiamo di domandare alle Loro Eccellenze Tomaso Vialardi di Sandigliano (classe 1942) e Luigi della Croce di Dojola (classe 1927): di quelle trascrizioni conservano tuttora fotografie, trascrizioni o traduzioni; insomma una qualche evidenza materiale? Oppure hanno nobilmente ceduto il tutto al compianto Giorgio Taboga senza neppure trattenerne copia per sé? In entrambi i casi potrebbero le Eccellenze Loro o l’erede del professore trevigiano, alias AT2, degnarsi di comunicarli alla plebea coorte degli specialisti attrezzati a valutarli con analisi linguistiche, diplomatiche, contestuali e quant’altro è d’uso nelle sedi scientifiche? Musicologo il della Croce, fecondo storico locale e militare il Vialardi; contiamo su una benevola comprensione per il nostro protervo dubbio metodico.

Perché in caso contrario qualche spregiatore delle sacre gerarchie sociali potrebbe chiedersi: è mai esistito davvero il Manoscritto di Budapest, oppure andrà riposto nello stesso scaffale accanto a quello di Saragozza (Potocki), a quello di Brodie (Borges) o all’Anonimo secentesco evocato dal conte Alessandro Manzoni? L’esperienza c’insegna che quello del manoscritto perduto è stratagemma narratologico favorito da letterati più o meno illustri; invero non tutti allo stesso livello dei tre sullodati. Infine speriamo vivamente che la “studiosa e sceneggiatrice” dottoressa Bianco — alla quale riconosciamo volentieri il privilegio oraziano “pictoribus atque poetis/ quidlibet audendi semper fuit aequa potestas” — possa aiutarci a districare le due ricostruzioni radicalmente confliggenti dell’assassinio di Mozart: vendetta privata di un marito cornuto punita con la di lui morte dai massoni della loggia Zur gekrönten Hoffnung (versione Pokorny/Bianco) oppure bastonatura rituale con esiti preterintenzionali decretata ai danni di Mozart dai loro confratelli della Zur wahren Eintracht (versione Bianchini e Trombetta)? Incidentalmente si fa notare che quest’ultima loggia si era autodisciolta nel 1789 (v.Edith Rosenstrauch-Königsberg, Freimaurerei im Josephinischen Wien, Wien, Wilhelm Braumüller, 1975: p. 64). Si sarà ricostituita alla fine del 1791 all’apposito scopo di far bastonare Mozart?

In ogni caso di questi massoni da romanzo astorico sarà meglio non fidarsi troppo: è la conclusion gioconda/ della favola rotonda.

Carlo Vitali, Michele Girardi e Alessandro Cammarano

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