Roma: Hrůša e l’Orchestra di Santa Cecilia fanno il botto

Chi ha assistito al concerto di sabato 5 giugno all’Auditorium Parco della Musica ha vissuto senz’altro un’esperienza esplosiva. L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Jakub Hrůša ha affrontato il Concerto per violino di Brahms con Sergey Khachatryan, facendo poi seguire (senza intervallo) l’Ottava Sinfonia di Dvořák. Ad essere esplosivi però non erano solo solisti e programma: dopo l’attacco del Concerto di Brahms, appena prima dell’ingresso del solista, si son sentiti dei forti botti e le luci hanno iniziato ad impazzire. I musicisti sono andati avanti eroicamente finché il sistema ha ben deciso di collassare e ci si è trovati completamente al buio: emozionante. Da qui potete capire tutte le battute (“un concerto col botto”, “esplosivo”, “scoppiettante”, il mio ringraziamento va a Daniele Sabatini e Federico Benigni per le perle regalatemi) che si son susseguite al termine del concerto.

Fuor di battuta, non si trattava che di un problema elettrico, di non ben specificata natura, che si è protratto per un tempo considerevole, anche dopo che l’orchestra era uscita e poi rientrata. Una nota di merito va dunque a tutti i musicisti per essere riusciti a mantenere il sangue freddo e ripartire da capo poco dopo, come se nulla fosse. Forse anche per questo il Concerto di Brahms è parso funzionare poco, ma alcune considerazioni di natura unicamente musicale saltavano all’orecchio. In generale capita un po’ troppo spesso che le orchestre (Accademia inclusa) non studino, non provino e non si concentrino adeguatamente sui concerti solistici. I tempi delle prove sono troppo stretti, le orchestre sono poco motivate e alla fine tutta l’attenzione viene concentrata sulla grande sinfonia nella seconda metà del concerto. Anche questo è stato il caso: sul Concerto di Brahms l’Orchestra è parsa spenta e sbiadita, relegata ad un accompagnamento che non rende onore alla parte da protagonista che Brahms le affida. Anche il direttore non aiutava: non che Hrůša non avesse delle idee, ma sembravano non combaciare con la visione di Kachatryan del brano. Dove il direttore ceco cercava più varietà, il violinista armeno si presentava con un suono pienissimo e inscalfibile; dove il violinista chiamava una sterzata d’intensità (si pensi al secondo tempo), il direttore non andava oltre un accompagnamento superficiale. Non che in generale il pezzo non abbia funzionato, il livello dei musicisti sul palco è comunque tale da consentire di arrivare sani e salvi fino in fondo senza destar sospetti, ma dai dettagli si comprendeva che molto di più si sarebbe potuto fare. Regnava, insomma, una sorta di cauta fretta, la sensazione di star sui carboni ardenti e che qualcosa sarebbe potuto andar storto in qualsiasi momento. Dunque si corre nel tentativo di arrivare in fondo, senza curare bene le chiusure delle frasi, la pulizia degli attacchi, i respiri musicali, ma al contempo non si prendono rischi e tutto è apparso ovattato sotto lo sguardo guardingo di direttore e solista. E per questa fretta, l’ennesimo sfarfallamento delle luci sicuramente ha avuto la sua bella responsabilità. Sergej Khachatryan è comunque un violinista che sa tirarsi dietro il pubblico: il suono monolitico riusciva senza alcun problema a stagliarsi non solo sopra l’orchestra, ma anche nella gigantesca Sala Santa Cecilia, una sfida da cui pochi violinisti sono usciti vincitori, e la convinzione taurina che emergeva dalla sua esecuzione ha entusiasmato il pubblico romano.

Quando scrivo che l’Orchestra non dà il suo meglio nei concerti solistici, però, è perché quando attacca la Sinfonia subito dopo la cosa è oltre l’evidenza. Certo, l’Ottava di Dvořák scorre nelle vene Hrůša, che pare vivere per eseguire questo repertorio, ma l’Orchestra dell’Accademia non pareva nemmeno la stessa: suono compatto e omogeneo, soli rasenti la perfezione (da segnalare il solo di flauto di Adriana Ferreira dal quarto tempo, veramente meraviglioso) e soprattutto un’energia e una cura per i dettagli senza confronti. Non bisogna essere cechi per dirigere Dvořák, ma Hrůša in questo caso dimostra veramente cosa significhi appartenere ad una cultura, comprenderla e farla propria senza forzature. Dvořák è un autore difficilissimo (checché se ne dica): basta così poco per portarlo verso la più salottiera frivolezza, che in molti sono convinti che lo spirito del compositore si manifesti nelle melense effusioni e nella stucchevole eleganza di maniera. Ma la maniera emerge quando ci si cala una maschera indosso, con storture che sovraccaricano o impoveriscono la ricchezza della tavolozza timbrica e umorale del compositore boemo. Hrůša questa maschera non ce l’ha, si muove nel linguaggio del suo conterraneo con la sicurezza di chi sa coglierne le sfumature al primo sguardo, di chi associa istantaneamente ad ogni frase un riferimento, un’immagine, un’idea. C’è così tanto nel Dvořák di Hrůša, c’è lo schietto amore per la musica popolare, c’è la cortesia mai ruffiana, c’è un’energia cinetica palpitante, c’è anche quel che di medievaleggiante che aleggia così spesso nella musica di Dvořák. Sotto la bacchetta di Hrůša, Dvořák può essere lirico e intenso senza essere patetico e struggente, può essere trionfale e travolgente senza essere bombastico e retorico. L’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia questo sembrava averlo capito bene e ha risposto al suo direttore con energia e trasporto, lasciandosi guidare anche nelle finezze di fraseggio che ad esempio hanno impreziosito quasi cameristicamente il celebre Allegretto grazioso, per una volta non estratto dall’armadio naftalinico della nonna, ma sobrio e intenso e moderno. E a conclusione, di esplosivo c’è stato solo l’applauso tributatogli dal pubblico e dall’orchestra stessa.

Alessandro Tommasi
(5 giugno 2021)

La locandina

DirettoreJakub Hrůša
ViolinoSergey Khachatryan
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Programma:
Johannes Brahms
Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 77
Antonin Dvořák
Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88

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