Roma: i fantasmi di Britten
Dopo il successo di Peter Grimes (2024) e di Billy Budd (2018), Deborah Warner ritorna al Teatro dell’Opera di Roma per mettere in scena un altro capolavoro di Benjamin Britten, The Turn of the Screw. L’opera in un prologo, due atti e sedici scene, su libretto di Myfanwy Piper, tratta dall’omonimo racconto di Henry James pubblicato nel 1898, venne commissionata al compositore britannico per il XVII Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia, e debuttò nel settembre 1954 al Teatro La Fenice, in prima mondiale, diretta dallo stesso Britten, mentre il suo amante Peter Pears cantava nel doppio ruolo del Prologo e di Peter Quint, The Master’s Valet che assedia col suo fantasma l’immaginazione della giovane istitutrice (allora interpretata da Jennifer Vyvyan) responsabile dell’educazione di Miles e Flora, i due orfanelli (David Hemmings e Olive Dyer) che vivono con la governante Mrs Grose (alias Joan Cross) in una vecchia dimora di campagna.
Il capolavoro di Britten, opera inquietante e magnetica, tiene lo spettatore avvinto con una musica ora soave, ora sinistra, ora lievissima ora funesta. Riprende la ghost story di Henry James, e la sua ambivalenza in tema della morte dell’innocenza, di male presunto o reale, e dell’incapacità di contrastarlo attraverso l’educazione, aggiungendovi quel tocco di singolare ambivalenza a sfondo omoerotico che è la cifra tipica del compositore britannico. Ma è soprattutto un’immensa pagina del teatro musicale del Novecento che a Roma non veniva rappresentata dal 1997, quando andò in scena sotto la direzione di Bruno Campanella, con la regia di Luca Ronconi, le scene di Margherita Palli, la grande Raina Kabaivanska nel ruolo dell’istitutrice, Daniela Mazzuccato in quello di Miss Jessel la precedente istitutrice morta in circostanze tragiche, e due bambini, Matthew Long e Hazel Norton Hale che interpretavano gli orfanelli in balia dei fantasmi maligni dei vecchi domestici.
Benissimo dunque ha fatto la direzione del Teatro Costanzi a riproporla adesso, dopo quasi trent’anni, con questa nuova produzione originale affidata alla bacchetta del giovane Ben Glassberg, già direttore principale del Glyndebourne Festival e attuale direttore dell’Orchestre de l’Opéra Normandie Rouen e alle mani esperte di Deborah Warner.
La regista britannica aveva firmato una prima regia dell’opera di Britten nel 1997 al Barbican Theatre di Londra, col tenore Ian Bostridge nel ruolo di Peter Quint, sotto la direzione musicale di Colin, e cinque anni dopo l’aveva riproposta al Covent Garden. Rispetto allo spettacolo di allora, Deborah Warner ammette l’evoluzione, ma confessa di essere stata sempre abitata dalla partitura di Britten.
E infatti sorprende in questo nuovo allestimento la perfetta corrispondenza tra partitura e drammaturgia, che anima la scena dall’inizio alla fine, con una punta di freschezza e di innocenza cristallina, che a poco a poco, invincibilmente, trascolora nel buio pesto della cattiveria, perversa, maligna, crudele e del tutto inspiegabile.
La scena s’apre in uno spazio chiuso, nero, asfittico. Il Prologo, alias Ian Bostridge – poi Peter Quint come sempre da manuale sia per la ricchezza di sfumature nel canto che per la recitazione cesellata – che entra in scena in maniche di camicia, annuncia la strana storia scritta con un inchiostro sbiadito dalla giovane istitutrice che aveva accettato dal tutore di due bambini, unico parente rimasto, di occuparsi di loro senza mai disturbarlo, senza interferire con la sua vita.
Il primo atto s’apre con la scena del viaggio verso Bly. Il soprano Anna Prohaska, l’istitutrice piena di dubbi, mima un corpo sballottato su una carrozza, mentre le immagini della campagna inglese sfilano su un video in bianco e nero alle sue spalle. Le luci si spengono e di nuovo s’illuminano sul portico di Bly, con l’ingresso socchiuso su una foresta verde, e in primo piano la governante e i due bambini che le girano intorno ballando e cantando.
Agilissima, la piccola Cecyl Balmforth, anni 10, nel ruolo di Flora, gonfio vestino al ginocchio coperto da grembiulino bianco, si produce in una ruota continua. Il fratello Miles, alias il dodicenne fenomeno vocale Zandy Hull, con la sua zazzera pel di carota, mima un inchino e subito lascia intuire l’irriverenza costretta dalla norma di comportamento del bad boy, o del ragazzo che “can be wild but not bad”, però pronta a esplodere nella provocazione, nella sfida, e nella minaccia, quando si mette a intonare uno stornello usando il latino, “Malo, I would rather be/ Malo, in an apple-tree/ Malo, than a naughty boy/ Malo, in adversity”.
Deborah Warner guida i sui bambini come una madre severa ma giusta. Li dirige implacabile nei movimenti di scena di Joanna O’Keefe, sotto le luci ipnotiche di Jean Kalman, che scava nel torbido, entra nel buio della psiche disturbata, lambisce il non detto, senza però mai dare sazio allo spettatore, o mai fargli capire bene cosa sta succedendo. Il risultato è uno spettacolo compatto, controllato, percorso da una tensione irriducibile e omogenea, perfetto riverbero di una partitura enigmatica in cui nulla è lasciato al caso, e dove il tema nella sua ambivalenza domina sovrano, sospeso com’è tra l’immagine pura dell’innocenza dei bambini indifesi e bisognosi di protezione, e quella ben più inquietante dei piccoli demoni in combutta coi fantasmi tenebrosi del passato.
Massima l’economia dei mezzi di Deborah Warner, che conferma il suo talento nel movimentare la narrazione (con funi che alzano travi di legno che sembrano viti e invece sono lapidi, nella scena del cimitero, o calano il pianoforte dal quale Miles ruba la lettera scritta dall’istitutrice), e l’arte di ricorrere alla sineddoche, quando per esempio mette in mano a Miles steso sul lettino una cinghia per fargliela straziare in preda ai nervi tesi per la presenza di Quint, o quando fa scagliare a Flora la sua bambola di pezza contro l’istitutrice, accusandola di essere crudele, orribile, cattiva, prima di ammettere di odiarla e andarsene via.
Funzionali per un’opera cosi intensa e misteriosa le voci: da quella sottile del soprano Prohaska, nel ruolo dell’istitutrice, forse perché foriera di dubbi, angoscia e incertezze, a quella placida e rotonda di Emma Bell perfetta nello scolpire con voce ammaliante il ruolo di Mrs Grove la governante che non sa vedere il male, sino alla ricchezza di variazioni di Christine Rice, conturbante Miss Jessel. Fuori dal comune le voci bianche dei due orfanelli, selezionati dopo una lunga trafila delle audizioni, e accompagnati a Roma dai genitori per tutti i cinquantacinque giorni di prove. Eccellenti i tredici orchestrali del Teatro dell’Opera di Roma, che diretti da Glassberg suonano i diciotto strumenti previsti dalla magistrale partitura, in cui la musica da camera scivola verso la sinfonia. Conviti e calorosissimi gli applausi del pubblico romano alla prima.
Marina Valensise
(19 settembre 2025)
La locandina
| Direttore | Ben Glassberg |
| Regia | Deborah Warner |
| Scene | Justin Nardella |
| Costumi | Luca Costigliolo |
| Luci | Jean Kalman |
| Movimenti di scena | Joanna O’Keeffe |
| Personaggi e interpreti: | |
| The Prologue / Quint | Ian Bostridge |
| Governess | Anna Prohaska |
| Miles | Zandy Hull |
| Flora | Cecily Balmforth |
| Mrs Grose | Emma Bell |
| Miss Jessel | Christine Rice |
| Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma | |














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