Roma: il Dittico monco

In scena al Teatro dell’Opera di Roma il dittico verista Cavalleria rusticana/Pagliacci con la regia di Pippo Delbono e la direzione di Carlo Rizzi. Nella bagarre di contestazioni che hanno seguito la prima recita, soffermiamoci anzitutto su ciò che di buono si è visto alla seconda, ché l’obiettivo non è fare colpo sul lettore cavalcando l’onda delle polemiche, ma dare un resoconto oggettivo dello spettacolo.

Le voci femminili sono adeguate ai ruoli, nonostante le scelte registiche poco funzionali alla resa dei cantanti. Anita Rachvelishvili debutta come Santuzza, confermando la sua versatilità di interprete e musicista. La linea del canto è ricca di una coinvolgente espressività e scenicamente viene valorizzata la seducente ambiguità di Santuzza (in bilico tra la gelosia e fragilità), in linea con la vocalità anfibia del personaggio. Carmela Remigio nel ruolo di Nedda è inizialmente trattenuta, ma si scioglie nel corso della recita, con un’interpretazione ricca di naturalezza e originalità. La resa scenica supera quella vocale, che nelle prime scene sembra difettare del dovuto spessore. Martina Belli, nel ruolo di Lola, beneficia di un’invidiabile avvenenza fisica, che si accompagna a una buona espressività del canto. Ho apprezzato anche la Lucia di Anna Malavasi, senza eccessi nel registro grave (come spesso si sente nella Mamma) e con adeguata autorevolezza scenica.

Il cast maschile non è da meno. Si segnala, su tutti, il contributo di Fabio Sartori che propone un Canio appassionato. Come sempre, la voce è calda e omogenea in tutta la tessitura. Alfred Kim in Turiddu dispone di voce ampia, con buona estensione in acuto, ma avara di sfumature e a tratti fissa. Gevorg Hakobyan mi è piaciuto più in Alfio che in Tonio. Sicuro nell’emissione e autorevole nella declinazione del carattere dei due personaggi. Una buona prova anche dal comprimariato di Matteo Falcier e Dionisios Sourbis nei ruoli di Beppe e Silvio.

Carlo Rizzi tiene le fila dell’orchestra in una produzione dove la regia non supporta certamente la musica. Il direttore ricava una buona coesione tra le sezioni. Adeguati i tempi e le dinamiche e ben rappresentate le tinte tormentate e languide del lessico verista. Il Coro non è parso particolarmente a proprio agio, soprattutto le sezioni femminili talvolta calanti, nonostante la generale staticità prescelta dalla regia.

Venendo, appunto, alla contestata regia, ci si limita a confermare alcune perplessità sul lavoro di Pippo Delbono. I momenti di maggior tensione drammatica, di cui i due titoli strabordano, sono mortificati dalla presenza del regista che fa zig zag sul palcoscenico, talvolta mimando il gesto del direttore, talaltra spostando sedie e aprendo finestre. A un certo punto Delbono scende in platea, lanciando petali sul pubblico e uno dei presenti non la prende troppo bene. L’audace signore avverte il regista di “non azzardarsi a lanciargli cose”, lui glieli lancia; il contestatore balza in piedi per dargli un pugno, ma viene fermato in extremis da un altro. Eccessivi i botta e risposta tra contestato e contestatori anche in altri momenti. A tratti sembrava un talk della De Filippi più che una recita di un primario teatro.

Ma a parte le provocazioni – che più che indignare, annoiano – il problema sostanziale è che una vera regia non c’è, perché i cantanti sono quasi sempre fermi o svantaggiati nella loro performance (vedi i distanzianti duetti dei Pagliacci). Manca, poi, qualsivoglia spessore drammaturgico aldilà della vicenda nuda e cruda. In Pagliacci c’è più movimento, ma è confusorio e non veicola il pubblico nell’atmosfera dell’opera. Ho trovato invece ben riuscito l’intervento dell’anziano sordomuto Bobò e del ragazzo down che, sia soli, sia insieme, esprimono una composta e commuovente teatralità.  La scena fissa di Sergio Tramonti si compone di un grande salone rosso. Elegante in sé per i giochi cromatici che ricordano la poetica di Luiso Sturla, ma un po’ banale vestire di rosso una Cavalleria Rusticana. I costumi di Giusi Giustino sono semplici e belli. Le fredde luci di Enrico Bagnoli molto espressive.

A fine serata altre contestazioni per il regista e ampi consensi per il cast musicale. Checché se ne dica, la conferma che nell’opera la musica è il perno senza il quale non si va da nessuna parte. E, per fortuna, domenica sera abbiamo almeno ascoltato della buona musica.

Pietro Gandetto
(Roma, 8 aprile 2018)

La locandina

Direttore Carlo Rizzi
Regia Pippo Delbono
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli
Cavalleria rusticana
Santuzza Anita Rachvelishvili
Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan
Lucia Anna Malavasi
Pagliacci
Canio Fabio Sartori
Nedda Carmela Remigio
Tonio Gevorg Hakobyan
Beppe Matteo Falcier
Silvio Dionisios Sourbis
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Maestro del Coro Roberto Gabbiani

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