La valorosa ingenuità di Billy Budd al Teatro dell’Opera di Roma

Ha vinto il 2018 International Opera Awards nella categoria delle produzioni operistiche il Billy Budd di Benjamin Britten con la regia di Deborah Warner allestito dal Teatro Real di Madrid, in coproduzione con la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Un’assegnazione quanto mai condivisa anche dal pubblico romano che ha accolto con partecipazione ed entusiasmo la prima rappresentazione, per la Stagione 2017-2018, al Teatro Costanzi dell’Opera di Roma martedì 8 maggio, questo titolo del compositore inglese del secolo scorso. Omaggio tanto più dovuto se, all’uscita per gli applausi finali, la regista è stata chiamata dal pubblico più volte al proscenio. Billy Budd di Benjamin Britten si colloca nel novecento avanzato, scritta nel 1951 eppure quanto mai vicina a scrittura riconoscibile di un sinfonismo tardoromantico; del resto Mahler, Berg, Bruckner erano modelli dichiarati da Britten. Possiamo ritenere la musica dell’opera come una continua colonna sonora su un testo elaborato dall’ omonimo romanzo di Herman Melville di ambientazione marinara “Billy Budd gabbiere di parrocchetto” scritto tra il 1889 e il 1891, anno della morte dell’autore, ritrovato e pubblicato postumo nel 1924. Nel romanzo breve di Herman Melville, da cui E.M. Foster ed Eric Crozier hanno tratto il libretto per l’opera, la chiave di lettura è esistenziale e politica. Billy Budd, il giovane, valoroso e ingenuo marinaio amato da tutti, viene ingannato da un suo superiore, viene tradito e finisce impiccato come una specie di Gesù Cristo che anziché morire per i peccati dell’umanità deve finire appeso all’albero maestro perché incarna la richiesta di libertà della ciurma. Vicenda tutta al maschile, ambientata su una nave da guerra inglese al tempo delle guerre napoleoniche. L’unico elemento femminile della storia, la sola “she” di cui si parla, è la nave che per la sua ciurma di disperati è sia il ventre materno che li protegge dagli abissi dell’oceano sia la prigione in cui sono costretti a lavorare come schiavi, la loro casa e la loro tomba. La nitida regia teatrale di Deborah Warner fa emergere con chiarezza tutti questi elementi: capace di passare da una scena all’altra senza soluzione di continuità, come se usasse la tecnica cinematografica della “dissolvenza incrociata”, per la rapidità del cambio delle azioni. Storie di uomini arruolati forzatamente e brutalizzati, per dar forma agli equipaggi della gloriosa Royal Navy al tempo di Nelson e della battaglia di Trafalgar. Nella trasposizione musicale il giovane marinaio, bello e gentile con gli altri, diventa metafora del conflitto tra bene e male, tra l’odio e l’amore che si insinuano nella coscienza degli uomini, la voglia di dimostrare una “virilità tossica” e il bisogno di amore e di accoglienza dell’altro. L’ambientazione, realizzata da Michael Levine, è circoscritta tra tolda e sottocoperta, regno dei marinai, circondata dal mare ma anche dalle nebbie che inducono una navigazione lenta e annoiata formata da un intreccio di funi e cavi che restituiscono l’idea di una prigione. Le prime battute, che preludono al ricordo del Comandante Vere, fanno riecheggiare un vago suono di sirena e corno da nebbia. Ma sono i cori dei marinai, schiavi nell’incessante rito di pulizia della coperta, con il loro coro cadenzato che danno il via all’azione scenica. Opera corale al di là delle singole individualità dove tutti sono in relazioni gli uni con gli altri. Rapporti ambigui tra sogni di libertà e voglia di riscatto: ma è il richiamo alla battaglia contro una nave nemica che appare in un momento di diradamento della nebbia incombente che, in una esaltazione collettiva, accende gli animi dei semplici marinai e degli ufficiali. Dare battaglia, andare all’arrembaggio è il momento di riscatto per quella umanità galleggiante e dolente. La libertà è guadagnarsi i galloni sul campo: è il sogno di Billy Budd che inconsapevolmente e ingenuamente instaura un rapporto ambiguo con il Comandante Vere per trovarsi coinvolto in un rapporto d’ odio nei suo confronti con il maestro d’armi Clagger, amante folle pronto ad annientare l’oggetto della sua passione impossibile. La musica è condotta sulle linee dell’armonia piú consolidata fatta di arie, canto spiegato, assiemi corali. Occorrono voci e belle perché il tutto possa scorrere nell’esecuzione. Bella voce e triste quella del comandante Vere affidata al tenore Toby Spence, l’esaltazione e l’entusiasmo giovanile di Billy Budd è impersonata dal baritono Phillip Addis, come fosca è l’interpretazione del basso John Relyea nella parte di Claggert. Ma tutto il complesso dell’equipaggio di questa “nave dei morti” è ben delineato nelle loro personalità e nella vocalità di tutti i ruoli in locandina. Ma come protagonista in assoluto è da indicare il complesso corale espressione di questa umanità dolente diretto da Roberto Gabbiani. Il tutto sotto la guida di James Conlon coadiuvato dal complesso dell’orchestra del Teatro dell’Opera, che hanno saputo restituire a teatro la musica di Britten, tragica e disperata.

I costumi molto essenziali di Chloe Obolensky e le luci di Jean Kalman, tra forti controluci e luci piene in palcoscenico, hanno contribuito a questa realizzazione.

Teatro pieno con la presenza di molti giovani tra il consolidato pubblico del Turno A, tra volti noti e meno noti della mondanità romana.

Federica Fanizza
(8 maggio 2018)

La locandina

Direttore James Conlon
Regia Deborah Warner
Scene Michael Levine
Costumi Chloe Obolensky
Luci Jean Kalman
Movimenti coreografici Kim Brandstrup
Ripresa delle coreografie Joanna O’Keeffe
Personaggi e interpreti:
Billy Budd Phillip Addis
Edward Fairfax Vere Toby Spence
John Claggart John Relyea
Mr. Redburn Thomas Oliemans
Mr Flint  Zachary Altman
Lieutenant Ratcliffe  David Shipley
Red Whisker Christopher Lemmings
Donald  Jonathan Michie
Dansker S tephen Richardson
A novice  Keith Jameson
The novice’s friend  Johnny Herford
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma con la partecipazione Della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Maestro del Coro Roberto Gabbiani

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