Roma: quanto è bella la Silent Zauberflōte

Non esiste opera che possa trovare tante forme di declinazione di quante ne consente Die Zauberflõte. Favola, viaggio iniziatico, percorso dall’infanzia all’età adulta, psicoanalisi, tutto è legittimo nel mettere in scena l’estremo capolavoro mozartiano senza che la sua più intima natura ne venga minimamente intaccata o sminuita. Certo, alcuni allestimenti o letture risultano più convincenti di altri, ma tutte hanno qualcosa da dire.

L’idea di Barry Kosky di trasformare la Zauberflöte in un silent movie, un film muto, sovvertendo, ma solo apparentemente, l’essenza del Singspiel, funziona benissimo, avvince e diverte; soprattutto fa pensare, che poi è la funzione prima dell’opera d’arte. I dialoghi sono sostituiti dalle didascalie del muto, realizzare in un’incredibile varierà di caratteri e accompagnate, come si conviene, da un pianoforte dall’accordatura precaria sulle note della Fantasia e Sonata K475/K457, che crea una perfetta atmosfera di sospensione.

Niente scene costruite, tranne pochissimi elementi neutri di Esther Bialas, solo uno schermo cinematografico su cui si proiettano immagini con le quali i personaggi interagiscono in una miscela di “drama” e “slapsitck”.  Paul BarrittIdeazione «1927» (Suzanne Andrade e Paul Barritt) e Barrie Kosyk, con il supporto drammaturgico di Ulrich Lentz costruiscono un percorso visivo pieno di ironia, a tratti volutamente debordante, ricco di invenzioni. Se Tamino assomiglia vagamente a Rudy Valentino, Pamina richiama Louise Brooks, Papageno ricorda Harold Lloyd, Monostatos Nosferatu, Sarastro Lionel Barrymore e la Regina della Notte un ragno da pre-horror stile Louise Bourgeois,  il tutto in un omaggio vero e sincero all’epoca d’oro del muto; Non c’è un solo attimo in cui la tensione narrativa conosca un minimo calo, tanto che si potrebbe correre il rischio di dimenticarsi della musica, cosa che comunque non accade.

Si ride e si riflette: si ride con Tamino inghiottito dal serpente, con il gatto onnipresente di Papageno, con le tre Dame porcellone, col vampiro assatanato e i suoi cagnacci. Si riflette con la divisione del mondo in Natura e Logica, e di quest’ultima fanno parte il Sapere, la Saggezza, la Verità: Il tempio, ma in definitiva tutto il regno di Sarastro è fatto di ingranaggi, animali compresi, e di macchine complesse, mentre la Königin tiene soggiogato un mondo selvaggio cge reca in sé gli elementi della sua autodistruzione.

Troppe le trovate geniali per citarle tutte, ma come non ricordare il flauto-fatina che sparge note e rimanda a Chagall e Prévert, o Papageno ubriaco che naviga tra coppe da cocktail ed elefantini rosa, o ancora gli elefanti meccanici di Sarastro e le sue scimmie soldato.

Poesia, con un tocco di esoterismo, le costellazioni animali che danzano in cerchio sulle note del flauto.  Funziona tutto, ma proprio tutto.

Henrik Nánási, di contro, non sembra credere all’operazione; la sua direzione è spenta nei colori, slentata nei tempi, smorta per quanto attiene al ritmo, ed è un peccato perché l’Orchestra suona davvero bene.

Molto meglio fa la compagnia di canto, a cominciare dalla coppia dei protagonisti, con Juan Francisco Gatell a dare vita ad un Tamino dalla vocalità salda e sempre ben dentro alla frase e Amanda Forsythe, Pamina forse un po’ leggera ma accattivante nei colori e negli accenti.

Christina Poulitsi ha gli atout necessari per disegnare una Königin del tutto credibile, Fa sovracuti compresi ed elargiti con grande sicurezza. Si prende anche un applauso giusto alla fine della prima strofa di “Die hölle Rache” tanto il pubblico è galvanizzato.

Ottimo il Papageno, sempre divertente e mai sopra le righe, di Joan Martín Royo, che canta e recita benissimo, e davvero molto buono il Sarastro autorevole per pienezza di voce e nobiltà di Gianluca Buratto, tra i migliori bassi oggi in carriera. Spigliata la Papagena di Julia Gibee.

Da manuale, come sempre, il Monosferatu di Marcello Nardis, che in questa occasione trova ulteriori e convincenti spunti interpretativi.

Brave le tre Dame, sempre occupate a rubarsi la scena l’un l’altra, di Louise Kwong, Irida Dragoti e Sara Rocchi.

Convince l’Oratore tratteggiato da Andrii Ganchuk, così come risultano sicuri il Primo armigero di Domenico Pellicola e il Secondo Armigero di Timofei Baranov.

Davvero bravi i Tre genietti autoctoni e una tantum intonati, ovvero Giulia Peverelli, Anastasia Spalvieri e Agnese Funari.

Qualche piccola sbavatura da parte del Coro, preparato da Roberto Gabbiani.

Al termine Successo pieno per tutti.

Alessandro Cammarano
(13 ottobre 2018)

La locandina

Direttore Henrik Nánási
Regia Barrie Kosky e Suzanne Andrade
Video Paul Barritt
Ideazione «1927» (Suzanne Andrade e Paul Barritt) e Barrie Kosky
Scene e Costumi Esther Bialas
Dramaturgie Ulrich Lenz
Luci Diego Leetz
Personaggi e interpreti:
Pamina Amanda Forsythe
Tamino Juan Francisco Gatell
La regina della notte Christina Poulitsi
Sarastro Gianluca Buratto
Monostatos Marcello Nardis
Papageno Joan Martín-Royo
Papagena Julia Gibee
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Compila il form sottostante

Prego Login per commentare

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Iscriviti  
Notificami