Rovereto: il duende di Bonato infiamma il Festival Settenovecento

Il Festival Settenovecento di Rovereto si conferma ancora una volta come fucina di giovani talenti, chiamati ad esibirsi oltre che in teatro anche in spazi “alternativi” che divengono luogo di musica e di incontro, il tutto in una formula azzeccata che parcellizza le occasioni in tanti piccoli eventi capaci di proporre programmi in cui a pagine del grande repertorio se ne accostano altre di meno frequente esecuzione ove non riscoperte tout-court.

L’intera città è convolta e con essa le tre principali istituzioni musicali – il Centro internazionale di Studi “Riccardo Zandonai”, l’Associazione Filarmonica di Rovereto e il WAM Festival internazionale W.A. Mozart e Rovereto – riunite in una collaborazione riuscita il cui successo è palpabile anche nel suo non cadere mai nello scontato.

Lo spirito ed il nome del festival ha trovato rappresentazione plastica nel concerto “Italiana” che lo scorso 20 giugno ha visto protagonisti al teatro “Zandonai” la più bella delle realtà della manifestazione, ovvero quell’Orchestra Filarmonica Settenovecento – formata da giovanissimi professori che, regolarmente retribuiti, intraprendono un percorso in cui didattica e carriera futura trovano perfetta coniugazione – che suona col sorriso sulle labbra e il ventiseienne direttore Alessandro Bonato (qui la sua intervista) capace di confermare con il suo meraviglioso talento la stagione felice come non mai che vive la direzione d’orchestra italiana.

Programma tutt’altro che facile quello scelto e con accostamenti capaci di apparire in certo modo disorientanti ad una prima occhiata ma legati invece da un filo narrativo sottile in cui l’elemento “popolare” – inteso nella più alta delle sue accezioni – è la sostanza pregnante.

Bonato, il cui lavoro appare fin da subito certosino e al contempo acuto nel cogliere sia le potenzialità che gli inevitabili limiti della compagine orchestrale – i pregi comunque superano di gran lunga i “difetti” – sceglie impaginati tanto impervi quanto stimolanti impegnandosi in una sfida alla fine vinta senza compromessi.

Il gesto è elegantemente essenziale, con la mano destra che tiene le fila del discorso musicale senza “coreografie” stucchevoli e la sinistra che colora il suono senza svolazzi inutili. A tutto questo si unisce una capacità straordinaria di andare all’essenza ultima della pagina, non scendendo mai a compromessi o a soluzioni facili o semplicemente d’effetto, dimostrando tutta la maturità del direttore veronese e coniugandosi con l’entusiasmo della sua giovinezza. Gli si prospetta una carriera luminosa a cui il terzo premio assoluto vinto nel 2018 alla “Malko Competition” è stato viatico luminoso.

Ad aprire il programma il Concerto per clarinetto che Aaaron Copland compose per Benny Goodman; due movimenti tra loro profondamente diversi ma legati nelle atmosfere e nel percorrere sentieri lungo i quali gli stilemi del Bop procedono con la tradizione Kletzmer incrociando a tratti ritmi latinoamericani.
Il clarinetto di Lorenzo Guzzoni incarna la giusta miscela di rigore e fantasia, offrendo un’interpretazione tanto brillante nel suono quanto meditata nel fraseggio, assecondato dalla direzione di Bonato capace anche di fare, ove necessario, un elegante passo indietro per lasciare spazio allo strumento solista ma senza tuttavia rinunciare mai a mettere in risalto il ricco tessuto di ritmi e contrappunti riservati da Coopland agli archi.

Non poteva mancare un omaggio al genius loci Riccardo Zandonai, figura di spicco del Novecento Storico italiano figlia del suo tempo ma capace di esprimere la sua individualità in un momento di spinte contrapposte tra verismo e simbolismo.

Le Tre liriche per voce e orchestra – composte in periodi diversi per canto e pianoforte e riunite nel 1931 dopo un’orchestrazione per archi e arpa – rappresentano perfettamente lo spirito del compositore roveretano, sempre in equilibrio tra descrizione e introspezione.
Delle tre è l’ultima “Nera nerella”, tra l’altro assai ardua da eseguire con i suoi repentini scarti di metronomo, a catturare maggiormente l’attenzione perché lontana dalle influenze pucciniane di “Mistero” e dalle eco mascagnane della “Serenata”.

Bonato intavola un discorso musicale fatto di piccole pennellate sonore paragonabili per analogia al divisionismo in pittura, in cui la figura che appare fruibile guardandola da lontano e si parcellizza man mano che si avvicina alla tela rivelando la complessità della costruzione.

Il giovane soprano Isabel Lombana Mariño interpreta con garbo e sensibilità, senza eccedere ma senza mai rinunciare alla pregnanza dell’accento, poggiando il tutto su una linea di canto di bella nitidezza.

A conclusione del programma la sinfonia n. 4 “Italiana di Mendelssohn della quale Bonato offre una lettura al calor bianco, trascinante nei tempi, sostenuta da una trama ritmica che non cessa per un momento di incalzare – anche l’Andante con moto risulta giustamente meditativo ma mai scevro di vigore – e da scelte dinamiche di incredibile varietà eppure capace di non scadere mai in un calligrafismo da cartolina “saluti da” che troppo spesso diventa la cifra interpretativa di un impaginato il cui sole d’Italia e il profumo di limoni si inquadra comunque in una cornice di rigore tutto tedesco.

Strepitoso il Saltarello conclusivo in cui il duende di Bonato si mostra in tutta la sua forza; l’orchestra risponde con partecipe entusiasmo in continuo scambio con il direttore.

Tanti i giovani tra il pubblico e successo pieno e meritatissimo per tutti.

Alessandro Cammarano
(20 giugno 2021)

La locandina

DirettoreAlessandro Bonato
ClarinettoLorenzo Guzzoni
SopranoIsabel Lombana Mariñ
Orchestra Filarmonica Settenovecento
Programma:
Aaron Copland
Concerto per clarinetto e orchestra
Riccardo Zandonai
Tre liriche per voce e orchestra
Mistero, La Serenata, Nera nerella il cuore è un bambolino
Felix Mendelssohn Bartholdy
Sinfonia n. 4 n la maggiore “Italiana” , op. 90 (MWV N 16)

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