Salisburgo: Così fan tutte in bianco e nero

È un mondo in bianco e nero – e dove tutto è o bianco o nero – quello in cui si muovono i sei personaggi di Così fan tutte secondo Christof Loy; solo l’inganno, mai tanto terapeutico come in questa occasione, si colora.

La scena candida di Johannes Leiacker e i costumi di Barbara Drosihn, illuminati dal disegno di luci di Olaf Winter, sono all’insegna del minimalismo: l’immenso palcoscenico del Großes Festspielhaus si riempie di teatro attraverso l’essenzialità del gesto cara a Loy, che si avvale anche della drammaturgia di Niels Nuijten che non “stravolge” nulla – semmai sottolinea – l’essenza dell’opera mostrandola in tutta la sua modernità.

Le due coppie di amanti messe alla prova sono perfettamente identiche, si potrebbe dire omologate, sconvolte dall’arrivo variopinto dei finti albanesi e di Despina-medico – ovvero degli elementi di rottura – e guidati da un Alfonso sempre presente.

Perfette le controscene, anch’esse improntate alla pulizia formale cara a Loy, con tutti a osservare tutti come se l’azione fosse una proiezione mentale di ciascuno.

Funziona tutto, anche le gag ben calibrate – qualcuno direbbe, a torto, fredde – che fanno sorridere senza risultare scontate.

L’emergenza sanitaria costringe a scelte estreme dal punto di vista musicale, prima tra tutte l’esecuzione senza soluzione di continuità e “aggiustata” per rientrare nei tempi massimi consentiti per la durata degli spettacoli.

Gli annunciati quarantacinque minuti di tagli si riducono di fatto a poco più di venticinque – alcune produzioni del passato non recente risultano alquanto più sbertucciate – e sono operati con il maggior giudizio possibile.

Certo il canto di conversazione viene penalizzato e la prima aria di Despina sacrificata; l’alternativa sarebbe però stata il nulla.

Di assoluto rilievo l’esecuzione musicale a cominciare dalla direzione di Joana Mallwitz – complici i Wiener Philarmoniker in stato di grazia e in buca senza distanziamento – che del capolavoro mozartiano offre una lettura tesa, drammaticamente efficace eppure tessuta su un ordito dinamico di grande leggerezza. Ne consegue un suono nitido, fatto di pennellate brevi e in cui il silenzio diventa il naturale interlocutore della musica. Bellissimo il gesto pulito della Mallwitz, che i Wiener assecondano convinti, con la mano sinistra sempre a cantare con il palcoscenico.

Elsa Dreisig è Fiordiligi dalla linea di canto cristallina e padrona di un fraseggio sempre meditato; forse manca un po’ di rotondità, ma il personaggio risulta perfettamente delineato.

La Dorabella di Marianne Crebassa, mezzosoprano vero, accentua con bel piglio drammatico la sua volubilità, il tutto con voce di bella brunitura.

Andrè Schuen dà voce e corpo ad un Guglielmo appassionato e fortunatamente poco incline alla guasconeria che certi cliché passati gli imporrebbero – il tutto con mezzi vocali di grande bellezza e una presenza scenica tutt’altro che comune –, mentre Bogdan Volkov è Ferrando dalla voce robusta e padrone di un fraseggio che rifugge da qualsiasi languore.

Johannes Martin Kränzle è Don Alfonso di navigata esperienza e Lea Desandre – la migliore del cast – è Despina irresistibile sia dal punto di vista vocalmente che per presenza scenica.

Bene come sempre la Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor diretta da Huw Rhys James.

Sala esaurita – secondo i nuovi standard – e applausi prolungati per tutti, con ovazioni alla Mallwitz.

Alessandro Cammarano
(12 agosto 2020)

La locandina

DirettoreJoana Mallwitz
RegiaChristof Loy
SceneJohannes Leiacker
CostumiBarbara Drosihn
LuciOlaf Winter
DrammaturgiaNiels Nuijten
Personaggi e interpreti:
FiordiligiElsa Dreisig
DorabellaMarianne Crebassa
GuglielmoAndrè Schuen
FerrandoBogdan Volkov
DespinaLea Desandre Despina
Don AlfonsoJohannes Martin Kränzle
Wiener Philharmoniker
Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Maestro del coroHuw Rhys James

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