Salisburgo: Giulio Cesare nel bunker
Prendi un bunker, mettici dentro otto persone – più un morto in un sacco – con evidenti disturbi di personalità, fai che le suddette otto personalità borderline se le diano di santa ragione come cosacchi ubriachi per la maggior parte del tempo, passando quello che resta a molestarsi sessualmente, agita il tutto con delle suggestive deflagrazioni di ordigni capaci di far tremare il già citato rifugio, aromatizza con qualche sirena e voilà: il Giulio Cesare secondo Dmitri Tcherniakov è servito!
È dato di fatto che anche i grandi – e il regista russo, che qui firma anche le scene, è incontrovertibilmente un grandissimo uomo di teatro – prendano talvolta delle cantonate direttamente proporzionali al loro usuale talento e questo allestimento salisburghese ne è plastica rappresentazione.
Assistito dalla drammaturga Tatiana Werestchagina Tcherniakov – al suo debutto ai Festspiele – pur mostrando di comprendere che il dramma di Händel vive di rivalità irriducibili, di conflitti nei quali il compromesso non è neppure lontanamente contemplato, senza zone franche, non riesce a non farsi prendere da una sorta di ansia da prestazione che lo porta inevitabilmente a percorrere la strada di un Grand Guignol in salsa psichiatrica – con le scazzottate coreografate da Ran Arthur Braun e corruscamente illuminate da Gleb Filshtinsky – nel quale tutto tè almente esagerato da diventare banale.
Peccato, perché l’idea di fondo dei conflitti esasperati, ribadita nell’ulteriore e convincente caratterizzazione dei personaggi attraverso i costumi contemporanei di Elena Zaytseva, sarebbe stata di per sé interessante.
Debuttante al Festival, ma con esiti fortunatamente molto diversi, è Emmanuelle Haïm, che alla testa del suo Concert d’Astrée – imponente nell’organico e sontuosamente corposo nel suono – offre una lettura tesa e teatralissima dell’opera händeliana, privilegiando piani sonori ben delineati e soluzioni dinamiche calibrate al millimetro, il tutto senza mai rinunciare ad un’indispensabile cantabilità.
Nel complesso ottima la compagnia in palcoscenico.
Christophe Dumaux, abbandona i panni di Tolomeo per vestire quelli di Cesare, e lo fa con tutta la classe che gli è propria. Il suo eroe eponimo si poggia su un’ammirevole ricerca di colori e di accenti capaci di disvelare pienamente le molteplici nature del personaggio.
Non gli è da meno Olga Kulchynska, Cleopatra dalla linea di canto luminosa, scolpita nel fraseggio, sicura nelle agilità.
Semplicemente magnifico Federico Florio – non più giovane promessa ma oramai sicura conferma –, capace di dare voce e corpo ad un Sesto minuziosamente sfaccettato per quanto attiene alla vocalità e perfettamente caratterizzato dal punto di vista della recitazione.
Yuriy Mynenko – che la regia fa assomigliare una specie di figlio psyco di Boris Johnson – disegna un Tolomeo inappuntabile vocalmente e del tutto convincente nel gesto scenico.
Non convince la Cornelia fin troppo virago isterica di Lucile Richardot, ingrata nel colore, fissa nell’emissione, facile al declamato.
Bene invece Jake Ingbar, Nireno sempre partecipe e al quale viene giustamente restituita la sua “Chi perde un momento”, eseguita con inappuntabile freschezza.
A completare il cast Andrey Zhilikhovsky, Achilla imponente, e Robert Raso Curio puntuale.
Bene, infine, il Bachchor Salzburg, preparato da Michael Schneider, nei suoi concisi interventi.
Il pubblico mostra di divertirsi e giustamente riserva un meritato successo alla direttrice ed agli interpreti.
Alessandro Cammarano
(17 agosto 2024)
Deustche Übersetzung
Giulio Cesare im Bunker: Tcherniakovs Händel als Psycho-Guignol – Triumph für Haïm“
Nehmen Sie einen Bunker, sperren Sie acht Personen hinein – plus eine Leiche im Sack – mit offensichtlichen Persönlichkeitsstörungen; lassen Sie diese acht Borderline-Charaktere die meiste Zeit aufeinander losgehen wie betrunkene Kosaken, während der Rest in sexuellen Belästigungen verpufft; schütteln Sie das Ganze kräftig mit Explosionen, die den Bunker erbeben lassen, würzen Sie mit ein paar Sirenen – und voilà: Dmitri Tcherniakovs Giulio Cesare ist serviert.
Es gehört zu den unausweichlichen Tatsachen, dass auch die Größten – und der russische Regisseur, der hier zugleich das Bühnenbild verantwortet, ist zweifellos einer der ganz Großen des Theaters – bisweilen grandiose Fehlgriffe landen, proportional zu ihrem Talent. Die Salzburger Produktion liefert dafür ein geradezu exemplarisches Beispiel.
Unterstützt von der Dramaturgin Tatiana Werestschagina und zum ersten Mal bei den Festspielen tätig, zeigt Tcherniakov zwar, dass er Händels Drama als ein Geflecht irreduzibler Rivalitäten begreift, als ein Reich permanenter Konflikte ohne Kompromiss, doch verfällt er in eine Art Überbietungszwang, der unweigerlich in einen psychiatrisch aufgeladenen Grand-Guignol mündet – choreographiert von Ran Arthur Braun, grell beleuchtet von Gleb Filshtinsky – in dem alles so maßlos übersteigert wirkt, dass es schließlich banal wird.
Bedauerlich, denn der Grundgedanke der verschärften Konflikte, noch unterstrichen durch die überzeugende Figurenzeichnung in Elena Zaytsevas zeitgenössischen Kostümen, hätte durchaus Substanz gehabt.
Weitaus glücklicher verlief das Salzburger Debüt von Emmanuelle Haïm, die mit ihrem Concert d’Astrée – groß besetzt und klanglich von prachtvoller Fülle – eine spannungsgeladene, hochtheatralische Lesart von Händels Oper entfaltet. Präzise abgestufte Klangflächen, minutiös kalkulierte Dynamik, doch nie auf Kosten einer unverzichtbaren Kantabilität.
Auch das Ensemble überzeugt insgesamt.
Christophe Dumaux, der von Tolomeo zu Cesare wechselt, gestaltet den Titelhelden mit eleganter Farbenvielfalt und nuancierten Akzenten, die die Mehrschichtigkeit der Figur eindrucksvoll freilegen. Nicht minder stark Olga Kulchynska als Cleopatra: leuchtende Linie, prägnantes Phrasieren, sichere Bravour.
Geradezu glänzend Federico Florio – längst mehr als ein junges Versprechen –, der mit vokaler Differenzierung und darstellerischer Präzision einen Sesto von seltener Geschlossenheit schafft. Yuriy Mynenko – von der Regie als eine Art „psycho-Sohn von Boris Johnson“ gezeichnet – liefert einen stimmlich makellosen, szenisch fesselnden Tolomeo. Weniger überzeugend Lucile Richardot, deren Cornelia zu sehr in hysterischer Virago-Manier erstarrt, farbarm und deklamatorisch.
Positiv fällt Jake Ingbar als stets präsenter Nireno auf, dem seine Arie „Chi perde un momento“ zurückgegeben wird – frisch und makellos gesungen. Solide auch Andrey Zhilikhovsky (Achilla) und Robert Raso (Curio).
Der Bachchor Salzburg, von Michael Schneider präzise vorbereitet, setzt in seinen kurzen Auftritten klare Akzente.
Das Publikum zeigt sich bestens unterhalten und feiert zu Recht die Dirigentin und das Ensemble.
Alessandro Cammarano (17. August 2024)
La locandina
| Direttrice al clavicembalo | Emmanuelle Haïm |
| Regia e scene | Dmitri Tcherniakov |
| Costumi | Elena Zaytseva |
| Luci | Gleb Filshtinsky |
| Coreografia dei combattimenti | Ran Arthur Braun |
| Drammaturgia | Tatiana Werestchagina |
| Personaggi e interpreti: | |
| Giulio Cesare | Christophe Dumaux |
| Cleopatra | Olga Kulchynska |
| Cornelia | Lucile Richardot |
| Sesto | Federico Fiorio |
| Tolomeo | Yuriy Mynenko |
| Achilla | Andrey Zhilikhovsky |
| Nireno | Jake Ingbar |
| Curio | Robert Raso |
| Le Concert d’Astrée | |
| Bachchor Salzburg | |
| Maestro del Coro | Michael Schneider |














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