Salisburgo: Muti tra apparenza e sostanza

Il programma proposto da Riccardo Muti, ancora una volta alla testa dei Wiener Philharmoniker per il Concerto di Ferragosto, stabilisce un ponte significativo fra due snodi della tradizione musicale austriaca: la Sinfonia n. 4 in do minore D 417 “Tragica” di Schubert e la

La “Tragica”, composta nel 1816 da unoSchubert diciannovenne, testimonia l’assimilazione critica dei modelli beethoveniani e haydniani, declinata in un linguaggio che oscilla fra tensione drammatica e cantabilità lirica, anticipando quell’equilibrio fra forma e invenzione tematica che diverrà tratto distintivo della sua produzione sinfonica.

Con la Messa in fa minore, elaborata tra il 1867 e il 1868, Bruckner si colloca invece in un ambito radicalmente diverso, in cui la scrittura sacra viene permeata da principi costruttivi propri della sinfonia. Commissionata per la consacrazione del duomo di Linz, l’opera trascende la funzione liturgica per assumere i caratteri di una vasta architettura sonora, in cui l’organico sinfonico e il coro a quattro voci sono trattati come forze complementari di un discorso teologico-musicale di natura epica. Se i movimenti estremi (Kyrie e Agnus Dei) rivelano la matrice contrappuntistica e la spiritualità raccolta dell’organista, il Gloria e il Credo si espandono in un respiro quasi drammatico, dove l’eloquenza sinfonica si coniuga con l’enfasi corale.

L’accostamento fra Schubert e Bruckner si rivela pertanto non solo come scelta di contrasto stilistico, ma come itinerario che dalla riflessione giovanile sul linguaggio classico approda alla sintesi monumentale di fede e sinfonismo nell’Ottocento maturo.

Non tutto però, in fase di esecuzione, ha funzionato a dovere.

L’ottantaquattrenne Muti liquida la pagina schubertiana – proposta tra l’altro con un organico fin troppo generoso che ne contravviene la sua stessa natura – con disinvolta superficialità, optando per una lettura nella quale il suono, patinatissimo, è ricoperto da una glassa – e i Wiener alla bisogna sono dei glassatori di gran rango – tanto lucida e accattivante all’aspetto per rivelarsi poi involucro di un impasto insipido.

Peccato, perché la “Tragica” è latrice di messaggi intriganti, di scelte contrappuntistiche disvelatrici di novità contrappuntistiche che qui tuttavia non trovano spazio, caramellati in un suono molto spesso bello e tuttavia mai autentico.

Dopo la pausa è e stata la volta della pièce de resistence del banchetto sonoro offerto al pubblico che esauriva la Grosses Festpiehaus, vale a dire la “Grosse Messe” di Bruckner che, vista la magnifica Ottava diretta lo scorso anno, e nelle stessa date, (qui la recensione) dava adito alle più rosee aspettative, promettendo di proseguire la corrispondenza di amorosi sensi tra il Maestro e il compositore austriaco.

Purtroppo così non è stato.

Muti impegna una potenza di suono tale da far impallidire uno tsunami, i piani orchestrali si confondono in un tumulto indefinito sin quasi ad annullarsi; le fughe che chiosano il Gloria e il Credo mettono in seria difficoltà l’eroica Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor soprattutto nelle sezioni femminili che faticano non poco a tenere il passo.

Unica luce, ma fioca fioca, l’Agnus Dei conclusivo nel quale per qualche ignota alchima si ritrova una misura condivisibile.

A gettare ulteriore ombre su un’esecuzione da dimenticare la prova largamente deficitaria, per usare un eufemismo, del quartetto dei solisti – il soprano Ying Fang, il contralto Wiebke Lehmkuhl , il tenore Pavol Breslik e il basso William Thomas – tutti vocalmente troppo esili e molto intimiditi per reggere al peso richiesto.

Alla fine applausi generosi ma non travolgenti.

Alessandro Cammarano
(16 agosto 2025)

Glanz ohne Substanz: Muti und die Wiener zwischen Schubert und Bruckner“

Das von Riccardo Muti geleitete Programm, einmal mehr an der Spitze der Wiener Philharmoniker beim Ferragosto-Konzert, spannt einen bedeutungsvollen Bogen zwischen zwei zentralen Eckpunkten der österreichischen Musiktradition: Schuberts Sinfonie Nr. 4 c-Moll D 417 „Tragische“ und Bruckners Messe f-Moll.

Die „Tragische“, 1816 von einem neunzehnjährigen Schubert komponiert, zeugt von einer kritischen Aneignung der Vorbilder Beethoven und Haydn, die in eine Sprache übersetzt wird, die zwischen dramatischer Spannung und lyrischer Kantabilität oszilliert. Sie weist voraus auf jenes Gleichgewicht von Form und thematischer Erfindung, das die spätere Sinfonik Schuberts prägen sollte.

Mit der zwischen 1867 und 1868 entstandenen f-Moll-Messe betritt Bruckner hingegen ein gänzlich anderes Terrain: Hier wird das sakrale Idiom durch sinfonische Konstruktionsprinzipien durchdrungen. Ursprünglich für die Weihe des Linzer Doms in Auftrag gegeben, sprengt das Werk den Rahmen liturgischer Funktionalität und erhebt sich zu einer großräumigen Klangarchitektur, in der Sinfonieorchester und vierstimmiger Chor als komplementäre Kräfte eines theologisch-musikalischen Diskurses epischen Zuschnitts aufeinandertreffen. Während die Außensätze (Kyrie und Agnus Dei) kontrapunktische Strenge und die introvertierte Spiritualität des Organisten verraten, entfalten Gloria und Credo ein nahezu dramatisches Pathos, in dem sinfonische Eloquenz und chorische Wucht ineinanderfließen.

Die Gegenüberstellung von Schubert und Bruckner erweist sich somit nicht allein als stilistischer Kontrast, sondern als künstlerische Wegmarke: von der jugendlichen Reflexion über die klassische Sprache hin zur monumentalen Synthese von Glaube und Sinfonik im ausgereiften 19. Jahrhundert.

Doch nicht alles gelang in der Ausführung.

Der 84-jährige Muti behandelte die Schubert-Sinfonie – dargeboten zudem in einer übermäßig großen Besetzung, die ihrer ursprünglichen Physiognomie entgegenläuft – mit nonchalanter Oberflächlichkeit. Die Lesart, glänzend poliert und verführerisch im Klangbild, wirkte wie mit einer Glasur überzogen – und die Wiener sind wahre Meister des Glasierens –, die zwar schimmerte, sich aber als bloße Hülle eines faden Kerns entpuppte. Schade, denn die „Tragische“ birgt spannende Botschaften, kontrapunktische Neuerungen und subtile Schichtungen, die hier im glatten, wenngleich oft schönen, aber selten authentischen Klang erstickten.

Nach der Pause folgte das eigentliche Herzstück des Abends: Bruckners „Große Messe“. Angesichts der großartigen Achten, die Muti an denselben Tagen im Vorjahr dirigiert hatte, durfte man die schönsten Erwartungen hegen – Erwartungen, die jedoch enttäuscht wurden.

Muti entfachte eine Klangwucht, die einem Tsunami gleichkam. Die orchestralen Ebenen verschwammen zu einem unbestimmten Tumult, der die Transparenz beinahe vollständig tilgte. Die Fugen im Gloria und Credo gerieten zum Stolperstein für den heroisch kämpfenden Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor, insbesondere die Frauenstimmen waren hörbar überfordert. Einziger Lichtblick – wenn auch ein schwacher – war das abschließende Agnus Dei, das für einen kurzen Moment Maß und Balance zurückfand.

Zusätzliche Schatten warf die schwache Leistung des Solistenquartetts – Ying Fang (Sopran), Wiebke Lehmkuhl (Alt), Pavol Breslik (Tenor) und William Thomas (Bass) –, deren Stimmen allesamt zu schmal gerieten, um dem Gewicht dieser Partitur standzuhalten.

Am Ende gab es freundlichen, aber keineswegs überschwänglichen Applaus.

Alessandro Cammarano (16. August 2025)

La locandina

Direttore Riccardo Muti
Soprano Ying Fang
Contralto Wiebke Lehmkuhl
Tenore Pavol Breslik
Basso William Thomas
Wiener Philharmoniker 
Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor 
Maestro del Coro Ernst Raffelsberger
Programma:
Franz Schubert
Sinfonia n. 4 in do minore D 417 — “Tragica“
Anton Bruckner
Messa n. 3 in fa minore per soli, coro misto a quattro voci e orchestra WAB 28

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