Salisburgo: Zaide e la via della Luce

Può un essere umano essere felice senza libertà? Questa è la domanda cardine che si pone come fulcro di Zaide oder Der Weg des Lichts, uno degli spettacoli più intensi dei Salzburger Festspiele degli ultimi anni.

Non un semplice pastiche, ma una riscrittura compiuta e coerente che prende forma dai due “grandi torsi” mozartiani – Zaide e la Messa in Do minore nella rielaborazione in Davide penitente e con essi la musica di scena per il Thamos re d’Egitto ed alcune arie da concerto – per raccontare una storia di ricerca, accettazione e perdono attraverso la conoscenza che tocca profondamente per la sua stringente attualità, diventando un affresco umanistico in cui il “non-finito” non è un limite, ma la cifra stessa di uno scandagliare incessante, di una tensione etica e spirituale che ancora ci interroga.

La creazione di Raphaël Pichon – con la drammaturgia “una tantum” illuminata di Eddy Garaudel, i costumi e le luci stranianti di Bertrand Couderc e la coreografia che si fa scena di Evelin Facchini – alla testa del suo magnifico Ensemble Pygmalion è dunque operazione di profonda coerenza.

Al centro resta la riflessione sul senso della libertà e sul potere del perdono: la libertà come emancipazione interiore, come forza che scioglie i vincoli del potere e delle convenzioni; il perdono come atto trasformativo, che vince sul risentimento e restituisce dignità all’umano, concetti che in Mozart non sono astratti, ma energie drammatiche che la musica mette in scena, facendole vibrare nella carne viva dei personaggi e nel respiro corale.

L’incompiutezza stessa si rivela una forma di emancipazione: ciò che resta aperto non è difetto, ma promessa; non mancanza, ma possibilità di rinascita.

L’ Adagio per Glassharmonika KV 356, con la sua sideralità fuori del tempo e dello spazio, apre e chiude il ciclo narrativo nel quale Persada, la figlia di Zaide e Gomatz, ripercorre il un viaggio – fisico e interiore – a ritroso nel tempo sulle tracce del destino dei suoi genitori morti per mano del tiranno Soliman e del loro amore e desiderio di libertà, guidata nel percorso dal vecchio Allazim, guardiano del carcere oramai in rovina, un tempo teatro del destino della coppia di innamorati e testimone delle vicende.

Alla fine, Persada perdonerà, perché non c’è pace senza perdono, riconciliandosi con un destino di cui è divenuta pienamente consapevole.

Tutto funziona, ogni cosa sta in piedi alla perfezione grazie anche alla scelta di uno spazio teatrale astratto come la Felsenreitschule dove ombre e luci diventano a loro volta attrici.

Di straordinario livello l’esecuzione musicale, con Pichon a percorrere le vie di un continuum narrativo capace di animarsi di screziature cromatiche di commovente nitore a cui si unisce una costante e racchiusa leggerezza melodica che rifugge da ogni retorica per andare dritta alla sostanza del suono.

Formidabile il quartetto dei solisti.

Lea Desandre è una Persada che vive di mille dubbi ma anche della ricerca di serenità, il tutto espresso in un canto che si fa meditazione e caratterizzato da un fraseggio turgidamente intenso.

Da incorniciare la Zaide di Sabine Devieilhe, interprete di sensibilità rarissima, sublime dispensatrice di emozioni senza tuttavia rimanerne schiacciata, rendendo all’ascolto un “Ruhe sanft, mein holdes Leben” bello da lacrime.

Julian Prégardien veste con gran classe i panni di un Gomatz appassionato e fragile allo stesso tempo, mentre il canto eroico di Daniel Behle è posto a caratterizzare un Soliman spietato ma alla fine vinto anch’egli dall’amore e dalla ragione.

Sugli scudi Johannes Martin Kränzle che non solo canta benissimo, ma è anche attore di gran classe capace di trovare la giusta cifra interpretativa per Allazim.

Bravissimi i due danzatori Tommy Cattin e Sabrina Rocha che si muovono insieme al Coro protagonista a sua volta di una prova maiuscola.

Successo emozionato e commosso al termine di una serata durante la quale il silenzio assoluto del pubblico si è fatto a sua volta protagonista.

Alessandro Cammarano
(17 agosto 2025)

Deutsche Überseztung

„Das Licht der Freiheit – Mozarts unvollendete Utopie in Salzburg“

Kann ein Mensch ohne Freiheit glücklich sein? Diese Frage bildet das Herzstück von Zaide oder Der Weg des Lichts, einem der eindrucksvollsten und geschlossensten Musiktheaterabende der Salzburger Festspiele der letzten Jahre.

Nicht ein bloßes Pasticcio, sondern eine vollendete und konsequente Neubearbeitung: Aus den beiden großen Mozart-Torsi – Zaide und der unvollendeten Messe in c-Moll in ihrer Gestalt als Davide penitente – sowie aus Teilen der Schauspielmusik zu Thamos, König in Ägypten und einzelnen Konzertarien entsteht eine Erzählung von Suche, Erkenntnis, Annahme und Vergebung. Eine Geschichte, die durch ihre drängende Aktualität berührt und sich als humanistisches Fresko entfaltet, in dem das „Unvollendete“ nicht Grenze, sondern Signatur ist: Ausdruck eines unablässigen Fragens, einer ethisch-spirituellen Spannung, die uns bis heute angeht.

Die Kreation von Raphaël Pichon – mit der inspirierten Dramaturgie von Eddy Garaudel, den suggestiv-verfremdenden Kostümen und Lichträumen von Bertrand Couderc und der in Szene verwandelten Choreographie von Evelin Facchini – erweist sich an der Spitze seines großartigen Ensembles Pygmalion als ein Akt tiefster Konsequenz.

Im Zentrum steht die Reflexion über Freiheit und Vergebung: Freiheit als innere Emanzipation, als Kraft, die Fesseln von Macht und Konventionen sprengt; Vergebung als transformative Tat, die Ressentiment überwindet und dem Menschlichen Würde zurückgibt. Bei Mozart sind dies keine abstrakten Begriffe, sondern dramatische Energien, die seine Musik in vibrierendes Leben übersetzt – in die Körper und Stimmen der Figuren ebenso wie in den Atem des Chores.

So erweist sich das Fragmentarische selbst als Form der Befreiung: Das Offene ist kein Mangel, sondern Verheißung; kein Defizit, sondern Möglichkeit zur Wiedergeburt. Das Adagio für Glasharmonika KV 356, mit seiner entrückten Zeit- und Raumlosigkeit, rahmt den Erzählbogen, in dem Persada, Tochter von Zaide und Gomatz, eine physische wie innere Reise in die Vergangenheit unternimmt. Auf den Spuren ihrer von Soliman ermordeten Eltern, geleitet vom alten Allazim – einst Kerkermeister, nun Wächter einer verfallenen Stätte und Zeuge vergangener Schicksale –, begreift sie den Wert von Liebe und Freiheit. Am Ende wird Persada vergeben, weil es ohne Vergebung keinen Frieden gibt – und sie versöhnt sich mit einem Schicksal, das sie nun bewusst annimmt.

Alles greift hier ineinander, getragen auch von der Wahl der Felsenreitschule als abstraktem Theaterraum, wo Licht und Schatten selbst zu Mitspielern werden. Musikalisch ist die Aufführung von außergewöhnlichem Rang: Pichon entfaltet ein narratives Kontinuum, durchzogen von farbigen Nuancen von ergreifender Klarheit und von jener melodischen Leichtigkeit, die alle Rhetorik meidet und direkt zum Wesen des Klangs führt.

Das Solistenquartett ist schlicht fabelhaft.

Lea Desandre gestaltet eine Persada voller Zweifel und Sehnsucht nach innerem Frieden, in einem Gesang, der Meditation und glühendes Pathos verbindet. Sabine Devieilhe schenkt mit ihrer Zaide Augenblicke von seltenster Empfindsamkeit – ihr „Ruhe sanft, mein holdes Leben“ war von tränenreicher Schönheit. Julian Prégardien gibt einen Gomatz von edler Leidenschaft und zugleich berührender Zerbrechlichkeit, während Daniel Behle als Soliman in heroischem Ton Härte und schließlich doch Unterwerfung unter Liebe und Vernunft verkörpert.

Herausragend Johannes Martin Kränzle: nicht nur sängerisch, sondern auch als Schauspieler von Format trifft er den exakten Ton für Allazim. Glänzend die beiden Tänzer Tommy Cattin und Sabrina Rocha, die gemeinsam mit dem hochkarätig agierenden Chor wesentliche Protagonisten der Inszenierung sind.

Am Ende ein ergriffener, bewegter Erfolg – in einer Vorstellung, in der selbst das absolute Schweigen des Publikums zum eigentlichen Akteur wurde.

Alessandro Cammarano (17. August 2025)

La locandina

Direzione e concezione musicale Raphaël Pichon
Luci e costumi Bertrand Couderc
Drammaturgia Eddy Garaudel
Coreografia Evelin Facchini
Wolfgang Amadeus Mozart
Zaide KV 344
Davide penitente K. 469
Thamos, re d’Egitto KV 345
Altri brani vocali e strumentali dal periodo 1779–1785
Personaggi e interpreti:
Zaide Sabine Devieilhe
Persada Lea Desandre
Gomatz Julian Prégardien
Soliman Daniel Behle
Allazim Johannes Martin Kränzle
Danzatori Tommy Cattin, Sabrina Rocha
Ensemble Pygmalion

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