Siena: Derive#3 Boulez, Stravinskij è vivo
Il 29 maggio 1913 a Parigi tra gli spettatori della prima del balletto Le sacre du printemps di Igor Stravinskij al Théâtre des Champs Elysées c’era anche il poeta Jean Cocteau. Lo scandalo suscitato dall’opera con il pubblico che scherniva, fischiava, zittiva, rideva, è stato documentato anche dal giovane poeta francese che descrisse scene incredibili, dai musicisti che insultavano e menavano le persone dei palchi fino ad una grande azzuffata finale. Il compositore non si scompose molto, rimase al sicuro dietro le quinte, poi attribuì quelle reazioni ad una certa inadeguatezza della coreografia, aveva ragione, un anno dopo Le Sacre fu eseguito in concerto ed ebbe un successo travolgente. Divenne uno snodo della musica del Novecento.
Tutt’oggi la potenza di quella musica è viva. Le invenzioni ritmiche in una tessitura musicale fatta di incastri, di moduli e tempi diversi, ritmi che vengono da lontano, dalla tradizione antica, dalle culture primitive extraeuropee, ci coinvolgono ancora. L’opera fa evaporare le rappresentazioni idilliache della primavera della tradizione pittorica ottocentesca, scatena uno scenario travolgente per varietà di timbri, contrasti e tensioni. Sul piano esistenziale il primitivismo di Stravinskij, il legame con i valori arcaici della cultura russa ci offre una primavera come rinnovamento della vita traumatico.
Il Festival Chigiano 2025 dedicando il focus di quest’anno al centenario della nascita di Pierre Boulez non poteva ignorare il legame complesso, contraddittorio ma vitale tra il francese e il russo. Lo fa proponendo proprio Le Sacre, il mito. Lo fa realisticamente programmandone la versione, chiamiamola leggera, per due pianoforti e percussioni che se ci priva della mastodontica potenza orchestrale dell’organico originale documenta il livello della realtà didattica e di ricerca dell’Accademia. Scelta comprensibile, anche rischiosa, ma leggendola in relazione a Sur Incises di Boulez, opera che l’ha preceduta sul palco del Teatro dei Rozzi, potremo dire comunque funzionale.
Il Chigiana Percussion Ensemble, che compie quest’anno dieci anni, espressione dei corsi di perfezionamento tenuti da Antonio Caggiano, ogni anno ci conferma l’alto livello raggiunto dagli allievi. Le Sacre rappresenta un banco di prova non da poco. Stravinskij rivoluziona il ruolo della percussione, che non accompagna ma diviene protagonista, forza propulsiva dell’opera, come materia viva scandisce i tempi, i quadri dell’opera, ora violenti, ora struggenti, trasfigura il risveglio della natura in un rituale ancestrale. A Siena paradossalmente si potrebbe dire che la scelta della versione ibrida per due pianoforti ha esaltato ancor più il ruolo percussivo, che isolato dalla trama orchestrale, ci ha svelato maggiori dettagli, sfaccettature delle varie sezioni di Le Sacre. Il risultato del laboratorio dedicato all’opera possiamo definirlo piacevole, il rapporto con le tastiere tra qualche latente rischio di frammentazione e meccanicità, ha funzionato e alla fine anche il pubblico ha espresso chiari segnali di apprezzamento.
Chi mastica un po’ di musica conosce sicuramente la vicenda dell’articolo di Boulez, polemicamente intitolato Schönberg est mort, pubblicato nel 1952 sulla rivista francese La Nouvelle Revue Française. Pochi ricordano però che l’anno prima il compositore francese ne aveva scritto uno dal titolo Stravinskij demeure dove, sintetizzando, definiva il collega russo un modello per la sua generazione. Depurato dagli atteggiamenti autocelebrativi del personaggio da qui partiamo per avvicinarsi a Sur Incises.
Quanto Stravinskij c’è in quest’opera? Direi molto, l’accostamento a Le Sacre voluto dal direttore artistico Nicola Sani lo dimostra. Certo è che nel citato articolo del 1951 ciò che Boulez salva dello Stravinskij che rimane non è certo il periodo neoclassico, anzi spesso disprezzato, ma sono i contrasti violenti, le sfavillanti intuizioni ritmiche, l’estrapolazione e travestimento di elementi folklorici di altre culture, tutti elementi che il compositore francese farà suoi nell’elaborazione di nuove ardite relazioni nel materiale musicale. Di Sur Incises colpisce da subito l’originale organico: tre pianoforti, tre arpe, tre percussioni. L’ascolto poi è come un viaggio, imprevedibile, emblematico, un solo movimento strutturato in sezioni tra loro profondamente diverse. Il fascino dell’imprevedibilità, dello spaesamento è tutto giocato su trasformazioni e ripetizioni che ciclicamente il compositore ripropone ma sempre radicalmente diverse dal materiale di partenza. Percorso dove la ricchezza dei contrasti timbrici degli strumenti, coinvolgente l’uso scintillante delle arpe, che si incontrano, scontrano, allontanano, evocano una densa e complessa polifonia. Se è vero che il direttore Andrea Molino sul palco dei Rozzi può contare su un gruppo di musicisti di notevole livello ed esperienza su questi materiali, va detto che ha saputo gestire con rigore e gesto conseguente la costante, critica ricerca bouleziana della bellezza in una non scontata, vibrante interazione tra spazio, tempo e timbro.
Paolo Carradori
(28 luglio 2025)
La locandina
| Direttore | Andrea Molino |
| Arpe | Emanuela Battigelli, Fabrice Pierre, Stefania Scapin |
| Chigiana Keyboard Ensemble | Monaldo Braconi, Monica Cattarossi, Anna D’Errico, Pierluigi Di Tella, Ciro Longobardi |
| Chigiana Percussion Ensemble | Giulio Ancarani, Aldo Chiarulli, Francesco Conforti, Roberto Iemma, Matteo Lelii, Gabriele Ruggeri, Igor Tiozzo Netti |
| Programma: | |
| Igor Stravinskiy | |
| Le Sacre du printemps, per due pianoforti e percussioni | |
| Pierre Boulez | |
| sur Incises, per tre pianoforti, tre arpe e tre percussionisti | |










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